Quando il potere possiede il megafono, la verità sussurra

«ABBIAMO PERSO! – Prima parte»

Dal Golfo del Tonchino all’Iraq, quando governi, intelligence e grandi media potevano trasformare una versione dei fatti nella realtà di milioni di persone

Redazione Inchiostronero

Prima degli algoritmi, dei social network e dell’intelligenza artificiale esisteva già una formidabile macchina capace di costruire consenso. Il Golfo del Tonchino, le incubatrici del Kuwait, le armi di distruzione di massa irachene e i rapporti documentati tra intelligence e informazione mostrano quanto possa essere enorme la distanza tra ciò che viene raccontato nel momento decisivo e ciò che emerge quando gli archivi vengono aperti. Non sempre occorre censurare una verità: a volte basta che la menzogna arrivi prima, venga pronunciata dall’autorità giusta e raggiunga milioni di persone. Quando la smentita arriva anni dopo, la storia è già accaduta.


PARTE I — Come si costruiva una verità

«La menzogna vola,

e la verità le zoppica dietro.»
Jonathan Swift, 1710

Indice

  1. Davide contro il megafono
  2. Una guerra nata anche da ciò che non accadde
  3. I bambini nelle incubatrici
  4. Una provetta davanti al mondo
  5. Quando l’intelligence entra nella redazione
  6. Quando la verità arriva tardi

 

DAVIDE CONTRO IL MEGAFONO

Abbiamo perso.

Tanto vale dircelo subito.

Se questa battaglia si misura contando il denaro, le televisioni, i giornali, le agenzie di stampa, gli uffici governativi, i servizi d’intelligence, le grandi piattaforme digitali e la capacità di raggiungere contemporaneamente milioni di persone, abbiamo perso prima ancora di cominciare.

Dall’altra parte c’è una macchina gigantesca.

Da questa parte un piccolo giornale, una televisione indipendente, qualche giornalista fuori dal coro, un blogger davanti al computer.

Davide almeno aveva una fionda.

La sproporzione non riguarda soltanto il denaro. Riguarda qualcosa di ancora più importante: la possibilità di trasformare un’informazione nella versione dei fatti conosciuta da milioni di persone.

Una piccola testata può pubblicare un documento autentico, verificarlo scrupolosamente e avere perfettamente ragione. Ma se quell’articolo raggiunge cinquemila lettori mentre la versione opposta attraversa telegiornali, agenzie, quotidiani, talk show e dichiarazioni ufficiali, le due informazioni non stanno combattendo la stessa battaglia.

Una possiede una voce.

L’altra possiede il megafono.

In queste pagine utilizzeremo anche un’espressione controversa: Deep State, Stato profondo. Non intendiamo una stanza segreta nella quale pochi uomini decidono ogni mattina che cosa il mondo dovrà pensare. Sarebbe una caricatura comoda proprio per chi vuole liquidare il problema.

Con Deep State indicheremo invece una rete di apparati permanenti, interessi economici e finanziari, strutture militari e d’intelligence, alte burocrazie e centri d’influenza che sopravvivono all’alternanza dei governi e dispongono di risorse enormemente superiori a quelle del singolo cittadino.[1]

Non significa che obbediscano tutti allo stesso padrone. Possono competere, scontrarsi, perseguire interessi differenti. Il potere non deve necessariamente essere unitario per essere potente. È sufficiente che, in determinate circostanze, interessi diversi convergano e che chi li rappresenta disponga di accesso privilegiato alle informazioni e dei mezzi necessari per farle circolare.

Il nostro problema, dunque, non sarà trovare il Grande Burattinaio.

Sarà osservare i fili.

Perché la libertà di parlare non significa automaticamente possedere la stessa possibilità di essere ascoltati.

E qualche volta la distanza fra le due cose ha contribuito persino a portare un paese in guerra.

Il 4 agosto 1964, nel Golfo del Tonchino, ne avremmo avuta una dimostrazione memorabile.

NOTA

[1] Il termine deep state è utilizzato nelle scienze politiche e nel dibattito pubblico con significati differenti. In questo articolo viene adottato in senso operativo per indicare reti e apparati statali permanenti dotati di autonomia, continuità e capacità d’influenza rispetto agli organi politici elettivi; non presuppone l’esistenza di un’unica organizzazione centralizzata.

UNA GUERRA NATA ANCHE DA CIÒ CHE NON ACCADDE — TONCHINO, 1964

Il 2 agosto 1964 qualcosa accadde davvero. Nel Golfo del Tonchino alcune motosiluranti nordvietnamite attaccarono il cacciatorpediniere americano USS Maddox. Due giorni dopo arrivò la notizia di un secondo attacco contro la Maddox e la Turner Joy.

Questa volta, però, qualcosa non tornava.

Il comandante della Maddox, John Herrick, segnalò che gli avvistamenti potevano essere stati provocati da condizioni meteorologiche anomale e da operatori sonar troppo allarmati. Suggerì una «valutazione completa» prima di considerare certo l’attacco.[1]

I dubbi esistevano dunque mentre gli avvenimenti stavano ancora accadendo.

Ma la sera del 4 agosto il presidente Lyndon Johnson parlò alla nazione annunciando che unità americane erano state nuovamente attaccate. Ordinò bombardamenti di rappresaglia e chiese al Congresso l’autorizzazione necessaria per rispondere all’aggressione. Tre giorni dopo arrivò la Gulf of Tonkin Resolution: soltanto due senatori votarono contro. Il presidente veniva autorizzato ad adottare «tutte le misure necessarie» contro ulteriori aggressioni. Quella risoluzione sarebbe diventata la base politica e giuridica dell’enorme escalation americana in Vietnam.[2]

Passarono gli anni. Poi cominciarono ad aprirsi gli archivi.

Nel 2005 e nel 2006 la National Security Agency rese pubblici documenti precedentemente classificati sul Golfo del Tonchino.[3] Uno studio interno dello storico della NSA Robert Hanyok, basato sulle comunicazioni intercettate, giunse a una conclusione inequivocabile: l’attacco del 4 agosto non era avvenuto. Secondo Hanyok, inoltre, gran parte delle informazioni SIGINT rilevanti era rimasta fuori dai rapporti riepilogativi, mentre erano state privilegiate quelle compatibili con l’ipotesi dell’attacco. Un successivo studio interno della stessa NSA condivise la conclusione sull’inesistenza dell’attacco, pur contestando l’interpretazione di Hanyok sulla gestione deliberatamente distorta dell’intelligence.[4]

Ed è proprio questa distinzione a rendere Tonchino così importante.

Non occorre sostenere che qualcuno abbia inventato dal nulla una storia sapendo che era falsa. Basta osservare ciò che accadde: esistevano dubbi, l’incertezza scomparve nella versione pubblica e la versione più utile alla decisione politica raggiunse il mondo come certezza.

La smentita sarebbe arrivata molti anni dopo.

Nel frattempo gli Stati Uniti avevano combattuto una guerra.

Ed ecco la prima domanda di queste pagine:

che cosa vale una verità quando arriva dopo che la menzogna — o una certezza che tale non era — ha già prodotto le sue conseguenze?

NOTE

  • [1] National Archives, Tonkin Gulf Resolution (1964). La ricostruzione riporta il successivo messaggio di Herrick sui possibili falsi segnali radar e sonar.
  • [2] Tonkin Gulf Resolution, Public Law 88-408, 7 agosto 1964. La risoluzione fu approvata con due soli voti contrari al Senato e venne successivamente utilizzata come base per l’ampliamento dell’intervento americano in Vietnam.
  • [3] National Security Agency, Gulf of Tonkin — Historical Releases. Le due serie di documenti precedentemente classificati furono pubblicate il 30 novembre 2005 e il 30 maggio 2006.
  • [4] Robert J. Hanyok, Skunks, Bogies, Silent Hounds, and the Flying Fish: The Gulf of Tonkin Mystery, 2–4 August 1964, NSA; Robert L. Benson, Thoughts on Intelligence Related to the Gulf of Tonkin Mystery, NSA, 2005. Entrambi concludono che il secondo attacco non avvenne; divergono sull’interpretazione della gestione delle informazioni SIGINT.

I BAMBINI NELLE INCUBATRICI — KUWAIT, 1990

Aveva quindici anni. Si presentò soltanto come Nayirah e il 10 ottobre 1990 raccontò davanti al Congressional Human Rights Caucus di avere lavorato come volontaria in un ospedale del Kuwait dopo l’invasione irachena.

Poi scoppiò in lacrime.

Disse di aver visto soldati iracheni entrare nell’ospedale, togliere i neonati dalle incubatrici, portare via le apparecchiature e lasciare i bambini sul pavimento.

Era l’immagine perfetta.

Non carri armati, confini o pozzi di petrolio. Bambini prematuri lasciati morire sul pavimento.

La storia attraversò rapidamente il sistema politico e mediatico americano. Il presidente George H. W. Bush richiamò più volte pubblicamente la vicenda delle incubatrici mentre negli Stati Uniti si discuteva se intervenire militarmente contro l’Iraq.[1]

Soltanto dopo la guerra il pubblico conobbe un particolare importante. Nayirah non era semplicemente una giovane volontaria kuwaitiana: era la figlia di Saud Nasir al-Sabah, ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti. La sua apparizione era stata organizzata da Hill & Knowlton, grande società di pubbliche relazioni che lavorava per la campagna kuwaitiana Citizens for a Free Kuwait. Prima della testimonianza, una dirigente della società l’aveva preparata all’audizione.[2]

Anche il racconto delle incubatrici divenne oggetto di contestazione. Middle East Watch dichiarò di non avere trovato prove convincenti delle uccisioni nella forma e nelle dimensioni diffuse durante la crisi; Amnesty International, che inizialmente aveva accreditato notizie sulle morti dei neonati, riconobbe successivamente l’incertezza sul numero e sulla ricostruzione degli episodi.[3]

La vicenda, tuttavia, non autorizza la conclusione opposta: che nessun neonato sia morto a causa delle azioni irachene. Un’indagine successiva della Kroll Associates raccolse testimonianze di personale sanitario e sostenne che alcuni bambini fossero effettivamente morti dopo essere stati rimossi da incubatrici o apparecchiature di supporto vitale. La stessa ricostruzione ridimensionò però drasticamente ciò che Nayirah aveva realmente visto: un episodio brevissimo, con un bambino osservato vicino a un’incubatrice.[4]

Ed è precisamente questo che rende il caso esemplare.

La propaganda più efficace non ha sempre bisogno di inventare tutto. Può prendere un fatto, un frammento, una testimonianza, eliminare ciò che li rende problematici e trasformarli in un’immagine indimenticabile.

Un dossier di cento pagine richiede tempo.

Un bambino lasciato morire sul pavimento richiede un secondo.

E quando quell’immagine è entrata nella testa di milioni di persone, può essere ormai troppo tardi per domandarsi che cosa ci fosse davvero dietro.

NOTE

  • [1] La vicenda delle incubatrici venne ripresa ripetutamente dal presidente George H. W. Bush durante la preparazione politica dell’intervento contro l’Iraq.
  • [2] L’identità di Nayirah come figlia dell’ambasciatore kuwaitiano Saud Nasir al-Sabah divenne pubblica nel gennaio 1992. Hill & Knowlton aveva organizzato la sua testimonianza; secondo la successiva indagine Kroll, una dirigente dell’agenzia l’aveva preparata per circa quindici minuti.
  • [3] Middle East Watch dichiarò di non avere trovato prove convincenti delle uccisioni di massa nelle incubatrici; anche Amnesty International rivide le proprie precedenti affermazioni, riconoscendo l’incertezza sulle dimensioni dell’episodio.
  • [4] Kroll Associates, incaricata dal governo kuwaitiano, raccolse 250 testimonianze e sostenne l’esistenza di alcune morti collegate alla rimozione di neonati dalle apparecchiature, ma ricostruì l’esperienza diretta di Nayirah in termini molto più limitati rispetto all’impressione prodotta dalla testimonianza pubblica.

UNA PROVETTA DAVANTI AL MONDO — IRAQ, 2003

Il 5 febbraio 2003 Colin Powell entrò nella sala del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite portando con sé il prestigio del Segretario di Stato degli Stati Uniti e di un generale che aveva guidato le forze armate americane.

Non era un propagandista sconosciuto. Era Colin Powell.

Per oltre un’ora presentò intercettazioni, fotografie satellitari, testimonianze e ricostruzioni che avrebbero dovuto dimostrare che Saddam Hussein continuava a nascondere programmi per armi chimiche e biologiche. A un certo punto mostrò una piccola fiala per rendere visibile quanto poco antrace sarebbe bastato per provocare una catastrofe.

La fotografia fece il giro del mondo.

Ancora una volta un problema enormemente complesso veniva condensato in un’immagine che chiunque poteva comprendere: una provetta, un uomo autorevole, una minaccia invisibile.

Poche settimane dopo, il 20 marzo, cominciò l’invasione dell’Iraq.

Le grandi scorte di armi di distruzione di massa annunciate prima della guerra non furono trovate.

Nel 2004 il Senate Intelligence Committee concluse che gran parte dei principali giudizi contenuti nella valutazione dell’intelligence americana sulle armi irachene era stata sovrastimata oppure non adeguatamente sostenuta dalle informazioni disponibili. Parlò anche di groupthink: la convinzione condivisa che l’Iraq possedesse programmi WMD attivi aveva portato gli analisti a interpretare elementi ambigui come conferme e a sottovalutare quelli contrari.[1]

Ma la vicenda non si fermò agli errori dell’intelligence. Nel 2008 una successiva indagine bipartisan della stessa Commissione del Senato concluse che diverse dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione Bush sulla minaccia irachena non erano sostenute dalle informazioni d’intelligence disponibili. Fra queste figuravano affermazioni sui rapporti tra Iraq e al-Qaida e sulla capacità irachena di produrre armi chimiche.[2]

Anche il Regno Unito avrebbe riesaminato anni dopo la propria decisione di partecipare alla guerra. La Iraq Inquiry, presieduta da Sir John Chilcot e pubblicata nel 2016, concluse che nel marzo 2003 Saddam Hussein non rappresentava una minaccia imminente e che le valutazioni sulla gravità della minaccia rappresentata dalle armi irachene erano state presentate con una certezza che le prove disponibili non giustificavano.[3]

Questo è il punto che ci interessa.

Non occorre sostenere che ogni funzionario sapesse che ogni informazione fosse falsa. Le successive inchieste mostrano un quadro più complesso: intelligence difettosa, fonti inaffidabili, groupthink, informazioni presentate con eccessiva sicurezza e, in alcuni casi, dichiarazioni politiche che andarono oltre ciò che l’intelligence permetteva di affermare.

Ma nel febbraio 2003 il pubblico non vedeva tutto questo.

Vedeva Colin Powell.

Vedeva una provetta.

E ascoltava il Segretario di Stato della maggiore potenza mondiale parlare davanti alle Nazioni Unite.

Quando anni dopo arrivarono centinaia di pagine di rapporti, commissioni e autocritiche, l’Iraq era già stato invaso.

Ed ecco la seconda domanda:

chi restituisce le conseguenze di una menzogna quando la menzogna viene scoperta?

NOTE

  • [1] U.S. Senate Select Committee on Intelligence, Report on the U.S. Intelligence Community’s Prewar Intelligence Assessments on Iraq, S. Report 108-301, 9 luglio 2004. La Commissione rilevò valutazioni sovrastimate o non sostenute dalle informazioni disponibili e descrisse un fenomeno di groupthink.
  • [2] U.S. Senate Select Committee on Intelligence, Phase II Reports on Prewar Iraq Intelligence, 5 giugno 2008. La maggioranza bipartisan della Commissione concluse che diverse dichiarazioni pubbliche dell’amministrazione non erano corroborate dall’intelligence disponibile.
  • [3] Iraq Inquiry, The Report of the Iraq Inquiry, 6 luglio 2016. L’inchiesta britannica indipendente esaminò il coinvolgimento del Regno Unito in Iraq dal 2001 al 2009 e le valutazioni utilizzate per giustificare l’intervento.

QUANDO L’INTELLIGENCE ENTRA NELLA REDAZIONE

Finora abbiamo incontrato governi che trasformano informazioni in certezze e immagini capaci di orientare l’opinione pubblica. Ma esiste un livello ancora più delicato: che cosa accade quando il confine tra chi produce informazione e chi opera nei servizi d’intelligence diventa permeabile?

Nel 1975 il Senato degli Stati Uniti istituì una commissione speciale presieduta dal democratico Frank Church per indagare sulle attività delle agenzie d’intelligence americane. L’inchiesta fu enorme: circa 800 testimoni ascoltati, 250 audizioni e riunioni, decine di migliaia di documenti esaminati. Il rapporto finale venne pubblicato nell’aprile 1976.[1]

Tra gli argomenti affrontati ce n’era uno particolarmente scomodo: i rapporti della CIA con il mondo dell’informazione.

La Commissione accertò che, fino al febbraio 1976, la CIA manteneva rapporti clandestini con circa cinquanta giornalisti americani o dipendenti di organizzazioni mediatiche statunitensi. Circa metà erano rapporti retribuiti: si andava da agenti stipendiati che utilizzavano la professione giornalistica come copertura a giornalisti che lavoravano come collaboratori indipendenti dell’Agenzia, fino a persone che ricevevano compensi occasionali o rimborsi.[2]

Non era tutto.

Il rapporto descriveva una rete di diverse centinaia di collaboratori stranieri attraverso la quale la CIA disponeva dell’accesso a giornali, periodici, agenzie di stampa, radio, televisioni ed editori. Alcuni fornivano informazioni; altri potevano essere utilizzati per influenzare l’opinione pubblica straniera attraverso propaganda clandestina.[3]

Non stiamo quindi parlando di una teoria nata decenni dopo su Internet.

Lo scrisse una commissione del Senato degli Stati Uniti.

La questione venne considerata abbastanza grave da provocare un cambiamento ufficiale. L’11 febbraio 1976 il direttore della CIA George H. W. Bush annunciò che l’Agenzia non avrebbe più instaurato rapporti retribuiti o contrattuali con giornalisti accreditati presso organizzazioni mediatiche americane.[4] La nuova regola, tuttavia, non eliminava ogni possibile relazione: la stessa documentazione della Commissione rilevava che meno della metà dei circa cinquanta rapporti allora esistenti sarebbe cessata in base alle nuove disposizioni.

La Commissione Church andò oltre e raccomandò che il divieto fosse stabilito per legge, chiedendo inoltre di impedire l’impiego operativo di persone regolarmente coinvolte nella produzione, direzione o definizione delle politiche editoriali dei media americani.[5]

Non significa che ogni giornalista fosse un agente, né che ogni notizia fosse dettata dalla CIA.

Significa qualcosa di molto più importante per il nostro ragionamento:

informazione e apparati non sono sempre stati due mondi separati come il pubblico poteva immaginare.

E se questo è documentato per ciò che accadde mezzo secolo fa, rimane una domanda inevitabile:

quanto conosciamo davvero dei rapporti che esistono oggi?

NOTE

  • [1] U.S. Senate, Senate Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities, Commissione Church, istituita il 27 gennaio 1975; rapporto finale pubblicato il 29 aprile 1976.
  • [2] Final Report of the Select Committee to Study Governmental Operations with Respect to Intelligence Activities, Book I, sezione Covert Relationships with the United States Media. Il rapporto documenta circa cinquanta relazioni clandestine con giornalisti o dipendenti dei media statunitensi, circa metà delle quali retribuite.
  • [3] Ibid. La Commissione descrive inoltre una rete di diverse centinaia di collaboratori stranieri con accesso a numerosi mezzi d’informazione internazionali.
  • [4] CIA, DCI Statement of Policy, 11 febbraio 1976: divieto di nuovi rapporti pagati o contrattuali con corrispondenti accreditati presso media statunitensi.
  • [5] Church Committee, raccomandazioni nn. 45–46: restrizioni alla distribuzione interna di materiale propagandistico non attribuito alla CIA e ai rapporti operativi o contrattuali con giornalisti.

La Redazione

CONTINUA…

  • Fin qui abbiamo raccontato un mondo nel quale il potere dell’informazione aveva ancora volti riconoscibili: governi, servizi d’intelligence, giornali, televisioni, grandi agenzie. La verità poteva arrivare tardi, quando una decisione era già stata presa e le sue conseguenze erano diventate storia.
  • Ma nel frattempo qualcosa è cambiato.
  • Oggi non basta più domandarsi chi produce una versione dei fatti. Dobbiamo chiederci chi decide quali notizie incontreremo, quali immagini appariranno davanti ai nostri occhi e quali, pur esistendo, resteranno invisibili.
  • Nella seconda parte di ABBIAMO PERSO! entreremo nella macchina contemporanea: piattaforme, algoritmi, profilazione, bot e intelligenza artificiale.
  • Perché la domanda non è più soltanto:
  • che valore possiede una verità che arriva quando la decisione è già stata presa?
  • La domanda, adesso, è ancora più inquietante:
  • che valore possiede una verità che arriva in tempo, se nessuno la vede?
  • → Continua nella Parte II — Quando il megafono imparò a conoscerci

NOTA

I casi ricostruiti in questo articolo si basano su documenti ufficiali, commissioni d’inchiesta, materiali successivamente declassificati e fonti pubbliche citate nel testo. Il loro accostamento non intende sostenere l’esistenza di un’unica regia né ricondurre eventi storicamente differenti a un medesimo progetto. Lo scopo è osservare un meccanismo ricorrente: la sproporzione tra la capacità delle grandi strutture politiche, istituzionali e mediatiche di imporre rapidamente una versione dei fatti all’attenzione pubblica e il tempo, spesso molto più lungo, necessario perché dubbi, documenti e smentite riescano a raggiungere lo stesso spazio.

Redazione Inchiostronero

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

NOTA SULLE IMMAGINI

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

 

 

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