Quando il potere possiede il megafono, la verità sussurra 

«ABBIAMO PERSO! – Seconda parte»

Dalle piattaforme agli algoritmi, dai bot all’intelligenza artificiale: il potere dell’informazione non decide soltanto cosa raccontare, ma anche cosa incontreremo

Redazione Inchiostronero

Un tempo bastavano giornali, radio e televisioni per raggiungere milioni di persone. Oggi la macchina dell’informazione dispone di qualcosa di immensamente più potente: piattaforme capaci di selezionare ciò che vediamo, algoritmi che apprendono le nostre preferenze, sistemi di profilazione, bot, immagini sintetiche e intelligenza artificiale. Non è più necessario impedire a una notizia di esistere: può bastare renderla invisibile, sommergerla o fare in modo che un’altra venga mostrata milioni di volte. Davanti a questa potenza restano piccoli giornali, televisioni indipendenti, giornalisti e blogger armati di strumenti infinitamente più modesti. Se la battaglia si misura sulla capacità di raggiungere le persone, abbiamo già perso. Ma è davvero questa l’unica misura possibile?


PRIMA DI CONTINUARE…

  • Questa è la seconda parte di ABBIAMO PERSO!
  • Nella prima abbiamo seguito alcune delle vicende che mostrano quanto possa essere decisivo il momento in cui una versione dei fatti raggiunge l’opinione pubblica: dal Golfo del Tonchino alle incubatrici del Kuwait, dalle armi di distruzione di massa irachene ai rapporti documentati tra intelligence e informazione.
  • Eravamo partiti da una domanda: che cosa vale una verità quando arriva dopo che la storia ha già prodotto le sue conseguenze?
  • La seconda parte compie un passo ulteriore. Perché oggi una notizia non deve soltanto essere prodotta: deve attraversare piattaforme, motori di ricerca, algoritmi e sistemi di raccomandazione prima di incontrare i nostri occhi.
  • Chi non avesse letto la prima parte può cominciare da qui:
  • ← ABBIAMO PERSO! — Parte I: Come si costruiva una verità
  • Poi torni qui. Perché adesso il megafono ha imparato a conoscerci.

PARTE II — Quando il megafono imparò a conoscerci

«Il medium è il messaggio.»
— Marshall McLuhan, Understanding Media, 1964

Indice

  • 6 Non occorre ordinare ai giornali che cosa scrivere
  • 7 Poi arrivò l’algoritmo
  • 8 La fabbrica può funzionare giorno e notte
  • 9 E noi?
  • 10 Abbiamo perso?

NON OCCORRE ORDINARE AI GIORNALI CHE COSA SCRIVERE

Immaginare il controllo dell’informazione come un ministro che telefona al direttore di un giornale e gli ordina quale titolo pubblicare è rassicurante.

Perché sarebbe facile riconoscerlo.

Il potere dell’informazione contemporanea può funzionare in modo molto più semplice: non impedire a qualcuno di parlare, ma determinare chi avrà maggiori possibilità di essere ascoltato.

Un giornale deve sopravvivere economicamente. Una televisione deve sostenere costi enormi. Entrambi dipendono dall’accesso alle fonti, dagli inserzionisti, dalle proprietà, dagli ascolti, dalle relazioni con istituzioni, aziende e centri di potere. Questo non significa che ogni direttore riceva ordini o che ogni giornalista sia condizionato. Significa che l’informazione nasce dentro una struttura economica e sociale, non nel vuoto.

E quella struttura seleziona.

Se un ministro convoca una conferenza stampa, la notizia esiste prima ancora che qualcuno la commenti. Se una grande istituzione pubblica un rapporto, agenzie, televisioni e quotidiani dispongono immediatamente di una fonte riconosciuta. Se un piccolo ricercatore pubblica cento pagine che contraddicono quella versione, dovrà prima conquistarsi ciò che l’istituzione possiede già: l’attenzione.

Anche la scelta degli esperti produce conseguenze. Invitare continuamente alcune voci e ignorarne altre non significa necessariamente censurare queste ultime. Continuano a esistere, possono pubblicare, parlare, aprire un sito.

Semplicemente, rimangono fuori dal campo visivo.

Uno studio dell’AGCOM sull’informazione televisiva italiana, relativo al periodo settembre 2024-agosto 2025, offre un dato impressionante: su ventidue categorie di soggetti monitorati, le prime cinque occupavano l’80% degli interventi in voce; su quindici categorie tematiche, i primi cinque argomenti raggiungevano addirittura il 94%.[1]

Il dato non dimostra l’esistenza di un regista che stabilisce ciò che dobbiamo pensare.

Dimostra qualcosa di diverso: l’attenzione pubblica è una risorsa fortemente concentrata.

Ed è qui che la vecchia idea di censura diventa insufficiente.

Il potere informativo non consiste soltanto nel proibire una notizia. Può consistere nel collocarla a pagina venti anziché in prima pagina; dedicarle trenta secondi invece di dieci minuti; invitare cinque volte un esperto e mai il suo interlocutore; discutere per settimane un argomento e ignorarne un altro.

Nessuno ha necessariamente ordinato nulla.

Eppure, alla fine, alcuni fatti diventano il mondo di cui tutti parlano, mentre altri rimangono confinati ai margini.

La libertà di parola può sopravvivere perfettamente.

Ciò che non è affatto garantito è la libertà di essere visibili.

E finché erano direttori, editori e televisioni a decidere gran parte di questa visibilità, almeno sapevamo dove si trovava il cancello.

Poi arrivò qualcuno capace di spostarlo davanti a ciascuno di noi.

L’algoritmo.

NOTA

[1] Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), Informazione TV: poche voci e pochi temi al centro del dibattito, 30 giugno 2026. Lo studio analizza il “tempo di parola” nei telegiornali, nei programmi di approfondimento e nei canali all news italiani dal 1° settembre 2024 al 31 agosto 2025.

POI ARRIVÒ L’ALGORITMO

Per più di un secolo il potere dell’informazione ha avuto un luogo riconoscibile.

La redazione.

Qualcuno decideva quale notizia mettere in prima pagina, quale relegare nelle pagine interne, quale aprire il telegiornale e quale non meritasse trenta secondi. Potevamo contestare quelle scelte, ma almeno sapevamo che qualcuno le aveva fatte.

Poi arrivò l’algoritmo.

E la prima pagina smise di essere uguale per tutti.

Quando apriamo un social network non vediamo semplicemente ciò che è stato pubblicato. Vediamo una selezione. Quando utilizziamo un motore di ricerca non riceviamo l’intero Web: riceviamo una gerarchia di risultati. Google stesso spiega che i suoi sistemi automatici analizzano numerosi segnali relativi a centinaia di miliardi di pagine e contenuti per stabilire quali risultati mostrare e in quale ordine.[1]

Non c’è nulla di misterioso in questo. Senza selezione, Internet sarebbe inutilizzabile.

Ma proprio qui avviene il salto.

Selezionare significa attribuire visibilità.

Le piattaforme utilizzano sistemi di raccomandazione; possono tenere conto delle interazioni e, in determinati casi, della profilazione degli utenti. Che questo potere abbia conseguenze pubbliche è riconosciuto persino dalla legislazione europea: il Digital Services Act impone alle piattaforme online di dimensioni molto grandi obblighi specifici sui sistemi di raccomandazione e richiede che offrano almeno un’opzione non basata sulla profilazione.[2]

La questione, dunque, non è sostenere che dietro ogni risultato esista qualcuno che decide segretamente ciò che dobbiamo pensare.

È molto più semplice.

Esistono sistemi progettati per selezionare ciò che probabilmente vedremo.

E nel frattempo quei sistemi sono diventati una delle principali porte d’ingresso all’informazione. Nel Digital News Report 2026, il Reuters Institute rileva che, mediamente nei 48 mercati analizzati, social media e reti video sono diventati per la prima volta il modo più diffuso di accedere alle notizie online: 54%, contro il 51% dei siti e delle app delle organizzazioni giornalistiche. Se si aggiungono i chatbot basati sull’intelligenza artificiale, le fonti di accesso attraverso terze parti raggiungono il 56%.[3]

C’è un dato ancora più significativo. Su TikTok e Instagram, oltre metà degli utenti di notizie intervistati dal Reuters Institute afferma di incontrare prevalentemente le notizie mentre si trova sulla piattaforma per fare altro.[4]

Non le ha cercate.

Le ha incontrate.

Questa differenza sembra piccola. È enorme.

Perché il potere informativo non consiste più soltanto nel produrre una notizia, censurarla oppure pubblicarla.

Consiste anche nel determinare la probabilità che quella notizia entri nel nostro campo visivo.

Un contenuto può essere perfettamente legale. Può trovarsi online. Può essere documentato e accessibile a chiunque.

E tuttavia può non comparire mai davanti a noi.

Non è stato cancellato.

Semplicemente, non lo abbiamo incontrato.

Un tempo il potere dell’informazione consisteva soprattutto nel poter decidere che cosa raccontare.

Oggi consiste anche nel poter decidere che cosa vedremo.

NOTE

  • [1] Google Search Central, A Guide to Google Search Ranking Systems. Google descrive l’impiego di sistemi automatici e numerosi segnali per ordinare e presentare i contenuti ritenuti pertinenti e utili.
  • [2] Commissione europea, Digital Services Act — Very Large Online Platforms and Search Engines. Per le piattaforme e i motori di ricerca di grandi dimensioni sono previsti obblighi specifici riguardanti i sistemi di raccomandazione, compresa un’opzione non basata sulla profilazione.
  • [3] Reuters Institute for the Study of Journalism, Digital News Report 2026. Il rapporto copre 48 mercati: social media e reti video raggiungono mediamente il 54% come fonte di notizie; il dato sale al 56% includendo i chatbot IA.
  • [4] Reuters Institute, From broadcast news to streaming and platforms, 2026. Tra gli utenti che consumano notizie sulle rispettive piattaforme, il 54% su TikTok e il 55% su Instagram dichiara di incontrarle prevalentemente mentre utilizza il servizio per altri motivi.

LA FABBRICA PUÒ FUNZIONARE GIORNO E NOTTE

La propaganda del Novecento aveva un problema: costava.

Bisognava scrivere un articolo, stampare un giornale, registrare una trasmissione, produrre un manifesto, pagare persone capaci di parlare lingue differenti. E soprattutto bisognava rivolgersi a una massa: lo stesso messaggio per milioni di individui diversi.

Internet aveva già cambiato tutto questo.

Bot e reti di account coordinati hanno reso possibile moltiplicare artificialmente messaggi, commenti e condivisioni. Il microtargeting ha aggiunto un passaggio ulteriore: non parlare necessariamente a tutti nello stesso modo, ma individuare segmenti differenti di pubblico e indirizzare loro comunicazioni differenti. Non è un’ipotesi teorica: proprio per i rischi connessi alla profilazione, dall’ottobre 2025 l’Unione Europea ha imposto condizioni molto più restrittive al targeting della pubblicità politica online.[1]

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale generativa.

E il costo della produzione è precipitato.

Un sistema può produrre in pochi istanti testi, traduzioni, immagini, profili fittizi e varianti dello stesso contenuto. Nel 2024 OpenAI documentò cinque operazioni clandestine d’influenza che avevano utilizzato i suoi modelli per generare articoli e commenti in più lingue, inventare nomi e biografie per account social, tradurre e correggere testi. È importante aggiungere ciò che la stessa indagine precisò: in quei casi l’impiego dell’IA non aveva prodotto un aumento significativo della portata delle campagne.[2]

La macchina, dunque, esiste. Ma non è onnipotente.

Ed è proprio questo che rende il problema più interessante.

Perché l’IA non garantisce che una propaganda funzioni. Offre però qualcosa che prima richiedeva tempo, denaro e personale: la possibilità di produrre contenuti su scala industriale.

Testi differenti per pubblici differenti. Immagini sintetiche. Voci artificiali. Video manipolati. Deepfake nei quali una persona può apparentemente dire o fare qualcosa che non ha mai detto o fatto.

Il problema è abbastanza concreto perché l’AI Act europeo, con obblighi applicabili dal 2 agosto 2026, richieda trasparenza per determinati contenuti generati o manipolati dall’intelligenza artificiale e, specificamente, per i deepfake.[3]

Ma il cambiamento più profondo potrebbe non essere il falso video perfetto.

Potrebbe essere la quantità.

Mille testi invece di uno. Cento immagini invece di una. Decine di versioni dello stesso messaggio, adattabili rapidamente a lingue, paesi, gruppi e sensibilità differenti.

La vecchia propaganda diceva:

«Questo è il messaggio. Facciamolo arrivare a tutti.»

La nuova può potenzialmente dire:

«Dimmi chi sei. Cercherò il messaggio più adatto a te.»

È il passaggio dalla propaganda di massa alla persuasione potenzialmente personalizzata.

E soprattutto la fabbrica non ha bisogno di chiudere la sera.

Non dorme.

Non si stanca.

Può produrre, modificare, tradurre e ricominciare.

Ventiquattr’ore al giorno.

NOTE

  • [1] Commissione europea, Regolamento (UE) 2024/900 sulla trasparenza e sul targeting della pubblicità politica, pienamente applicabile dal 10 ottobre 2025. Per il targeting online sono previste condizioni più restrittive e il consenso esplicito e separato dell’interessato; determinate categorie sensibili di dati non possono essere utilizzate per la profilazione politica.
  • [2] OpenAI, Disrupting deceptive uses of AI by covert influence operations, 30 maggio 2024. Le operazioni individuate utilizzavano modelli generativi per produrre e tradurre contenuti, creare identità fittizie e svolgere altre attività; secondo l’indagine, nessuna delle cinque campagne esaminate ottenne grazie a tali strumenti un aumento significativo dell’audience.
  • [3] Commissione europea, Transparency obligations under Article 50 of the AI Act. Dal 2 agosto 2026 si applicano obblighi di trasparenza riguardanti, fra l’altro, contenuti sintetici generati o manipolati dall’IA e deepfake.

E NOI?

E poi ci siamo noi.

Il piccolo giornale. La televisione indipendente. Il blogger che lavora davanti a un computer. Il giornalista che non appartiene a una grande redazione. Il ricercatore che passa settimane sopra un documento che forse leggeranno in cinquecento.

Non siamo necessariamente migliori.

Diciamolo subito, perché altrimenti tutto ciò che abbiamo scritto finora perderebbe credibilità.

Anche l’informazione alternativa può sbagliare. Può essere superficiale, ideologica, faziosa. Può innamorarsi di una tesi e cercare soltanto le prove che la confermano. Può trasformare un sospetto in una certezza. Può inseguire il pubblico con un titolo sensazionalistico. Può persino mentire deliberatamente.

La verità non diventa vera perché viene pubblicata da un piccolo giornale.

Ma il problema di queste pagine non è stabilire chi possieda una superiorità morale.

È misurare una sproporzione.

Pensiamo ai casi che abbiamo attraversato.

Il 4 agosto 1964 esistevano già dubbi sul secondo attacco nel Golfo del Tonchino. Ma la certezza pronunciata dal presidente degli Stati Uniti raggiunse immediatamente il mondo.

Nel 1990 milioni di persone conobbero Nayirah e i bambini strappati dalle incubatrici. Quanti conoscevano, nello stesso momento, la sua identità e il lavoro della società di pubbliche relazioni che aveva preparato la testimonianza?

Nel 2003 Colin Powell mostrò una fiala davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Le successive inchieste avrebbero richiesto anni e migliaia di pagine per spiegare quanto fragili fossero molte delle certezze presentate prima della guerra.

Eccola, la sproporzione.

Una grande struttura può sbagliare — o mentire — davanti a milioni di persone contemporaneamente.

Noi possiamo scoprire che aveva torto e raccontarlo a cinquemila.

Non perché qualcuno debba necessariamente bussare alla nostra porta e impedirci di pubblicare. Il nostro articolo può rimanere perfettamente online. Nessuno lo cancella. Nessuno ci arresta. Nessuno brucia il giornale.

Semplicemente, quasi nessuno lo incontra.

Ed è forse questa la forma più difficile da riconoscere della marginalità contemporanea: possedere formalmente la libertà di dire qualcosa senza avere la forza necessaria per farla circolare.

Un tempo avremmo chiamato libertà la possibilità di stampare un giornale.

Oggi dobbiamo aggiungere una domanda:

quante persone avranno la possibilità di sapere che quel giornale esiste?

Perché Davide può avere ancora la sua fionda.

Può persino avere la pietra giusta.

Ma davanti a lui non c’è più soltanto Golia.

Ci sono televisioni, agenzie, uffici stampa, piattaforme, sistemi di raccomandazione, profilazione, bot, contenuti sintetici e una capacità di distribuzione che nessuna piccola redazione può eguagliare.

Noi possiamo avere ragione.

Possiamo avere i documenti.

Possiamo arrivare perfino in tempo.

Ma se nessuno ci vede, che cosa abbiamo vinto?

ABBIAMO PERSO?

Abbiamo perso.

Lo abbiamo scritto all’inizio di queste pagine e, arrivati fin qui, sarebbe facile confermarlo.

Contiamo.

Denaro. Televisioni. Giornali. Agenzie. Ministeri. Uffici stampa. Servizi d’intelligence. Piattaforme. Motori di ricerca. Algoritmi. Sistemi di profilazione. Bot. Intelligenza artificiale. Milioni di schermi accesi contemporaneamente.

Dall’altra parte mettiamo un piccolo giornale, una televisione indipendente, qualche giornalista, un blogger davanti al computer.

Il risultato sembra ridicolo.

Abbiamo perso.

Se la battaglia consiste nel raggiungere più persone, più rapidamente e più frequentemente, non c’è partita.

Ma abbiamo attraversato abbastanza storia per accorgerci che esiste un problema.

Il Golfo del Tonchino non è rimasto per sempre ciò che venne raccontato nell’agosto 1964. La storia delle incubatrici del Kuwait non è rimasta quella pronunciata da una ragazza in lacrime. Le armi di distruzione di massa irachene non sono rimaste quelle mostrate al mondo attraverso una fiala. I rapporti tra intelligence e informazione non sono rimasti sepolti negli archivi.

Qualcuno ha conservato un documento.

Qualcuno ha chiesto di aprire un archivio.

Qualcuno ha confrontato due versioni.

Qualcuno ha continuato a fare una domanda quando tutti sembravano possedere già la risposta.

È poco?

Forse.

Non ha impedito guerre. Non ha restituito vite. Non ha cancellato decisioni politiche già prese. E soprattutto non ha eliminato quella sproporzione dalla quale siamo partiti.

La verità arrivata tardi non può tornare indietro nel tempo.

Ma può impedire qualcosa.

Può impedire che la versione del vincitore diventi l’unica versione possibile.

Qui, forse, abbiamo sbagliato verbo.

Pensavamo che il nostro compito fosse vincere.

Forse il nostro compito è resistere.

Conservare ciò che altri dimenticano. Riprendere una dichiarazione cinque anni dopo e confrontarla con ciò che nel frattempo abbiamo scoperto. Mettere accanto una fotografia e il documento che la contraddice. Ricordare che una certezza di oggi può diventare la smentita di domani.

In una parola: memoria.

Perché il potere dell’informazione possiede un vantaggio formidabile: il presente. Può raggiungerci nel momento esatto in cui dobbiamo indignarci, avere paura, scegliere, accettare, sostenere.

Noi abbiamo qualcosa di molto più povero.

L’archivio.

E l’archivio ha una caratteristica fastidiosa: ricorda.

Ricorda ciò che era stato detto.

Ricorda chi lo aveva detto.

Ricorda con quale certezza era stato detto.

Poi aspetta.

Un giorno qualcuno riapre quella cartella e mette il passato davanti al presente.

Non avrà cento milioni di spettatori. Forse ne avrà mille.

Ma da quel momento esisterà una crepa.

Ed è attraverso quella crepa che può entrare il dubbio.

Non il dubbio sistematico di chi considera falsa qualsiasi versione ufficiale. Sarebbe soltanto il rovescio della stessa credulità. Il dubbio di chi domanda: quali sono le prove? Chi sta parlando? Che cosa sappiamo davvero? Che cosa non sappiamo ancora?

È poco anche questo?

Certamente, davanti alla potenza che abbiamo descritto.

Ma c’è una differenza enorme fra una società nella quale una sola versione rimane negli archivi e una società nella quale qualcuno conserva anche le altre.

E allora torniamo all’immagine dalla quale siamo partiti.

Da una parte Golia.

È diventato immensamente più grande. Non possiede soltanto spada e armatura. Possiede satelliti, televisioni, piattaforme, algoritmi e macchine capaci di produrre parole e immagini senza dormire.

Dall’altra parte c’è ancora Davide.

Questa volta sappiamo che non vincerà necessariamente.

Sappiamo persino che potrebbe essere sconfitto quasi ogni giorno.

Ma continua a chinarsi.

Raccoglie qualcosa da terra.

Non è una grande arma.

È un documento.

Una testimonianza.

Una contraddizione.

Una domanda.

La mette nella fionda.

E ricomincia.

Abbiamo perso?

Se vincere significa possedere il megafono, sì.

Se significa impedire che ciò che viene ripetuto più forte diventi automaticamente vero, allora la battaglia non è finita.

Davide, dopotutto, ha ancora la sua fionda.

La Redazione

 

NOTA

I casi ricostruiti in questo articolo si basano su documenti ufficiali, commissioni d’inchiesta, materiali successivamente declassificati e fonti pubbliche citate nel testo. Il loro accostamento non intende sostenere l’esistenza di un’unica regia né ricondurre eventi storicamente differenti a un medesimo progetto. Lo scopo è osservare un meccanismo ricorrente: la sproporzione tra la capacità delle grandi strutture politiche, istituzionali e mediatiche di imporre rapidamente una versione dei fatti all’attenzione pubblica e il tempo, spesso molto più lungo, necessario perché dubbi, documenti e smentite riescano a raggiungere lo stesso spazio.

Redazione Inchiostronero

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

NOTA SULLE IMMAGINI

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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