Una voce, una generazione, il tempo che resta

«Addio, Maestrone. Adesso siamo noi quelli che restano»
Dovevamo invecchiare per capire Guccini, le sue canzoni e ciò che raccontavano di noi
Redazione Inchiostronero
Questo non vuole essere un necrologio, né un bilancio della lunga carriera di Francesco Guccini. È il ricordo di una voce che ha accompagnato una generazione attraverso politica, amori, disillusioni e memoria. Perché alcuni cantautori si ascoltano; altri finiscono per abitare la nostra biografia. Guccini apparteneva a questi ultimi.
Dovevamo invecchiare per capire Guccini
Francesco Guccini è morto.
Ci sono notizie alle quali si reagisce ricordando una canzone. Con Guccini accade qualcosa di diverso: si ricorda un pezzo della propria vita.
Perché per molti di noi Guccini non è stato semplicemente un cantautore. Era una presenza. Una voce che arrivava dalle osterie, dall’Appennino, dalle discussioni politiche interminabili, dai libri letti e sottolineati, dalle illusioni di una generazione che credeva ancora che discutere del mondo significasse, almeno un poco, poterlo cambiare.
È morto a ottantasei anni. Ma dire che è morto uno dei più importanti cantautori italiani sarebbe terribilmente poco.
È morto uno degli uomini che ci hanno insegnato a ricordare.
E adesso toccherà a noi ricordare lui.
Lo abbiamo chiamato Maestro, anzi Maestrone, anche se probabilmente avrebbe sorriso sotto i baffi davanti a una parola tanto solenne. Maestro di che cosa? Di canzoni, certamente. Ma soprattutto di quella strana arte che consiste nel mettere insieme una storia privata e la Storia con la maiuscola, senza permettere all’una di soffocare l’altra.
Guccini non cantava per impartire lezioni. Raccontava. E raccontando costringeva a pensare.
Nelle sue canzoni c’erano le osterie, i treni, Bologna, Modena, l’Appennino, le amicizie consumate dal tempo, gli amori che finiscono, le illusioni politiche, le generazioni che credono di poter cambiare il mondo e poi scoprono che il mondo, nel frattempo, ha cambiato loro. C’erano libri, storia, rabbia, ironia e quella malinconia padana che non ha nulla di sentimentale: è piuttosto la consapevolezza che tutto passa e che proprio per questo qualcosa merita di essere ricordato.
Anche politicamente Guccini è stato spesso raccontato con un’etichetta troppo semplice: «comunista».
Ma le biografie politiche, soprattutto quelle degli uomini irregolari, mal sopportano le etichette.
Guccini ricordò di avere votato PSIUP, il Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria, non PCI. Può sembrare una distinzione destinata ormai agli specialisti della Prima Repubblica. Non lo è. Il PSIUP nacque nel 1964 dalla scissione della sinistra socialista contraria all’ingresso del PSI nel centrosinistra con la Democrazia Cristiana. Era una sinistra socialista radicale, inquieta, poco incline alla moderazione.
La distinzione dice qualcosa anche di Guccini.
Era uomo di sinistra, certamente, e non lo nascose mai. Ma difficilmente poteva essere ridotto alla disciplina di una chiesa politica. Del resto basta ascoltarlo davvero. Nelle sue canzoni l’ideologia viene continuamente disturbata dall’uomo. Dietro la rivoluzione compare il dubbio; dietro la certezza, l’ironia; dietro la bandiera, qualcuno che invecchia e si domanda che cosa sia rimasto delle promesse.
È forse questo che rende ancora viva La locomotiva. Non soltanto il gesto anarchico, non soltanto la ribellione contro l’ingiustizia, ma l’uomo che decide di lanciare la propria macchina contro un ordine che gli appare insopportabile.
«Non so che viso avesse, neppure come si chiamava»
«La locomotiva comincia quasi come una leggenda tramandata a voce: Guccini non conosce il volto del protagonista e nemmeno il suo nome. Sa però che era giovane, che faceva il ferroviere e che apparteneva a un tempo nel quale la macchina, il progresso e la velocità sembravano promettere un mondo nuovo. Da lì nasce il racconto dell’uomo che trasforma la locomotiva in un gesto estremo di ribellione, lanciandola contro il potere e l’ingiustizia. Non è soltanto una canzone politica: è una ballata epica, quasi ottocentesca, nella quale un uomo comune diventa simbolo proprio perché Guccini lo sottrae all’anonimato della Storia.
E accanto a quella furia c’è il Guccini di Eskimo, dove la politica diventa memoria autobiografica, generazione, amore, contraddizione. C’è Auschwitz, dove qualsiasi appartenenza politica diventa minuscola davanti alla domanda sul male. C’è Cyrano, rivendicazione orgogliosa dell’individuo che rifiuta conformismi, ipocrisie e pensieri confezionati.
Guccini stava dalla sua parte.
Ed era una parte affollata di anarchici, socialisti, perdenti, ribelli, vecchi amici, ferrovieri, studenti, professori, donne amate e uomini incontrati per caso. Un’umanità imperfetta che nelle sue canzoni finiva quasi sempre per essere più importante dell’ideologia chiamata a rappresentarla.
Ma il Guccini che sento più vicino non è forse neppure quello politico.
È quello del tempo.
Pochi cantautori italiani hanno saputo raccontare con altrettanta precisione quella sensazione quasi fisica che proviamo quando ci accorgiamo che un pezzo della nostra vita è diventato passato.
Guccini sapeva che ricordare non significa semplicemente voltarsi indietro. Significa misurare la distanza fra ciò che eravamo e ciò che siamo diventati.
Per questo nelle sue canzoni ritornano gli amici, le stanze, le strade, i bicchieri, le conversazioni interminabili. Piccole cose, apparentemente. Ma sono proprio le piccole cose a dirci che il tempo è passato.
E poi c’era la voce.
Non era una «bella voce» nel significato tradizionale del termine. Era qualcosa di più importante: era riconoscibile. Dopo poche sillabe sapevi che era lui.
Quella voce sembrava arrivare da un tavolo d’osteria più che da uno studio di registrazione. Sembrava sempre che Guccini non stesse cantando davanti a migliaia di persone, ma parlando con quattro amici rimasti fino a tardi, quando le bottiglie sono quasi vuote e le conversazioni diventano improvvisamente serie.
Forse per questo tanti di noi non hanno semplicemente ascoltato Guccini.
Sono invecchiati con Guccini.
Ed è una cosa completamente diversa.
Le sue canzoni cambiano mentre cambiamo noi.
A vent’anni ascolti La locomotiva e senti la rivolta. Vuoi salire su quella macchina, senti l’ingiustizia, la rabbia, il bisogno quasi fisico di prendere posizione.
Poi passano gli anni.
Riascolti Eskimo e cominci ad accorgerti che dietro la politica c’è qualcos’altro. Ci sono gli amori perduti, le occasioni mancate, le convinzioni che sembravano incrollabili e che il tempo ha lentamente trasformato.
Poi arriva un’età nella quale Canzone per un’amica, Incontro o Il vecchio e il bambino smettono di essere soltanto canzoni.
Diventano luoghi della memoria.
È questo il privilegio concesso ai grandi autori: scrivono una cosa e noi, vivendo, continuiamo a cambiarne il significato.
Dovevamo invecchiare per capire Guccini.
Da giovani ci aveva parlato della rivoluzione.
Da adulti ci aveva parlato della disillusione.
Da vecchi ci ha insegnato la memoria.
Guccini aveva inoltre una qualità diventata rarissima: possedeva cultura senza ostentarla. Poteva passare dalla storia alla letteratura, dalla politica a un ricordo personale, da una citazione colta a un’osteria, senza trasformare la canzone in una conferenza.
Le parole colte convivevano con quelle quotidiane perché per lui la cultura non era decorazione.
Era il modo naturale di guardare il mondo.
Apparteneva inoltre a un’epoca nella quale si poteva essere schierati senza rinunciare al dubbio. Si poteva avere una parte senza trasformarla necessariamente in una gabbia. Si poteva discutere per ore, magari furiosamente, e poi restare allo stesso tavolo.
Oggi che tutto deve essere immediatamente classificato — destra, sinistra, amico, nemico, progressista, reazionario — quella libertà appare quasi sovversiva.
Ora il Maestrone se n’è andato.
E viene spontaneo pensare che avrebbe sopportato male anche le celebrazioni, gli speciali televisivi, le commemorazioni ufficiali, le frasi solenni che inevitabilmente accompagnano la morte degli uomini diventati simboli.
Preferisco allora immaginarlo altrove.
A un tavolo.
Un bicchiere davanti. Qualcuno che discute. Qualcuno che esagera. Qualcuno che ricorda male una storia e lui che lo interrompe per precisare una data, un nome, una parola.
Perché Guccini era anche questo: memoria.
Una memoria non pacificata, però. Non quella che abbellisce il passato perché abbiamo paura del presente. La sua memoria conservava gli errori, le sconfitte, le ingenuità, gli amori finiti, le amicizie perdute, le illusioni politiche.
Conservava persino le contraddizioni.
Ora restano le canzoni.
Ma dire «restano le canzoni» è ancora troppo poco.
Restiamo noi, soprattutto.
Noi che abbiamo avuto vent’anni ascoltando La locomotiva e che molti anni dopo abbiamo scoperto che dentro Incontro, Eskimo, Canzone per un’amica o Il vecchio e il bambino c’era qualcosa che a vent’anni non potevamo ancora capire.
Occorreva vivere.
Occorreva perdere qualcuno.
Occorreva vedere qualche certezza sgretolarsi.
Occorreva scoprire che certe amicizie sembrano eterne e invece finiscono, mentre altre scompaiono per decenni e basta un nome per farle tornare vive.
Occorreva, semplicemente, invecchiare.
Adesso che Francesco Guccini non c’è più, possiamo forse capire fino in fondo una delle cose che le sue canzoni ci hanno ripetuto per tutta la vita: non siamo noi a possedere il tempo.
È il tempo che, lentamente, possiede noi.
Per questo non credo che il modo migliore per ricordarlo sia trasformarlo in un monumento. I monumenti sono immobili, mentre le canzoni di Guccini continuano a muoversi dentro chi le ascolta.
Una sera, magari fra molti anni, qualcuno metterà ancora un suo disco.
Partiranno poche note.
E in una stanza compariranno improvvisamente un’osteria che non esiste più, una ragazza che avevamo dimenticato, un amico che non vediamo da quarant’anni, una discussione politica nella quale eravamo convinti di avere ragione, un viaggio in automobile, una notte passata a parlare fino all’alba.
Quella persona crederà di stare ascoltando Guccini.
In realtà starà ascoltando se stessa.
È questo che fanno i grandi autori: a un certo punto smettono di raccontarci la loro vita e cominciano, misteriosamente, a raccontarci la nostra.
Addio, Maestrone.
Questa volta l’osteria chiude davvero.
Ma al tavolo, per fortuna, siamo rimasti ancora in molti.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero