Tra mito antisistema e realtà imperiale

«American Psycho»

Dal mito antisistema alla crisi dell’unipolarismo americano.

Il Simplicissimus

L’adesione persistente al trumpismo, nonostante le sue contraddizioni evidenti, rivela qualcosa che va oltre la cronaca politica: una disposizione mentale collettiva, una vera e propria psicologia americana incapace di riconoscere il declino dell’unipolarismo e la fine dell’illusione globalista. In questo scenario, la promessa di restaurare sovranità e democrazia reale si è progressivamente trasformata in un racconto simbolico più che in un progetto politico concreto. Il risultato è un paradosso: mentre cresce la multipolarità e si ridefiniscono i rapporti di forza globali, una parte dell’opinione pubblica continua a leggere il presente attraverso categorie ormai insufficienti. American Psyco diventa così la metafora di una crisi culturale prima ancora che geopolitica: la difficoltà di distinguere tra opposizione al globalismo e riproduzione delle sue logiche profonde. (N:R.)


In giro ci sono ancora trumpiani e questo è ancora più incredibile delle tante assurdità che vediamo. Essere trumpiani aveva un senso quando si pensava che The Donald avrebbe fatto piazza pulita degli aspetti più idioti del globalismo, un’ideologia raccogliticcia, un patchwork sospetto che faceva da schermo politico – morale all’ascesa di un innovativo sistema di rapina di diritti e di democrazia reale, in vista di un nuovo modello di profitto e di un ritorno al medioevo, con i suoi onnipotenti feudatari e i suoi servi della gleba, obbligati, per giunta, a sentirsi riconoscenti e felici per essere stati depredati della loro dignità e del loro spazio politico. Però già dopo qualche mese si è capito che qualcosa non stava funzionando, soprattutto perché una vera battaglia contro il globalismo avrebbe dovuto accompagnarsi al riconoscimento della multipolarità, che era ormai nelle cose, nei fatti, nei rapporti di potere effettivo e s’incarnava, sempre che i soldi possano farlo, nel colossale debito degli Usa. Ma anche perché restituiva senso alle differenze culturali, schiacciate dentro un meccanismo di “normalizzazione” neoliberista allargata all’intero pianeta.

C’erano tutte le premesse perché fosse questo il senso di una presidenza e, nonostante la guerra in Ucraina non fosse cessata dopo 24 ore, come da relativa promessa, c’era stato alla fine il vertice in Alaska che aveva scandalizzato i gerarchi europei, i quali dicevano che così si legittimava Putin. Ora il presidente della Federazione russa può essere legittimato o delegittimato solo dai cittadini russi, non certo da un’accolita di abominevoli pedofili o complici dei medesimi che circola tra New York, Londra, Tel Aviv e Bruxelles. Nonostante le sparate dei primi giorni sulla Groenlandia e sul Canada, le intemperanze nel voler rispolverare la dottrina Monroe, quell’incontro sembrava testimoniare un cambiamento al di là dei risultati piuttosto vaghi e aleatori che aveva sortito. Poi qualcosa si è spezzato, anzi è crollato e Trump si è trasformato rapidamente in una specie di Conan il barbaro. Per prima cosa ha abbandonato il punto centrale, ovvero il mondo multipolare: ha attaccato il Venezuela con un’operazione in puro stile gangster, chiedendo ovviamente scusa ai gangster; ha tentato di chiudere il vaso di Pandora del caso Epstein, ritrovandosi implicato negli aspetti più sordidi di questa ignobile vicenda; ha sostenuto il genocidio a Gaza; ha lanciato un primo attacco contro l’Iran e ora si trova impegnato in una guerra brutale, quasi agli antipodi del territorio statunitense.

Come si sia prodotta questa mutazione non saprei dire: un fattore patologico intervenuto con l’età o da sempre presente, ma in qualche modo nascosto, oppure l’aver tardivamente scoperto di essere egli stesso uno di quei protagonisti del nuovo medioevo contro il quale si era candidato, o ancora, la consapevolezza di non poter sfuggire a un sistema basato sul ricatto. Di certo Trump non ha doti caratteriali tali da poter gestire la cosa pubblica e quanto alle capacità intellettuali siamo ai minimi termini, si direbbe appena un passo sopra la microcefalia, come del resto spesso capita a chi ha avuto la dorata infanzia, adolescenza e giovinezza dei ricchi. Del resto, lo stesso Epstein nel 2017 scrisse di lui in una mail all’ex segretario al Tesoro Larry Summers: “Il mondo non capisce quanto è stupido Trump”. Ma insomma le diagnosi psichiatriche nei termini, ma politiche nella sostanza, si sono sprecate soprattutto durante la prima presidenza di The Donald: narcisismo maligno, solipsismo, triade oscura e tutta una serie di analisi a distanza che, se prese seriamente e non quale giochino salottiero, sono francamente ridicole. Certo capita a tutti, anche a me, di definire folli le scelte del presidente. Ma Trump non è folle, come non lo era Hitler o un sacco di altri personaggi storici spesso definiti tali per l’incapacità di vedere dietro le apparenze. La vera follia è quella complessiva dell’America. Come ha scritto Allen Frances, uno di coloro che hanno contribuito a mettere a punto il concetto di disturbo narcisistico di personalità: Trump potrà anche essere un cattivo presidente, ma non è pazzo, lo è al contrario l’America. Tutti i difetti che gli vengono attribuiti appartengono all’intera società d’oltreoceano che oggi si trova a dover fare i conti con se stessa, a scontrarsi con l’apparenza della democrazia e la sostanza dell’oligarchia, una contraddizione che fino ad ora ha retto grazie al rastrellamento di risorse da tutto il mondo per la creazione di una società del debito, di fatto garantito solo dal dollaro e dalle armi. Se questo viene meno, ci saranno lotte sociali che generalmente negli States vengono considerate come un oggetto misterioso e maligno. Ma è angoscioso anche perdere l’aura di Paese eccezionale e dalla parte del bene, grazie alla quale gli Usa si sono scaricati la coscienza per centinaia di guerre, di sanguinosi cambi di regime, di atti di terrorismo teleguidato, di guerriglie e colpi di stato volti a tenere in piedi un sistema che è divenuto sempre più traballante, sempre più a rischio e dunque sempre più follemente determinato a far qualunque cosa pur di sopravvivere. American Psycho (1)è stato da questo punto di vista un romanzo profetico: alla fine qualcuno prende l’ascia.

Una società può impazzire come una singola mente? Non solo è possibile, anzi è quasi più facile che accada. Trump pensava di poter gestire tutto questo, ma alla fine si è accorto di non poterlo fare, di non essere in grado e oggi, più di ogni altro presidente, si lascia trascinare dai bassi istinti della nazione che presiede.

Redazione

 

 

Consigli di lettura

(1)

 

 

 

Descrizione

Un romanzo insieme terribile e comico.

Patrick Bateman è giovane, bello, ricco. Vive a Manhattan, lavora a Wall Street, e con i colleghi Timothy Price, David Van Patten e Craig McDermott frequenta i locali più alla moda, le palestre più esclusive e le toilette dove gira la miglior cocaina della città, discutendo di nuovi ristoranti, cameriere corpoduro ed eleganza maschile. Secondo Evelyn Richards, la sua giovane, bella e ricca fidanzata, Patrick Bateman è «il ragazzo della porta accanto». Ma la vita del protagonista di Amrican Psycho è scandita da altre ossessioni. Quando le tenebre scendono su New York, Patrick si trasforma in un torturatore omicida, freddo, metodico, spietato. Al punto da incarnare l’orrore. Con American Psycho Bret Easton Ellis ha scritto il libro che meglio di ogni altro racconta gli anni Ottanta. Un decennio che, ora lo sappiamo, non è stato semplicemente una parentesi, ma l’inizio di qualcosa. Così, questo viaggio senza ritorno nella follia e nella spersonalizzazione a base di immagini patinate e ultraviolenza non ci parla solo di un «eroe» e del suo tempo, ma finisce per rappresentare noi stessi e i nostri giorni. E anche quelli che verranno. (Giuseppe Culicchia)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«UNA CRISI PETROLIFERA CHE DURERÀ CINQUE ANNI»

Un cessate il fuoco non è una squadra di riparazione …