Dietro la guerra, lo scontro fra due modelli

«Boris, i droni e la finanza»

Da Londra all’Ucraina, il Simplicissimus legge la guerra come conflitto fra finanza globale e sovranità economica nazionale

Il Simplicissimus

Un drone russo, un treno e Boris Johnson sono soltanto il punto di partenza. Il Simplicissimus usa l’episodio per interrogarsi sull’accanimento britannico nel conflitto ucraino e propone una lettura che va oltre la contrapposizione fra democrazie e autocrazie. Secondo l’autore, dietro la guerra emergerebbe uno scontro più profondo fra due modelli: da una parte il sistema finanziario e globalizzato sviluppatosi storicamente attorno a Londra, fondato sulla libera circolazione dei capitali e sulla ricerca del massimo rendimento; dall’altra economie nazionali orientate a trattenere e investire risorse nello sviluppo interno. Dentro questa contrapposizione il Simplicissimus rilegge anche destra e sinistra, accusando entrambe di non comprendere fino in fondo la trasformazione del rapporto fra capitalismo, globalizzazione e Stato nazionale (N.R.)


Com’è noto l’altro giorno un drone russo ha distrutto la motrice, ma solo quella, di un treno sul quale viaggiava uno degli individui più repellenti che esistano sulla faccia della terra, ovvero il grasso, molliccio e sudaticcio Boris Johnson, l’uomo che da sempre ha impedito la pace in Ucraina, il santo protettore di una strage infinita. Un vero peccato che l’ordigno russo non lo abbia centrato, anche se i passeggeri del treno hanno vissuto uno spavento terribile. E immaginate, si è impaurito persino un italiano, cosa evidentemente così rara e così ineducata da parte dei russi che ha fatto indignare i giornaloni, nostrani che a quanto pare hanno Wall Street come padrone anche se in qualità di appendici pendule, sì, proprio come quelle cose che sappiamo. E si fanno riconoscere per tali in maniera inequivocabile.

Il banchetto dell’impero finanziario. Qualsiasi costo che riduca i rendimenti del capitale deve essere drasticamente ridotto

Ci sarebbe però da chiedersi come mai la Gran Bretagna, ormai del tutto priva di un credibile ruolo internazionale, con una flotta che naviga perennemente in cantiere, debiti alle stelle e una manciata di uomini a disposizione, sia il Paese che alimenta una strage insensata, con un accanimento che ha del mostruoso e del patetico assieme. Ma la cosa si spiega facilmente: l’Inghilterra in particolare è uno dei poli che sta conducendo la battaglia senza esclusione di colpi in una vasta porzione del pianeta. Il conflitto a cui assistiamo nella vana speranza di non esserne coinvolti direttamente, deriva infatti dallo scontro tra due sistemi di governance, che poco hanno a che vedere con la democrazia o l’autocrazia, ma con il sistema di mercato e di libero scambio, divenuto politico proprio a Londra e i sistemi nazionali che sono invece (o forse bisognerebbe dire sono stati, in riferimento all’Europa) tipici di altri Paesi, come Russia, Cina, Italia, Germania o Francia, tanto per fare qualche esempio. Il primo sistema estrae ricchezza e la concentra nelle mani di un’oligarchia finanziaria e dei suoi maggiori clienti aziendali. Il libero scambio implica la rimozione di tutte le barriere alla libera circolazione dei capitali a livello mondiale, sempre alla ricerca dei massimi rendimenti possibili. Qualsiasi costo che riduca i rendimenti del capitale deve essere drasticamente ridotto: spesa sociale, welfare, scuola, assistenza sanitaria. Infatti, nell’ambito del sistema di libero scambio, le nazioni sono obbligate a competere per i capitali di investimento deprimendo sistematicamente salari, sicurezza del lavoro, pensioni, servizi sanitari e istruzione. Pertanto, il sistema di libero scambio di origine britannica, si configura come una corsa al ribasso e di fatto si sovrappone a un sistema colonialista che non tollera opposizioni e richiede sottomissione, che si tratti di Cuba, Venezuela, Russia, Cina, Corea del Nord, Yemen o Iran o anche dei vecchi prigionieri illusi come gli europei.

Nell’altro sistema, quello che chiameremo nazionale, tanto per intenderci, si mira a stimolare la produzione interna, ad accumulare capitali in patria e a investirli nello sviluppo della società, nelle infrastrutture, nell’istruzione, nella ricerca, nell’innovazione, nella cultura e in altri ambiti che elevino il tenore di vita e la qualità della vita del Paese. Questo è lo scontro reale che vediamo in atto. Come postilla politica potremmo dire che, in questa cornice, la cosiddetta destra semplicemente non esiste più, non essendo che neoliberismo di mercato con appena una spruzzata superficiale di interesse nazionale che è solo uno specchietto per le allodole, anzi per la “ggente”. La sinistra dal canto suo non riuscendo a comprendere che le stesse cose acquistano significati diversi a seconda del contesto e delle epoche, rimugina ancora sul fatto che il capitalismo nella prima metà del secolo secolo scorso si è servito dei sentimenti nazionali per contrastare le lotte sociali e non riesce a vedere come invece oggi trovi proprio negli stati nazione il suo avversario e nel globalismo la sua acqua. Il suo nemico non è più lo stato borghese di cento e passa anni fa, ma lo stato sociale che ne è poi nato dopo la tragedia delle guerre mondiali. Mi chiedo come sia possibile un simile equivoco.

Qui il discorso si farebbe lungo, ma possiamo capire benissimo come sia proprio il governo di Sua Maestà delle shampiste, ad essere quello che accanitamente vuole la distruzione della Russia, ovvero della nazione più forte, almeno militarmente, del fronte avversario. Questa cricca di degenerati è disposta anche alla guerra nucleare pur di non cedere all’evidenza e se fossi in Boris Johnson non sarei così sicuro di averla scampata.

Redazione

 

 

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

 

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