Quando persino la cortesia diventa cattiva educazione

«Buon appetito!»

Tra galateo, mode e divieti, anche mangiare insieme rischia di diventare complicato davvero

Il Simplicissimus

Dire «buon appetito» è diventato sconveniente? Partendo da una delle prescrizioni più curiose attribuite al galateo contemporaneo, Il Simplicissimus si diverte a mettere alla berlina regole, esperti e rituali dell’etichetta. Da Carlo Magno alle forchette con i rebbi rivolti verso il basso, una provocazione ironica contro l’idea che la naturale gentilezza debba essere sostituita da un catalogo di comportamenti prescritti. Perché forse il vero savoir-faire non consiste nel conoscere cento regole, ma nel sapere stare con gli altri senza bisogno di consultare il manuale. (N.R.)


E lasciatemi divertire come in quella poesia di Palazzeschi in cui si fa finta di dir corbellerie mentre si tenta di arrivare al midollo. Probabilmente avrete appreso dalle innumerevoli trasmissioni in cui ci viene impartito il bon ton, soprattutto da persone che non hanno nulla a che fare con il medesimo, che non è più di moda augurare Buon Appetito ai commensali. Non si sa chi ha stabilito questo, se non una fantomatica Accademia italiana Galateo, fondata nel 2019 e che riprova del suo immarcescibile bon ton, presenta il suo statuto in una orribile serie di foto di fogli ingialliti. Va bene, libri, corsi, insomma una serie di innocui e probabilmente costosi trappoloni per “sciure” masterizzate che adesso si guarderanno bene dall’augurare agli ospiti buon appetito, abitudine che risale a Carlo Magno e ai suoi banchetti organizzati per la servitù di palazzo. E nemmeno si può più dire buon pranzo o buona cena. Il che forse corrisponde perfettamente alla sostanza di piatti per godere dei quali occorre più che coraggio che gusto. Del resto ogni bon ton è profondamente cafone perché prescinde dalla naturale gentilezza e savoir faire sostituito da regole artificiali, spesso semplicemente ridicole o del tutto gratuite. Tanto per fare un esempio, quello delle forchette con i rebbi orientati vero il basso, semplicemente perché un tempo era in quella posizione che era apposto lo stemma nobiliare dell’ospite. Ma questo nemmeno i finti esperti di etichetto lo sanno.

Tutto ciò non stupisce: la storia dei galatei a cominciare da quello di Monsignor della Casa, ci dice che il bon ton si affolla nel momento in cui i tempi cambiano e c’è bisogno di una sorta di ponte tra il passato e il presente, di conservare la forma mentre cambia la sostanza. Cominciarono ad uscire nel ‘500 quando il medioevo si dileguava e tornarono in auge negli ultimi tempi della corte di Versailles, quando l’ascesa della borghesia, annunciava il diluvio della rivoluzione. Fu allora e in quell’ambiente che l’abitudine di dire buon appetito fu per la prima volta contestata. particolarmente sotto Luigi XVI, almeno finché conservò la testa, perché veniva detto dai cuochi, sottintendendo che i commensali avrebbero dovuto mangiare tutto per non spiacere al sovrano. Un po’ come a master chef si lodano orrendi brodini che solo un sostanzioso cachet induce ad assaggiare. Ma queste sono interpretazioni poco dimostrabili: al fondo c’era la volontà della piccola come della grande borghesia di darsi un’etichetta, di imitare le corti e c’era da parte della rivoluzione la volontà di costruire una nazione elidendo le enormi differenze tra le varie regioni del Regno. In Italia la galateo mania venne un po’ dopo, a partire dalla metà dell’Ottocento, quando la società cominciava davvero a trasformarsi e la borghesia ad imporsi: in fondo le cosiddette buone maniere, pur attraverso il formalismo in qualche modo rivelano rapporti, contesti e conflitti che riguardano la società nel suo complesso.

Ecco perché anche oggi siano afflitti dal dilagante bontonnismo, che grazie ai mezzi di comunicazione, inesistenti nelle epoche precedenti, diventa per forza qualcosa di diverso dal passato, ossia massificazione. Ora non possiamo dire Buon appetito, Buona cena e Buon pranzo perché l’allusione al cibo viene ritenuto volgare, mentre si dovrebbe mettere l’accento sulla convivialità, secondo le frivole spiegazioni degli illustri esperti del settore. Peccato che quest’ultima, come dice la parola stessa, la quale deriva da convivium, ovvero banchetto in latino, è strettamente collegata proprio all’atto del mangiare che di per se stesso attiva i circuiti di ricompensa nel cervello, liberando dopamina e regalando un sollievo immediato sebbene momentaneo. Spesso il cibo agisce come un anestetico emotivo per placare ansia o per attenuare i conflitti ed è proprio per questo che a tavola si siglano paci e contratti e vengono persino smorzati conflitti familiari incancreniti.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Però oggi di cibo non si può più parlare e se se ne parla è solo per dire che è cibo spazzatura, ancorché si tratti pur sempre di prodotti industriali: un potente meccanismo mediatico e migliaia di trasmissioni stanno via via trasformando questo elemento vitale in qualcosa di meramente estetico, in gioco, in futile esercizio “sensoriale” come dicono critici, cuochi e sedicenti esperti, nemmeno immaginando che tutta la vita non è altro che un flusso sensoriale. Ma diciamo che una cosa è leggere Platone da ragazzi, un’altra allenarsi a spadellare o a tagliare la cipolla con funambolica velocità. Ma insomma in qualche modo bisogna pure a darla a bere: la cucina è diventata spettacolo, spesso solo da ricchi, purtroppo imitati anche nei peggiori bar di Caracas, per i quali il cibo non è certo un problema e nemmeno ne vogliono sentirne parlare. Si è persino arrivati a coniugare in un solo elemento il panem ai circenses televisivi. Allo stesso modo con cui i pasionari del clima con il conto miliardario giungono con i loro jet privati a fare la predica ai poveracci che usano l’auto. Tutto diventa astratto e irreale, basta “impiattare” per raggiungere lo scopo e una schifezza priva di senso diventa un manicaretto. Per questo dovremmo dire con orgoglio buon appetito o frasi equivalenti per ogni ambito della vita. Soprattutto, Smettetela di dire cazzate e incrociare le posate sul piatto per dire che stiamo ancora mangiando la foglia.

Redazione

 

 

 

  • Nota sulle immagini
    Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale
  • generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

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