Ogni città è costruita sul tempo, anche quando preferiamo dimenticarlo.

«CAMMINIAMO SOPRA I MORTI»

Dalla tomba etrusca riemersa a Pontecagnano alla città contemporanea: sotto le nostre case sopravvivono vite, memorie e mondi dimenticati

Redazione Inchiostronero

La scoperta di una rara tomba etrusca durante i lavori per un nuovo complesso edilizio a Pontecagnano offre qualcosa di più di una notizia archeologica. Sotto le nostre città esistono altre città, altre vite e altri modi di considerare gli stessi luoghi. Scavare significa allora incontrare non soltanto il passato, ma la provvisorietà del nostro presente. Perché camminiamo sopra coloro che ci hanno preceduto, mentre dimentichiamo che un giorno saremo noi il passato sotto i piedi di qualcun altro.


Una tomba sotto la città

Nel cuore della moderna Pontecagnano Faiano, in provincia di Salerno, si doveva costruire un complesso edilizio privato. Prima di costruire, però, sono arrivate le indagini archeologiche preventive. Ed è accaduto ciò che in Italia può accadere quasi ovunque: scavando per il futuro è comparso il passato.

Gli archeologi hanno individuato quattro sepolture risalenti alla prima metà del VI secolo a.C. Una di esse, la Tomba 10188, è particolarmente rara: un grande cratere figurato prodotto a Corinto conteneva le ossa combuste del defunto ed era protetto da una struttura in travertino. Una tomba «a cubo», tipologia della quale a Pontecagnano erano conosciuti soltanto altri due esempi. Gli elementi della sepoltura fanno pensare a una persona appartenente a un ceto elevato.

C’è però un particolare apparentemente secondario che racconta forse più di ogni altro il nostro rapporto con il passato: alcune delle tombe erano già state parzialmente danneggiate da un moderno impianto fognario.

Una fognatura, una tomba etrusca, un edificio ancora da costruire.

Tre tempi diversi dentro pochi metri di terra.

La città verticale

Siamo abituati a pensare le città orizzontalmente. Ci spostiamo da una strada all’altra, da una piazza a un quartiere. Raramente pensiamo a ciò che esiste sotto i nostri piedi.

Eppure una città possiede anche una dimensione verticale.

Sotto il presente ci sono altri presenti diventati passato.

A Pontecagnano questo fenomeno assume proporzioni impressionanti. Il territorio conserva testimonianze di occupazione stabile già nell’Età del Rame. Nell’età del Ferro vi sorse un importante insediamento etrusco; secoli dopo, sul sito dell’abitato etrusco-campano, i Romani fondarono Picentia. Le necropoli della zona hanno restituito più di diecimila sepolture.

Non è un’eccezione. È una delle caratteristiche fondamentali della civiltà umana.

Roma ha costruito sopra Roma. Le città medievali hanno utilizzato pietre romane. Chiese cristiane sono sorte sopra edifici precedenti. Palazzi, strade e piazze hanno cancellato, inglobato o semplicemente ricoperto ciò che esisteva prima.

Costruire significa spesso costruire sopra.

L’archeologia ci obbliga così a rovesciare una delle nostre illusioni più resistenti: quella di vivere in un presente autosufficiente.

Dove mettiamo i morti

C‘è poi qualcosa di ancora più profondo.

Ogni civiltà ha dovuto decidere dove collocare i propri morti.

Li abbiamo sepolti fuori dalle città, lungo le strade, attorno alle chiese, sotto i pavimenti degli edifici religiosi. Abbiamo costruito necropoli, catacombe, mausolei, cimiteri monumentali. Abbiamo allontanato il corpo dalla vita quotidiana, ma abbiamo continuato a cercare la vicinanza del morto.

È un’antica contraddizione umana.

Vogliamo separare la morte dalla vita e, contemporaneamente, impedire che chi è morto scompaia completamente.

La tomba serve anche a questo. Dice:

qui qualcuno è stato.

L’uomo sepolto a Pontecagnano duemilacinquecento anni fa non era soltanto un insieme di ossa da sottrarre alla vista. Qualcuno compì un rito, utilizzò un prezioso vaso proveniente da Corinto, costruì una protezione di travertino e affidò alla terra ciò che rimaneva del defunto. Quel cratere, oggetto legato al simposio e alla mescita del vino, contribuiva a rappresentarne rango e identità.

Quelle persone non potevano sapere chi avrebbe abitato quel luogo dopo di loro.

Noi sappiamo ancora meno di chi lo abiterà dopo di noi.

Di chi è veramente la terra?

Qui la scoperta archeologica diventa una domanda filosofica.

Diciamo continuamente: la mia casa, il mio terreno, la nostra città.

È necessario farlo. La proprietà stabilisce diritti, responsabilità, confini. Ma basta introdurre il tempo perché quella sicurezza cominci a vacillare.

Quanto dura infatti il nostro possesso rispetto alla storia di un luogo?

Una casa può appartenere a una famiglia per cinquant’anni. Un terreno per un secolo. Una città può conservare lo stesso nome per millenni. Ma il suolo sul quale sorgono ha conosciuto uomini che parlavano altre lingue, pregavano altri dèi, obbedivano ad altre leggi e probabilmente erano altrettanto convinti che quel luogo appartenesse a loro.

L’archeologia introduce nel concetto di proprietà una parola poco gradita alla nostra epoca:

provvisorietà.

Forse non possediamo veramente i luoghi.

Li custodiamo per un certo tempo. Poi li lasciamo.

La memoria sotto l’asfalto

La città contemporanea tende invece a nascondere questa profondità temporale.

L’asfalto è una superficie straordinariamente rassicurante. Cancella ciò che c’era prima e offre l’impressione che il mondo cominci da lì.

Poi arriva uno scavo.

Una metropolitana, le fondamenta di un edificio, una conduttura. La macchina scende di qualche metro e improvvisamente la città perde la propria innocenza cronologica.

Compare un muro.

Una moneta.

Un pavimento.

Una tomba.

E quella che fino al giorno precedente era semplicemente una strada diventa il soffitto di un mondo scomparso.

È forse questo il fascino più profondo dell’archeologia: non ci mostra soltanto oggetti antichi.

Ridimensiona il presente.

Tramonto sulle rovine etrusche di Pontecagnano Faiano

Ci ricorda che altri uomini hanno avuto paure, ambizioni, amori, proprietà, ricchezze e progetti che sembravano importantissimi mentre erano vivi. Poi il loro presente è diventato archeologia.

Marco Aurelio condensa questa vertigine temporale in poche parole:

«Tutto è effimero: il ricordo e l’oggetto ricordato.»
— Marco Aurelio, Meditazioni, IV, 35

Non è necessariamente un pensiero lugubre.

Può essere, al contrario, una forma di misura. Se tutto ciò che consideriamo definitivo è destinato a diventare provvisorio, anche il nostro rapporto con i luoghi cambia. Non siamo l’ultima generazione. Siamo semplicemente quella che li abita adesso.

E da molto lontano arriva un’altra voce.

È quella delle antiche formule funerarie nelle quali il morto sembra rivolgersi direttamente al passante:

«Quod tu es, ego fui; quod ego sum, tu eris.»
Ciò che tu sei, io fui; ciò che io sono, tu sarai.

Non occorre aggiungere molto.

Il morto non chiede compassione.

Ricorda al vivo il suo turno.

Il prossimo strato

Torniamo allora a Pontecagnano.

Qualcuno vuole costruire un edificio. Per farlo bisogna scavare. Scavando emerge una tomba. Dentro quella tomba ci sono i resti di un uomo vissuto nel VI secolo avanti Cristo.

Il progetto guarda avanti.

La tomba guarda indietro.

Noi siamo esattamente nel mezzo.

Probabilmente è questo che rende simili scoperte tanto affascinanti. Per qualche istante interrompono la nostra presunzione di essere il punto d’arrivo della storia.

Camminiamo sopra i morti senza accorgercene. Sopra case scomparse, strade cancellate, luoghi sacri dimenticati, vite delle quali spesso non conosciamo neppure il nome.

Ma c’è una seconda parte della frase che preferiamo non pronunciare.

Un giorno altri cammineranno sopra di noi.

Forse non troveranno crateri corinzi né tombe di travertino. Troveranno cemento, tubature, fondamenta, oggetti quotidiani. Cercheranno di capire chi eravamo attraverso ciò che avremo lasciato.

E forse chiameranno «strato archeologico» quello che noi, oggi, chiamiamo semplicemente presente.

La domanda allora non riguarda più gli Etruschi di Pontecagnano.

Riguarda noi:

quando diciamo di abitare un luogo, siamo davvero i suoi proprietari oppure soltanto gli abitanti provvisori del prossimo strato della storia?

La Redazione

 

 

 

Note e riferimenti

  • [1] Ministero della Cultura, Direzione generale Archeologia, belle arti e paesaggio, documentazione relativa alle indagini di archeologia preventiva e al rinvenimento delle sepolture di Pontecagnano Faiano, settembre 2026.
  • [2] Museo Archeologico Nazionale di Pontecagnano «Etruschi di frontiera», documentazione sulla storia dell’insediamento etrusco-campano e sulle necropoli di Pontecagnano.
  • [3] Marco Aurelio, Meditazioni, IV, 35. La formulazione italiana può variare leggermente secondo la traduzione adottata.
  • [4] Quod tu es, ego fui; quod ego sum, tu eris: formula funeraria tramandata in diverse varianti dalla tradizione epigrafica, basata sul dialogo simbolico tra il morto e il passante.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

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