Le emergenze cambiano anche il linguaggio politico

«CHI DECIDE QUANTO POSSIAMO ESSERE LIBERI?»

Il clima pone problemi reali, ma le risposte appartengono ancora alla politica democratica

Redazione Inchiostronero

Una provocazione sul clima apre una questione molto più vasta: quanto potere può esercitare una democrazia in nome di un’emergenza? La scienza può descrivere i problemi e indicare scenari, ma scegliere sacrifici, costi e limiti alle libertà rimane una responsabilità politica. Perché anche il migliore dei fini non rende automaticamente legittimo qualsiasi mezzo.


Marcello Veneziani ha coniato una parola provocatoria: «climunismo». Con essa indica la trasformazione della questione climatica in una nuova ideologia collettivista. Il neologismo può divertire, irritare o apparire eccessivo. Ma possiede una qualità che appartiene alle provocazioni riuscite: lascia dietro di sé una domanda più interessante della provocazione stessa. La domanda non è se il clima stia cambiando. E nemmeno se l’attività umana contribuisca al riscaldamento globale. Il punto è un altro: quanto potere siamo disposti ad affidare alla politica quando essa agisce in nome di un’emergenza? La questione supera il clima. Riguarda il modo in cui una società libera reagisce quando si trova davanti a un pericolo collettivo.

L’EMERGENZA CAMBIA LE REGOLE

Ogni emergenza possiede una caratteristica inevitabile: restringe lo spazio delle alternative.

In condizioni normali possiamo discutere a lungo, mediare interessi differenti, accettare perfino una certa inefficienza decisionale. Quando invece viene percepito un pericolo imminente, la richiesta cambia: bisogna agire.

Ed è ragionevole.

Ma proprio ciò che rende efficace l’emergenza può renderla politicamente delicata. Se una misura viene presentata come indispensabile per evitare una catastrofe, chi la contesta rischia di non apparire più come un cittadino portatore di un’opinione diversa, ma come qualcuno che ostacola la soluzione del problema.

La discussione cambia natura.

Non ci si domanda più soltanto: «Qual è la scelta migliore?»

Si comincia a domandare: «Come puoi opporti, se sappiamo cosa accadrà?»

È una differenza enorme.

LA SCIENZA NON GOVERNA

La scienza possiede strumenti che la politica non ha. Misura, confronta, costruisce modelli, formula scenari, verifica ipotesi. Proprio per questo deve avere un ruolo fondamentale nelle decisioni riguardanti problemi complessi come quello climatico.

Ma conoscere un fenomeno e decidere come una società debba affrontarlo sono due operazioni differenti.

Supponiamo che una determinata politica permetta di ridurre sensibilmente le emissioni. La valutazione scientifica può indicarne l’efficacia. Rimangono però altre domande.

Quanto costa? Chi paga? Quali settori economici vengono penalizzati? Quali conseguenze produce sull’occupazione? Quanto possiamo incidere sulle abitudini individuali? Quale sacrificio presente è giustificabile in nome di un beneficio futuro?

Non esiste un esperimento di laboratorio capace di rispondere.

Sono domande politiche perché implicano valori, interessi, priorità e concezioni differenti della società.

Dire «lo chiede la scienza» può dunque essere corretto quando ci riferiamo alla necessità di considerare un fenomeno. Diventa molto più problematico quando quella formula viene utilizzata per sottrarre una specifica soluzione alla discussione.

DAL CITTADINO AL COMPORTAMENTO

La questione climatica possiede inoltre una particolarità. Entra inevitabilmente nella vita quotidiana.

Energia, riscaldamento, automobili, alimentazione, trasporti, turismo, consumi: quasi ogni attività umana produce conseguenze ambientali.

Questo significa che una politica climatica molto ambiziosa non può limitarsi alle grandi industrie. Prima o poi incontra il singolo individuo.

Ed è qui che compare il problema politico più interessante.

Una cosa è chiedere al cittadino comportamenti responsabili. Un’altra è stabilire progressivamente quali comportamenti debbano essergli consentiti.

La differenza può sembrare sottile, ma separa due concezioni della società.

Nella prima il cittadino rimane un individuo libero al quale vengono chieste responsabilità verso la comunità. Nella seconda rischia di diventare soprattutto un insieme di comportamenti da correggere.

 

 

 

 

 

 

 

 

IL BENE COLLETTIVO NON BASTA

Le limitazioni della libertà non sono necessariamente incompatibili con una società libera. Ogni convivenza ne prevede: non possiamo fare tutto ciò che desideriamo semplicemente perché lo desideriamo.

Il problema è stabilire il limite del limite.

Un obiettivo moralmente condivisibile non rende automaticamente accettabile qualsiasi strumento utilizzato per raggiungerlo. Anzi, proprio quando il fine appare indiscutibilmente buono dovremmo osservare con maggiore attenzione i mezzi.

Perché la storia politica insegna qualcosa di molto semplice: il potere preferisce sempre giustificarsi attraverso una necessità.

La sicurezza, l’ordine, la salute, il progresso, il benessere collettivo. E oggi anche la tutela dell’ambiente.

Non significa che quelle necessità siano false. Significa che la loro autenticità non rende automaticamente innocente il potere esercitato in loro nome.

CHI CONTROLLA CHI VUOLE SALVARCI?

Forse è questa la domanda che dovremmo porre davanti a ogni grande emergenza.

Non soltanto: che cosa dobbiamo fare?

Ma anche: chi decide ciò che dobbiamo fare, per quanto tempo e con quali limiti?

Una democrazia non si misura soltanto dalla bontà degli obiettivi che persegue. Si misura anche dai limiti che continua a imporre a se stessa mentre cerca di raggiungerli.

Possiamo desiderare energie più pulite, città meno inquinate, tecnologie migliori e una società capace di consumare le risorse con maggiore intelligenza. Nulla di tutto questo richiede di trasformare il dissenso in colpa.

Ed è forse qui che la provocazione iniziale di Veneziani può essere lasciata alle nostre spalle.

Il vero pericolo non è una parola come «climunismo».

È qualcosa di più antico.

È la convinzione che, quando il fine è sufficientemente giusto, discutere dei mezzi diventi improvvisamente superfluo.

La Redazione

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

 

  • Nota sulle immagini
    Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale
  • generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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