Quando anche le vie del petrolio diventano trappole

«Cronache dell’Arabia Stordita»
Tra Hormuz, Bab al-Mandeb e oleodotti colpiti, il Simplicissimus racconta un’Arabia Saudita sempre più stretta nella crisi regionale
Il Simplicissimus
L’interruzione del flusso di petrolio lungo l’oleodotto saudita Est-Ovest viene presentata dalla stampa americana come una misura di sicurezza successiva agli attacchi Houthi. Il Simplicissimus ne offre una lettura radicalmente diversa: secondo l’autore, due stazioni di pompaggio sarebbero state distrutte e altre due danneggiate, rendendo inutilizzabile proprio quella grande arteria terrestre che avrebbe dovuto permettere all’Arabia Saudita di aggirare lo Stretto di Hormuz. Alla pressione su Hormuz si aggiungerebbe quella esercitata sullo stretto di Bab al-Mandeb e sulle rotte del Mar Rosso, restringendo ulteriormente le possibilità saudite di esportare greggio. Per l’autore, il problema non riguarderebbe soltanto Riad: la riduzione della produzione avrebbe conseguenze economiche più ampie e rappresenterebbe un altro segnale dell’indebolimento dell’assetto mediorientale sostenuto da Washington. Dietro la cronaca energetica emerge così il vero bersaglio polemico del pezzo: la tendenza a presentare come semplice precauzione ciò che il Simplicissimus considera invece una sconfitta militare e strategica. (N.R.)
Si legge nelle cronache della stampa americana che l’Arabia Saudita avrebbe interrotto il flusso di oro nero lungo l’oleodotto Est-Ovest, con una capacità di 7 milioni di barili al giorno che possono tranquillamente bypassare Hormuz, come l’immagine qui a sinistra, mostra chiaramente. La cosa viene presentata quasi come una misura di sicurezza dopo i recenti attacchi degli Houthi, attuati come risposta all’incauta e fallimentare offensiva saudita, mentre è ormai chiaro che l’offensiva Houthi ha completamente distrutto due stazioni di pompaggio e ne ha danneggiate altre due rendendo impossibile utilizzare l’impianto. Anche in questo caso le difese aeree di Riad, ovviamente americane, hanno completamente fallito nel loro scopo.
Per giunta gli Houthi hanno conquistato la strategica isola di Mayun nello stretto di Bab al-Mandeb, intensificando la pressione sul principale hub di esportazione del regno sul Mar Rosso: con Hormuz già paralizzata, le continue minacce a entrambi i punti strategici marittimi, si stanno riducendo le opzioni del regno per il trasporto del petrolio greggio verso i mercati globali. E infatti l’Arabia Saudita è scesa a uno dei livelli più bassi di produzione di sempre: 3 milioni di barili al giorno che implica un bel problema per le casse di Riad, ma indirettamente anche per quelle americane che potenzialmente godono delle risorse mediorientali tramite l’acquisto dei buoni del tesoro.

Insomma si cerca sempre di minimizzare la sconfitta, anche quando essa è palese: i droni che hanno colpito e distrutto l’oleodotto, sono stati lanciati dall’Iraq in risposta alla campagna di bombardamenti che Washington e Riad hanno effettuato contro la resistenza sciita nel Paese. Il governo di Damasco del resto può fare ben poco per tenere a freno le milizie allineate con l’Iran, che hanno radici profonde nella popolazione. E oltretutto il petrolio utilizzato dall’Iraq viene per una percentuale altissima proprio dall’Iran.
Ogni giorno che passa aggiunge una nuova picconata al Medio Oriente in salsa americana e ovviamente anche israeliana.

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.