Quando una civiltà smarrisce i propri fondamenti

«Declino e infanticidio»

Un delitto estremo diventa specchio inquietante delle trasformazioni morali della società contemporanea occidentale

Il Simplicissimus

Il declino di una civiltà non comincia necessariamente dalla perdita della ricchezza o della potenza militare. Può manifestarsi, sostiene Il Simplicissimus, nella trasformazione dei valori, dei legami sociali e delle categorie attraverso cui una comunità interpreta persino i propri drammi. Partendo dal processo statunitense a Lindsay Clancy e dalle reazioni pubbliche suscitate dal caso, l’autore sviluppa una riflessione provocatoria sulla responsabilità individuale, sulla dissoluzione dell’etica condivisa e sulla crescente atomizzazione della società occidentale. Non soltanto la cronaca di un delitto estremo, dunque, ma il tentativo di leggerlo come sintomo di una trasformazione culturale più profonda.(N.R.)


Il declino di una civiltà o sarebbe meglio dire di una civilizzazione non è mai un fatto economico o militare: si rivela attraverso questi sintomi, ma la malattia sta altrove, ovvero nella caduta o trasformazione delle strutture sociali dentro le quali si è sviluppata, dei costrutti ideativi e dei valori fondamentali che l’hanno fatta crescere. Per esempio, il capitalismo si è fondato sì su valori individuali, ma anche sull’etica del lavoro: scomparsa quest’ultima, insieme all’idea stessa di società, non rimangono che individui atomizzati in perenne agitazione termica come le molecole di un gas, ma senza alcuna direzione o progetto che non sia quello della sopravvivenza a scapito degli altri. Spesso idee e legislazioni nate per concretizzare certi obiettivi, subiscono mutazioni di cui non ci si accorge, ma che scavano solchi profondi.

Per esempio, prendiamo un caso molto attuale avvenuto negli Stati Uniti, ma con parecchi esempi anche in Europa, sebbene con caratteri ancora più sfumati. è in corso il processo contro una tale Lindsay Clancy offre un’immagine inquietante di una società in declino: si tratta di una madre che ha ucciso in maniera particolarmente efferata i suoi tre figli, uno di 5 anni, l’altro di tre e l’0ultimo di otto mesi. In maniera del tutto imprevedibile si è creata una mobilitazione pubblica a favore dell’assassina ed è persino nata una raccolta fondi che attualmente ha superato il milione di dollari.

Non mi interessa la difesa che si basa su una presunta psicosi post partum che tuttavia è durata a quanto pare più di 5 anni senza che l’imputata dia stata in qualche modo assistita, anzi che sia stata assistita tramite farmaci cui adesso lei stessa incolpa di averla mandata fuori di testa e che comunque ha trovato opportuno partorire altre due volte. Di certo è una personalità profondamente alterata. Però non mi interessa la patologia della Clancy, quanto quella assai più evidente delle sue fans, che forniscono una prova della fase terminale di una civilizzazione. La messa in valore esclusivamente della propria individualità provoca alla fine conseguenze sorprendenti: avere figli ha cessato di essere un’aspettativa sociale ed è diventata una delle tante opzioni: non avere figli smette di essere una circostanza personale e diventa un’identità, un’affermazione di autonomia in opposizione all’idea stessa di continuità familiare e della collettività stessa.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tutto questo non va affatto confuso, come immancabilmente accade e accadrà, con l’emancipazione femminile che è tutt’altra cosa, queste sono le balle che ci raccontiamo. giusto per nascondere dietro un vittimismo di maniera il live orrore che proviamo.  Invece la diffusa solidarietà per una donna che commette tre infanticidi, strangolando lentamente e inesorabilmente i propri figli con una fascia da ginnastica che le serviva per tenersi in forma, non è altro che uno stadio estremo della stessa patologia sociale per cui un bambino è diventato una figura così indesiderata e sacrificabile nella mentalità occidentale moderna che non solo alcuni genitori abusano e uccidono i figli  ma ci sono anche coloro che provano compassione, anzi solidarietà per gli assassini e gli abusatori.

Del resto, quando l’unica realtà è il proprio io da rispecchiare nello stagno di un edonismo da supermercato non esiste alcuna concezione del tempo che non sia quella personale: così un figlio non è più visto come un anello nella catena di continuità e perpetuazione. Una civiltà vive di generazione in generazione, i genitori sacrificano risorse, tempo e benessere per generare qualcosa che non vedranno mai pienamente realizzato: i loro figli, i nipoti e la continuità della loro comunità. Quando questa disponibilità scompare, la società può anche preservare la sua ricchezza, la sua tecnologia e le sue istituzioni per un certo periodo, ma comincia a perdere ciò che rende possibile la sua stessa sopravvivenza. Si tratta in fondo dell’esaurimento della civiltà stessa che ormai sente di essere arrivata in un vicolo cieco, che non ha senso perpetuarla. Il futuro stesso non senso senza progettualità, i figli sono in completa contraddizione con questo sentimento di inadeguatezza e di perdita di senso.

Redazione

 

 

 

Nota sulle immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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