Ogni epoca ridisegna il volto del poeta Dante

«Dopo Doré: quando ogni epoca ridisegna Dante»

Dal Novecento all’arte contemporanea, il viaggio infinito delle immagini di Dante.

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Nella prima parte abbiamo seguito la nascita dell’immaginario visivo della Divina Commedia, dai manoscritti miniati medievali fino alle incisioni di Gustave Doré, che ancora oggi influenzano il modo in cui milioni di lettori immaginano il poema. Ma la storia non si è fermata nell’Ottocento. Ogni epoca ha continuato a confrontarsi con Dante, reinterpretandone personaggi, simboli e paesaggi secondo la propria sensibilità artistica e culturale. È un dialogo che prosegue ancora oggi e che dimostra come i grandi classici non smettano mai di generare nuove immagini.

Se non hai letto la prima parte di questo approfondimento, puoi iniziare da “Quando Dante divenne immagine”, dedicato alla nascita dell’iconografia della Divina Commedia, dai manoscritti miniati medievali fino alle celebri incisioni di Gustave Doré, che hanno profondamente influenzato il nostro modo di immaginare il poema di Dante.

Introduzione

Salvador Dali Illustrazione per il Paradiso, 1950-1964
Acquerello.

Quando Gustave Doré completò le sue celebri incisioni della Divina Commedia, molti ebbero la sensazione che il volto del poema fosse stato definitivamente fissato. Le sue tavole conquistarono editori, lettori e studiosi, entrando nell’immaginario collettivo con una forza che nessun altro illustratore aveva mai raggiunto. Per oltre un secolo, l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso furono spesso guardati attraverso gli occhi dell’artista francese.

Eppure la storia dell’iconografia dantesca non si è arrestata con Doré. Al contrario, proprio il successo delle sue immagini spinse gli artisti delle generazioni successive a confrontarsi con una domanda inevitabile: è davvero possibile rappresentare una volta per tutte la Divina Commedia? Oppure ogni epoca è destinata a creare il proprio Dante?

Il Novecento rispose a questa sfida con linguaggi completamente nuovi. Salvador Dalí trasformò il poema in una visione surrealista; Amos Nattini ne recuperò la monumentalità classica; Robert Rauschenberg lo immerse nella società contemporanea, dimostrando che il viaggio di Dante poteva diventare anche una riflessione sul presente. Da allora, pittori, illustratori, fumettisti e artisti digitali hanno continuato a misurarsi con un’opera che sembra rifiutare qualsiasi interpretazione definitiva.

È proprio questo il paradosso dei grandi classici: più vengono rappresentati, più rivelano la loro inesauribile capacità di generare nuove letture. Le immagini non sostituiscono il testo, ma lo accompagnano, lo interrogano e lo rinnovano, offrendo a ogni generazione uno sguardo diverso sul medesimo viaggio. Da qui riprende il nostro percorso.

Altri interpreti della Commedia

La storia delle immagini dedicate alla Divina Commedia non si conclude con Gustave Doré. Anzi, proprio il successo delle sue incisioni pose una nuova sfida agli artisti del Novecento: come rappresentare Dante senza limitarsi a ripetere un immaginario ormai divenuto quasi canonico? Ogni epoca sente infatti il bisogno di rileggere i grandi classici attraverso la propria sensibilità. Se il poema continua a parlare a lettori di secoli diversi, anche le immagini che lo accompagnano devono rinnovarsi, assumendo linguaggi, simboli e forme capaci di dialogare con il proprio tempo.

Uno degli esempi più sorprendenti è rappresentato da Salvador Dalí. Nel 1950 il governo italiano gli commissionò una serie di cento acquerelli per celebrare il settecentesimo anniversario della nascita di Dante. La scelta di un artista spagnolo provocò vivaci polemiche e il progetto ufficiale venne revocato. Dalí, tuttavia, proseguì il lavoro per iniziativa personale, trasformando quella che avrebbe potuto essere una semplice committenza celebrativa in uno dei più originali cicli illustrativi del Novecento.

Le tavole di Dalí non cercano di descrivere fedelmente l’Inferno, il Purgatorio o il Paradiso. L’artista surrealista sostituisce la narrazione con la metamorfosi. I corpi si dissolvono, gli spazi perdono consistenza, le figure sembrano emergere da un sogno più che da una rappresentazione concreta. La Commedia diventa un viaggio nell’inconscio, dove simboli e visioni prevalgono sulla ricostruzione letterale del testo. Dante non è più soltanto il poeta dell’aldilà cristiano, ma diventa l’esploratore delle profondità della mente umana.

Amos Nattini Beatrice conduce Dante nell’Empireo

Molto diversa è l’opera di Amos Nattini, che dedicò oltre vent’anni della propria vita all’illustrazione della Divina Commedia. Tra il 1921 e il 1941 realizzò cento tavole monumentali accompagnate da un’imponente edizione del poema, considerata ancora oggi una delle più prestigiose mai pubblicate. Nattini si colloca idealmente nella tradizione di Doré, ma con un linguaggio più monumentale e solenne. Le sue figure possiedono una forza plastica che richiama il Rinascimento italiano, mentre la ricchezza cromatica conferisce all’opera un carattere quasi liturgico. Il suo obiettivo non era sorprendere il lettore con interpretazioni personali, ma restituire alla Commedia la dignità di un grande poema nazionale.

Con Robert Rauschenberg, invece, il rapporto con Dante cambia radicalmente. Tra il 1958 e il 1960 l’artista americano realizzò trentaquattro illustrazioni dedicate all’Inferno, utilizzando collage, fotografie tratte dai giornali, immagini della cultura di massa e tecniche miste. L’aldilà medievale si trasforma così nello specchio del mondo contemporaneo. Politici, astronauti, automobili, manifestazioni, cronaca e pubblicità entrano nelle scene dantesche, suggerendo che il peccato, il potere e la sofferenza non appartengono soltanto al Medioevo, ma continuano ad abitare la modernità. La Commedia smette di essere soltanto un’opera del passato e diventa uno strumento per leggere il presente.

Robert Rauschenberg Inferno, (1958-1960)

Accanto a questi grandi nomi si potrebbero ricordare numerosi altri interpreti: Mimmo Paladino, che ha riletto Dante attraverso il linguaggio della Transavanguardia; Tom Phillips, autore di un ciclo illustrativo essenziale e concettuale; Moebius (Jean Giraud), il grande fumettista francese, la cui poetica visionaria dialoga naturalmente con l’immaginario dantesco; oppure gli artisti digitali contemporanei, che utilizzano modellazione tridimensionale, animazione e intelligenza artificiale per dare nuove forme ai canti del poema.

Nessun illustratore ha mai prodotto una rappresentazione definitiva della Divina Commedia, perché un classico autentico non si lascia mai esaurire da un’unica lettura. Ogni artista vede un Dante diverso: il mistico, il poeta politico, il moralista, il visionario, il narratore dell’animo umano o il creatore di mondi fantastici. È proprio questa inesauribile capacità di generare immagini nuove che testimonia la vitalità del poema. La Commedia non appartiene a un’epoca sola: continua a rinascere ogni volta che un artista decide di attraversarne i versi e di tradurli nel linguaggio del proprio tempo.

Quando l’immagine interpreta il testo

Ogni volta che un artista decide di illustrare la Divina Commedia, compie inevitabilmente una scelta interpretativa. Non esiste, infatti, un’immagine neutrale. Ogni linea tracciata, ogni colore utilizzato, ogni volto attribuito ai personaggi racconta una particolare lettura del poema. L’illustratore non si limita a tradurre in figure ciò che Dante ha scritto: seleziona, enfatizza, suggerisce e, talvolta, modifica il modo in cui il lettore percepirà il testo. È per questo che la storia delle immagini della Commedia coincide anche con la storia delle sue interpretazioni.

Ogni artista porta inevitabilmente nel proprio lavoro la sensibilità della sua epoca, la propria cultura, le convinzioni religiose, politiche o filosofiche, perfino il proprio modo di intendere la bellezza. L’illustrazione diventa così una forma di critica visiva: non spiega il poema con le parole, ma lo interpreta attraverso le immagini.

Basta confrontare alcuni dei grandi interpreti della Commedia per cogliere quanto possa cambiare la percezione dello stesso episodio. L’Inferno di Botticelli appare ordinato, quasi geometrico, costruito secondo l’armonia del pensiero rinascimentale. Quello di Blake assume una dimensione spirituale e visionaria, nella quale le anime sembrano immerse in una luce irreale. Doré amplifica il senso del sublime romantico attraverso paesaggi immensi, montagne ciclopiche e contrasti luminosi di straordinaria potenza. Dalí dissolve la realtà in una successione di simboli onirici, mentre Rauschenberg trasferisce Dante nel caos della contemporaneità. Il testo è sempre lo stesso, ma il mondo che il lettore vede cambia profondamente.

Anche i personaggi subiscono questa trasformazione. Pensiamo a Francesca da Rimini. Nei versi di Dante è insieme peccatrice e vittima, donna travolta dalla passione e figura di grande dignità tragica. Doré accentua il dramma romantico dei due amanti sospesi nella bufera; Botticelli privilegia la narrazione dell’episodio; Dalí ne fa quasi un’apparizione evanescente, immersa in uno spazio mentale. Nessuna di queste immagini è falsa, ma nessuna coincide pienamente con il testo. Ognuna mette in luce un aspetto diverso della stessa figura.

Lo stesso accade con Lucifero. Dante lo descrive come un essere mostruoso, gigantesco e immobile nel ghiaccio del Cocito, lontanissimo dall’immagine del diavolo dinamico e seduttore diffusa dalla tradizione successiva. Eppure ogni artista insiste su un particolare differente: la grandezza, la disperazione, la deformità, il potere o la tragicità. L’immagine orienta così l’interpretazione del lettore ancora prima che egli rifletta sul significato dei versi.

Le illustrazioni della Commedia ci parlano certamente di Dante, ma raccontano anche il tempo in cui sono nate. Le incisioni ottocentesche riflettono il gusto romantico per il sublime; le opere surrealiste di Dalí testimoniano il fascino dell’inconscio; i collage di Rauschenberg restituiscono le inquietudini della società contemporanea. Guardare queste immagini significa osservare, nello stesso momento, il Medioevo immaginato da Dante e l’epoca che ha prodotto l’artista.

Il problema centrale diventa allora quello del rapporto tra fedeltà e interpretazione. È possibile essere davvero fedeli a un testo così ricco di simboli e di significati? Probabilmente no, almeno se per fedeltà si intende una riproduzione letterale. Ogni traduzione, sia linguistica sia figurativa, comporta inevitabilmente una perdita e un’acquisizione. Si rinuncia a qualcosa, ma si aggiunge anche una prospettiva nuova. È questa tensione a mantenere viva la storia iconografica della Divina Commedia. Le grandi illustrazioni non sostituiscono il poema, né pretendono di esaurirlo. Lo accompagnano, lo interrogano, lo reinterpretano e, soprattutto, invitano il lettore a tornare ai versi con uno sguardo diverso. In questo dialogo incessante tra parola e immagine risiede una parte essenziale della fortuna di Dante: ogni artista offre un nuovo modo di vedere la Commedia, ma il poema continua a custodire significati che nessuna immagine potrà mai racchiudere del tutto.

Conclusione – Il poeta e i suoi occhi

Esistono libri che possono essere raccontati, altri che possono essere spiegati e altri ancora che sembrano chiedere, prima di tutto, di essere immaginati. La Divina Commedia appartiene a quest’ultima categoria. Da oltre sette secoli il viaggio di Dante continua a vivere non soltanto attraverso la lettura dei suoi versi, ma anche grazie alle immagini che artisti di epoche diverse hanno creato per accompagnarlo. È una vicenda quasi unica nella storia della letteratura: poche opere hanno generato una tradizione iconografica tanto vasta, continua e influente.

Le illustrazioni non hanno sostituito il poema. Sarebbe impossibile. La forza della parola dantesca resta irriducibile a qualsiasi rappresentazione figurativa. Hanno però svolto una funzione decisiva: hanno reso visibile un universo poetico di straordinaria complessità, permettendo a milioni di lettori di entrare nella Commedia attraverso un’esperienza che coinvolge contemporaneamente l’intelligenza e lo sguardo.

Ogni osservatore porta con sé una memoria visiva che influenza ciò che vede. Questo vale anche per Dante. Chi legge oggi il poema difficilmente può sottrarsi all’influenza delle immagini sedimentate nei secoli. Le tavole di Botticelli, le visioni di Blake, le incisioni di Doré, gli acquerelli di Dalí e le reinterpretazioni contemporanee fanno ormai parte del nostro bagaglio culturale. Anche quando non ne siamo consapevoli, esse orientano il modo in cui immaginiamo la selva oscura, il volto di Virgilio, la figura di Beatrice o le immense architetture dell’Inferno e del Paradiso.

È un fenomeno che riguarda il destino di tutti i grandi classici. Ogni epoca li legge secondo le proprie domande e li rappresenta con il proprio linguaggio. Il Medioevo vide nella Commedia soprattutto il poema della salvezza; il Rinascimento ne ammirò l’armonia e la perfezione formale; il Romanticismo esaltò la forza delle passioni e del sublime; il Novecento ne mise in luce le dimensioni simboliche, psicologiche e visionarie. Oggi il poema continua a dialogare con il cinema, il fumetto, la fotografia, la grafica digitale e persino con l’intelligenza artificiale. Cambiano gli strumenti, ma non il bisogno di dare un volto ai versi di Dante.

Se la Divina Commedia continua a generare nuove immagini, significa che continua anche a produrre nuove interpretazioni. Ogni artista scopre un dettaglio rimasto in ombra, valorizza un simbolo, suggerisce un significato che altri non avevano colto. Nessuna illustrazione chiude il testo; al contrario, lo riapre.

È questo il paradosso della grande arte. Più un’opera viene rappresentata, più rivela la propria inesauribilità. Le immagini della Commedia non costituiscono un archivio definitivo, ma una conversazione che attraversa i secoli. Botticelli dialoga con Doré, Doré con Dalí, Dalí con gli artisti contemporanei, e tutti dialogano con Dante. Il poeta fiorentino continua così a parlare attraverso occhi che non sono i suoi, ma che da lui hanno imparato a vedere.

Forse è questa la forma più alta dell’immortalità artistica. Non soltanto essere letti, ma continuare a generare immagini, domande e interpretazioni in ogni epoca. Ogni generazione aggiunge un nuovo volto alla Divina Commedia, convinta di aver finalmente trovato quello definitivo. Eppure il poema, con la sua straordinaria ricchezza simbolica, sfugge sempre a ogni tentativo di essere rinchiuso in un’unica figura.

Dante rimane più grande di qualsiasi illustrazione, perché il suo vero capolavoro non è soltanto ciò che ha scritto, ma l’aver creato un universo che continua a essere immaginato, interpretato e reinventato. È per questo che il suo viaggio non è ancora terminato: continua ogni volta che un lettore apre la Commedia e, attraverso i propri occhi o quelli di un artista, riprende il cammino che conduce «a riveder le stelle» (Inferno, XXXIV, 139).

La Redazione

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

Bibliografia essenziale

  • Dante Alighieri, La Divina Commedia, a cura di Anna Maria Chiavacci Leonardi, Mondadori, Milano.
  • Giorgio Petrocchi (a cura di), La Divina Commedia, Mondadori, Milano.
  • Jorge Luis Borges, Nove saggi danteschi, Adelphi, Milano.
  • Peter Burke, Testimoni oculari. Il significato storico delle immagini, Carocci, Roma.
  • Ernst H. Gombrich, La storia dell’arte, Phaidon.
  • Martin Kemp, La scienza dell’arte. Prospettiva e percezione visiva da Brunelleschi a Seurat, Giunti.

 

 

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