Quando le fotografie avevano ancora una memoria

«Elogio della fotografia di carta e ricordi»

Dagli album di famiglia agli smartphone: così l’immagine ha perduto memoria, affetti e aura.

di Marcello Veneziani

Nell’epoca in cui tutti fotografano tutto, la fotografia sembra aver perduto proprio ciò che un tempo la rendeva preziosa: la capacità di custodire un ricordo. Marcello Veneziani rimpiange la fotografia di carta, gli album di famiglia, le immagini conservate nei portafogli e sui comodini, tracce materiali di persone, legami e generazioni. L’archivio sterminato dello smartphone sostituisce alla selezione affettiva del ricordo un accumulo continuo di immagini, spesso destinate a essere dimenticate. Richiamando Walter Benjamin e il concetto di aura, Veneziani riflette sulla malinconica bellezza della fotografia come testimonianza di un istante irripetibile: non soltanto un’immagine, ma un frammento di tempo sottratto alla scomparsa. (N.R.)


Da quando tutti possono fare fotografie con lo smartphone è sparita la fotografia e il suo significato. Non solo la fotografia come cartolina, come stampo di ricordo conservato in portafogli o sul comodino, ma anche l’album di famiglia, cammino di una comunità domestica nel corso del tempo e delle generazioni. La fotografia digitale ha ucciso la fotografia nel corpo e nell’anima, nello spirito e nella carta. L’immenso archivio fotografico degli smartphone è la fine dei ricordi selettivi e affettivi; solo una galleria di ego-mappamondo, prova documentaria del nostro io viaggiante, al centro del mondo, priva di ogni memoria affettiva. L’aura, che Walter Benjamin, vedeva ormai cancellata nell’era della riproducibilità tecnica, a suo avviso era ancora presente nell’immagine fotografica come culto del ricordo dei cari lontani o defunti, con la sua “malinconica e incomparabile bellezza”. La fotografia non è unica e irripetibile come l’opera d’arte, si poteva riprodurre anche quando era su lastra; ma conservava l’aura di quell’istante irripetibile, che ora col digitale ha perduto. La fotografia ferma l’attimo fuggente di una vita in transito. Lavorando sulla luce e sull’attimo dello scatto in cui s’imprime l’immagine, la fotografia coglie l’attimo fulgente.

La fotografia è la continuazione del mito con altri mezzi; racconto e visione, rappresenta un tempo, un luogo, una vita distante. Simbolo e mito di un momento accaduto, la foto accenna a qualcosa di sacro, dando prossimità al remoto. Il blasone della fotografia è nel bianco e nero, che ne attesta l’antichità, la magia e l’unicità, anche rispetto alle altre arti. Il bianco e nero rimarca un passaggio, uno scarto essenziale tra il mondo passato e la vita in corso; trasferisce l’immagine nel mito, nell’arte o nella storia, e allontana ogni illusione di movimento e di attualità.

Le foto che ritraggono contadini e gente umile con l’abito della domenica hanno qualcosa di epico e di struggente. Per molti è l’unica immagine della loro vita, l’unica prova facciale che sono esistiti. Prima della fotografia, il ritratto potevano permetterselo solo i benestanti, e soprattutto le famiglie dei nobili con le gallerie di ritratti famigliari nel loro albero genealogico affisso sulle pareti di casa. Con l’avvento della fotografia e con le mutate esigenze di schedatura, segnaletica, identificazione e burocrazia, il ritratto fu via via esteso a ogni livello, fino a diventare quasi universale; poi diventò il ricordo da conservare sulla lapide del cimitero. Prima del diritto al voto, con la fotografia, venne il “il diritto al volto”. Fu quello, forse, il primo suffragio universale, e l’espressione sembra evocare non a caso la messa in suffragio di tutti i defunti.

Quei ritratti sono solenni, e lo mostrano le loro pose, come se dovessero riassumere in uno sguardo la loro vita per i posteri. L’artificio della macchina fotografica col suo treppiedi, il rituale elaborato, il fotografo-officiante, avvolto nell’oscurità di una tenda, il lampo della luce, l’impegno alla fissità dello sguardo e l’immobilità. Il ritratto era destinato a restare, finiva agli atti della vita pubblica, prova documentale di vita. E negli occhi del ritratto balenava un lampo che condensava il passato e lo porgeva al futuro, quasi a dire “eccomi, questo io fui”, prima che diventasse polvere e ombra: lascio a voi posteri il mio sembiante perché il vostro sguardo riaccenda anche per un attimo un pensiero sulla mia trascorsa presenza. Col tempo il ritratto fotografico sarebbe stato concepito in vista della dipartita come immagine per la lapide funebre. E dunque a maggior ragione nella posa era fuori luogo il sorriso, la spontaneità; quel volto sembrava teso con tutto se stesso a raccogliersi al meglio per consegnarsi al futuro, quando non ci sarà più. “Guarda l’obbiettivo” e lui fissava come se fosse un atto civile, militare o religioso davanti a un sacerdote o a un pubblico ufficiale. “Guarda l’obbiettivo”, come se glielo avesse chiesto il Padreterno nel dies irae, prima del giudizio. In realtà non guardavano l’obiettivo ma il futuro, quando della loro vita sarebbe rimasto quel ritratto.

In un saggio dedicato alla fotografia che pubblicai in C’era una volta il sud, distinguevo nella passione fotografica quattro principali moventi: estetico, documentario, evocativo o partecipativo, se mira a far condividere ad altri un luogo o una situazione. Ma qual è la molla che spinge a fotografare? Salvare dal tempo le persone, i luoghi e le situazioni in un sentimento di nostalgia preventiva. Ossia una nostalgia che precede la perdita, la previene senza evitarla, e accantona le immagini sapendo che diventeranno ricordi; il tempo le renderà care e significative agli occhi postumi. La fotografia salva la memoria del momento in figure e scene indelebili, al riparo dall’oblio. Rende preziosi gli istanti che conserva. La nostalgia preventiva è un sentimento poetico che ci coglie vivendo il presente col presagio della mancanza futura.

A volte nella foto resta attaccata una patina di vita reale, una parte di colui o di coloro che furono ritratti, che avevi dimenticato o che non avevi mai notato né conosciuto in vita. Ruderi di un altro tempo e di un altro mondo. Non è una parte latente ma più spesso è “nascosta” in superficie, come in certi indovinelli e in certi enigmi.

Il miracolo della foto è la sua reversibilità: a volte sono i volti ritratti che guardano noi; e dal passato ci interrogano, ci osservano, ci penetrano, riescono perfino a metterci in soggezione.
Ci sono magnifici paesaggi, chiaroscuri, oggetti che parlano come nature morte eppure viventi, cose che cantano; ma la potenza emotiva ed evocativa di un ritratto è più forte di ogni altra immagine o paesaggio, più ricca di sfumature e significati. Quei volti, quelle espressioni, quei primi piani scavati nella vita…

La morte della fotografia come documento del reale e ricordo affettivo è il photoshop, quel diffuso fenomeno di chirurgia estetica virtuale applicato non ai corpi ma alle loro immagini. Aggravato dalle immagini fiction generate dall’intelligenza artificiale. O il time-lapse che proietta un ritratto presente nel futuro, e ti mostra in pochi istanti come cambia una faccia col tempo, passando in una manciata di secondi dall’infanzia alla vecchiaia.

Nella foto si tratteneva il respiro delle passioni e chi osserva nel tempo una foto cerca negli occhi, in una smorfia del viso, in una postura, uno spiraglio e una feritoia di quel mondo interiore o il corridoio in ombra che collega le persone ritratte in un comune fremito o in una storia condivisa, una sorte. Così si restituisce calore di vita a quelle statue cartacee. C’era sangue dentro quei simulacri, c’erano affetti dietro quei paraventi in posa, storie, dolori, sentimenti. Cancellando l’album di fotografie non digitale, abbiamo perso il sentimento del tempo, la teca degli affetti, nell’incolmabile distanza da quel tempo. Come il sognatore di Coleridge che vide in sogno il paradiso e qualcuno gli dava un fiore per provare di essere veramente lì, in quel luogo beato. Poi si era svegliato e si era trovato quel fiore in mano…La fotografia è quel fiore caduto da un sogno nel mondo reale, o viceversa. In fondo l’unico paradiso che abbiamo conosciuto è nel tempo perduto.

La Verità – 14 giugno 2024
La Verità – 5 agosto 2026

 

 

 

 

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