Tra ciò che accade e ciò che scegliamo

«FATALISMO — ABSTINE ET SUSTINE»
Accettare l’inevitabile non significa arrendersi: la libertà comincia distinguendo il destino dalle nostre rinunce
Redazione Inchiostronero
Ci sono eventi che non possiamo cambiare e altri davanti ai quali dichiariamo troppo in fretta di non poter fare nulla. È nello spazio incerto tra queste due condizioni che nasce il problema del fatalismo. Dagli Stoici all’amor fati di Nietzsche, dalla necessità antica alle moderne retoriche dell’inevitabile, l’uomo continua a interrogarsi sul confine tra destino e libertà. Ma forse abbiamo posto male la domanda. Il contrario del fatalismo non è credere che tutto andrà bene. È riconoscere, anche quando l’esito rimane incerto, ciò che dipende ancora da noi. Perché talvolta chiamare qualcosa «inevitabile» significa riconoscere un limite; altre volte significa semplicemente rinunciare alla responsabilità di scegliere.
«Il destino decide ciò che non possiamo cambiare.
Il fatalismo comincia quando gli consegniamo anche ciò che possiamo.»
— Inchiostronero
«Era destino»: la più antica delle consolazioni
«Doveva andare così». È una delle frasi che pronunciamo più facilmente quando qualcosa è ormai accaduto. La diciamo davanti a un incontro fortunato, alla fine di un amore, a un’occasione perduta, persino davanti a una disgrazia. Talvolta è soltanto un modo per chiudere il discorso. Altre volte contiene un pensiero molto più antico: l’idea che ciò che è avvenuto non avrebbe potuto avvenire diversamente.
Il destino nasce anche da questa vertigine. L’uomo scopre molto presto di poter scegliere e, nello stesso tempo, di vivere dentro un mondo che non gli appartiene interamente. Nasciamo in un’epoca che non abbiamo scelto, da genitori che non abbiamo scelto, in condizioni che ci precedono; incontriamo il caso, la malattia, la morte, le decisioni degli altri. La libertà, prima ancora di essere un potere, scopre di avere dei confini.
I Greci diedero a questo confine una delle sue rappresentazioni più potenti: la Moira, la parte assegnata, il destino al quale neppure l’eroe può semplicemente sottrarsi. La tragedia di Edipo ne offre forse l’immagine più celebre. Egli fugge proprio per evitare ciò che gli è stato predetto e, attraverso le proprie azioni, finisce per compierlo. Il tragico nasce dal paradosso: l’uomo agisce, decide, tenta di salvarsi, e tuttavia scopre di essere dentro una trama più grande della propria volontà.
Da qui nasce anche una tentazione: se ciò che deve accadere accadrà comunque, perché agire? L’antichità conosceva bene questo ragionamento, chiamato «argomento pigro». Se è destino che un malato guarisca, guarirà anche senza chiamare il medico; se è destino che muoia, il medico sarà inutile. In entrambi i casi, tanto vale non fare nulla.
Ma proprio qui dobbiamo introdurre una distinzione fondamentale. Riconoscere l’esistenza della necessità non significa ancora essere fatalisti. Significa riconoscere che la nostra libertà non è onnipotenza.
Il fatalismo comincia un passo dopo: quando dal fatto che alcune cose non dipendono da noi deduciamo che nulla di ciò che facciamo abbia davvero importanza.
È una differenza sottile, ma decisiva. Il limite dice: «Non tutto dipende da me». Il fatalismo aggiunge: «Allora non dipende da me niente».
Tra queste due frasi si apre lo spazio della responsabilità.
Abstine et sustine: il limite non è la resa
Se il fatalismo nasce quando allarghiamo il dominio dell’inevitabile fino a comprendervi anche le nostre possibilità di azione, lo Stoicismo compie l’operazione opposta: traccia un confine. Non promette all’uomo il controllo sul mondo, ma gli chiede di riconoscere con precisione dove comincia e dove finisce il suo potere.
Epitteto pone questa distinzione all’inizio del Manuale: alcune cose dipendono da noi, altre non dipendono da noi. Dipendono da noi i giudizi, gli impulsi, i desideri, le avversioni; non dipendono interamente da noi il corpo, la reputazione, le ricchezze, le cariche e, più in generale, ciò che appartiene al corso esterno degli eventi. Non è una classificazione astratta. È un esercizio di libertà.
La formula latina abstine et sustine — tradizionalmente associata all’insegnamento di Epitteto — condensa questo atteggiamento: astieniti e sopporta. Letta superficialmente, sembra quasi il manifesto della rassegnazione. Non desiderare troppo, non ribellarti, sopporta ciò che arriva. Ma interpretarla così significa perdere il nucleo più esigente dello Stoicismo. Lo Stoico non sostiene che nulla possa essere cambiato: sostiene che occorra smettere di pretendere di governare ciò che non è in nostro potere per poter agire meglio su ciò che lo è.

Accettare un limite, dunque, non significa approvarlo. Posso riconoscere che una malattia esiste senza considerarla un bene; posso accettare che il passato sia irreversibile senza giustificarlo; posso sapere di non controllare le decisioni altrui senza rinunciare alle mie. L’accettazione stoica riguarda la realtà dell’evento, non necessariamente il giudizio morale che formuliamo su di esso.
Qui affiora anche il grande problema che attraverserà il pensiero religioso: se l’universo possiede un ordine, una Provvidenza o un disegno che trascende l’individuo, che cosa rimane della libertà umana? Il cristianesimo discuterà per secoli il rapporto fra grazia, predestinazione e libero arbitrio. Ma il problema, prima ancora che teologico, rimane quello che ci interessa: come può l’uomo essere responsabile dentro un ordine che non controlla?
La risposta stoica non consiste nell’abolire la necessità, bensì nel preservare uno spazio interiore nel quale l’uomo continua a rispondere di sé.
Per questo abstine et sustine non significa: «Poiché non posso tutto, non farò nulla». Significa piuttosto: «Poiché non posso tutto, devo capire che cosa posso».
La differenza rispetto al fatalismo è tutta qui.
Il fatalista usa il limite come conclusione. Lo Stoico lo usa come punto di partenza.
E allora la domanda cambia: non più «Perché agire, se tante cose non dipendono da me?», ma «Che cosa dipende ancora da me, proprio adesso?»
È da quella domanda che comincia la responsabilità.
Da Epitteto a Nietzsche: sopportare o amare il destino?

Tra Epitteto e Nietzsche trascorrono quasi diciotto secoli, cambia l’idea di uomo, cambia il rapporto con Dio, cambia persino il significato attribuito alla libertà. Eppure una domanda rimane sorprendentemente simile: che cosa fare di ciò che non può più essere altrimenti?
Lo Stoico risponde tracciando un confine. Non possiamo dominare gli eventi, ma possiamo lavorare sul giudizio che formuliamo su di essi. Abstine et sustine significa allora sottrarre la libertà alla pretesa impossibile di controllare il mondo. Ciò che è accaduto è accaduto; ciò che non dipende da noi deve essere riconosciuto come tale. Rimane però il modo in cui vi rispondiamo.
Nietzsche compie un passo diverso e più radicale. Con amor fati non chiede semplicemente di sopportare il necessario. Chiede di arrivare ad amarlo. Non desiderare che qualcosa sia stato diverso, non cancellare retroattivamente dalla propria esistenza neppure ciò che ha provocato dolore: dire sì alla vita significa accettarne l’interezza, senza immaginare un mondo corretto nel quale conservare soltanto ciò che ci è piaciuto.
Non è rassegnazione. Il rassegnato subisce ciò che non può cambiare e, potendo, lo cancellerebbe. L’amor fati pretende invece una riconciliazione molto più difficile: volere la propria vita senza separarla dalle necessità che l’hanno attraversata.
Nel frattempo la modernità aveva già trasformato profondamente il vecchio problema del destino. La necessità non aveva più bisogno delle Moire. Il determinismo poteva sostituire al filo tessuto dagli dèi la concatenazione delle cause. Nell’universo immaginato da Laplace, un’intelligenza capace di conoscere perfettamente tutte le forze e tutte le condizioni della natura potrebbe, almeno idealmente, ricostruire il passato e prevedere il futuro. Il destino diventava così impersonale: non più «era scritto», ma «date quelle cause, non poteva accadere diversamente».
La domanda sulla libertà, però, rimaneva intatta.
Ed è qui che Epitteto e Nietzsche, pur così lontani, tornano a parlarci. Nessuno dei due promette all’uomo un universo costruito secondo i suoi desideri. Nessuno identifica la libertà con l’onnipotenza. Ma nemmeno conclude che l’uomo debba diventare spettatore della propria esistenza.
Lo Stoico domanda: che cosa dipende ancora da me?
Nietzsche sembra aggiungere: riesci a dire sì anche a ciò che non dipendeva da te?
Sono risposte differenti alla stessa ferita: l’impossibilità di riscrivere ciò che è stato.
Il fatalismo, invece, commette un altro errore: usa la necessità del passato per dichiarare inutile anche la libertà del presente.
Il nuovo fatalismo: «Tanto è inevitabile»
Il fatalismo contemporaneo raramente parla di destino. Non consulta oracoli, non invoca le Moire, non sostiene che gli eventi siano scritti da qualche parte. Preferisce una parola apparentemente più razionale: inevitabile.
- «Il progresso non si può fermare».
- «Il mercato lo impone».
- «La tecnologia arriverà comunque».
- «La storia va in quella direzione».
Sono formule diverse, applicate a fenomeni diversi, e sarebbe assurdo considerarle sempre false. Esistono processi difficili da arrestare, conseguenze che diventano irreversibili, trasformazioni che nessuna decisione individuale può governare. Il problema nasce quando una previsione viene trasformata in necessità e la necessità diventa un argomento sufficiente per interrompere la discussione.
Dire che qualcosa accadrà probabilmente è una constatazione. Dire che accadrà inevitabilmente contiene già una prescrizione nascosta: preparati ad accettarlo.
La storia moderna conosce bene questa retorica. Ideologie opposte hanno presentato il proprio futuro come esito necessario del movimento storico. Il progresso, la rivoluzione, il trionfo di un sistema economico o il suo crollo sono stati raccontati non soltanto come possibilità, ma come destinazioni verso le quali l’umanità sarebbe stata inevitabilmente trascinata. Quando il futuro viene descritto come già deciso, però, la politica rischia di ridursi all’amministrazione di ciò che «deve» accadere.
Lo stesso meccanismo compare nell’economia. «Lo chiede il mercato» può descrivere una pressione reale, ma può anche trasformare decisioni umane, interessi, regole e rapporti di forza in fenomeni apparentemente naturali. Il mercato finisce così per assomigliare al clima: qualcosa che semplicemente accade e davanti al quale possiamo soltanto aprire o chiudere l’ombrello.
Con la tecnologia il paradosso diventa ancora più evidente. Ciò che gli uomini costruiscono viene successivamente presentato agli uomini come una necessità alla quale devono sottomettersi. Abbiamo creato reti digitali, piattaforme, algoritmi e intelligenze artificiali; poi abbiamo cominciato a parlarne come se possedessero la stessa inevitabilità della gravità.
Naturalmente una tecnologia, una volta diffusa, produce conseguenze che nessun singolo individuo può annullare. Ma da questo non segue che ogni suo impiego sia necessario, che ogni sviluppo sia desiderabile o che ogni limite sia inutile. Tra «questa tecnologia esiste» e «dobbiamo accettare qualunque cosa ne derivi» c’è precisamente lo spazio della decisione politica, morale e collettiva.
Il nuovo fatalismo nasce quando quello spazio scompare.
Forse è questa la sua caratteristica più insidiosa: non ci ordina di obbedire; ci convince che scegliere non sia più possibile. Non dice «devi», ma «non c’è alternativa». E una volta persuasi che l’alternativa non esista, non occorre più imporci nulla.
Gli antichi attribuivano il destino agli dèi. Noi rischiamo un’operazione più singolare: costruire con le nostre mani qualcosa che chiamiamo inevitabile e poi inginocchiarci davanti alla nostra stessa costruzione.
A quel punto la domanda non è più se possiamo fermare la storia, il mercato o la tecnologia. Sarebbe una pretesa altrettanto ingenua.
La domanda è molto più modesta e, proprio per questo, più difficile:
quanto di ciò che definiamo inevitabile lo è davvero, e quanto invece abbiamo semplicemente smesso di considerarlo discutibile?
Il contrario del fatalismo
A questo punto possiamo forse rovesciare una convinzione comune. Il contrario del fatalismo non è l’ottimismo. È la responsabilità.
L’ottimismo e il fatalismo sembrano opposti, ma condividono una tentazione: liberarsi dall’incertezza. Il primo immagina un esito favorevole, il secondo un esito necessario. Entrambi, in forme diverse, cercano una risposta alla domanda che più ci inquieta: che cosa accadrà?
La responsabilità non possiede quella risposta.
L’ottimista dice: «Andrà bene».
Il fatalista dice: «Andrà come deve andare».
L’uomo responsabile dice:
«Non so come andrà, ma so che qualcosa dipende ancora da me».
È la posizione più scomoda delle tre, perché non offre garanzie. Si può scegliere bene e fallire. Si può agire responsabilmente e subire una sconfitta. Possiamo prendere la decisione che riteniamo giusta senza avere alcuna certezza sulle sue conseguenze. Essere liberi non significa possedere il futuro; significa rispondere delle proprie scelte dentro un futuro che rimane aperto.
È qui che la lezione stoica conserva tutta la sua forza. Distinguere ciò che dipende da noi da ciò che non dipende da noi non serve a restringere la libertà, ma a darle un luogo nel quale esercitarsi. Non siamo responsabili della pioggia, ma possiamo decidere se uscire. Non siamo responsabili del passato, ma lo siamo dell’uso che ne facciamo. Non controlliamo interamente la società nella quale viviamo, ma questo non rende equivalenti il consenso, il dissenso, l’indifferenza e la partecipazione.
Persino l’amor fati, nella sua forma più esigente, non chiede di diventare inerti davanti alla vita. Amare ciò che è stato non significa dichiarare inevitabile ciò che sarà. Il passato può essere necessario senza che il futuro sia già deciso.
Forse è proprio questa distinzione che il fatalismo tende continuamente a cancellare.
Esiste una saggezza nell’accettazione. Pretendere di dominare ogni evento significa condannarsi alla frustrazione e confondere la libertà con l’onnipotenza. Ma esiste anche una comodità dell’accettazione: quella che comincia quando chiamiamo «destino» ciò che preferiamo non affrontare, «necessità» ciò che non vogliamo discutere, «inevitabile» ciò per cui non intendiamo più assumerci una responsabilità.
Abstine et sustine, allora, può essere letto non come un invito alla resa, ma come una disciplina del confine: sopportare ciò che non possiamo cambiare per non sprecare la libertà che ancora possediamo.
Non siamo responsabili di tutto ciò che accade. Sarebbe un’altra forma di onnipotenza. Siamo però responsabili di una cosa più modesta e più difficile: non attribuire al destino anche la parte che appartiene ancora alle nostre scelte.
Perché talvolta «è inevitabile» è una constatazione.
Altre volte è un alibi.
E forse, prima di pronunciarlo, dovremmo farci una domanda:
quando diciamo «è inevitabile», stiamo riconoscendo il destino oppure stiamo rinunciando alla nostra libertà?
«Accettare il limite è saggezza.
Chiamare destino ogni rinuncia è fatalismo.»
– Inchiostronero

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.