Un viaggio tra teatro greco, inconscio e civiltà occidentale

«I disagi dell’anima ai tempi di Aristofane»
Quando la commedia greca anticipò Freud
Redazione Inchiostronero
Molto prima che la psicoanalisi desse un nome all’inconscio, il teatro greco aveva già esplorato le contraddizioni profonde dell’animo umano. Attraverso Le Nuvole di Aristofane, il pensatoio di Socrate e il celebre mito dell’androgino narrato nel Simposio di Platone, questo saggio ripercorre le sorprendenti anticipazioni del pensiero freudiano nel mondo antico. Tra desiderio, repressione, autorità paterna, pulsioni e crisi della civiltà, emerge un ritratto inquietante dell’uomo occidentale: una creatura sospesa tra ragione e istinto, alla continua ricerca di una verità interiore che può tanto liberare quanto distruggere.

Le nuvole come riferimento costante e misterioso sul senso della vita: oltre quella bambagia, cosa c’è? Se lo chiedeva già Aristofane.
«Le nuvole sono un teatro permanente, uno schermo su cui proiettare le nostre visioni, ossessioni, premonizioni, profili e cornici tra terra e cielo»
disse Fabrizio De André in un’intervista al Rockstar Magazine.
«Le nuvole sono ciò che ci distanzia da quello che ci nascondiamo: il cielo, la luce».
Si ripete sempre che la psicoanalisi è nata alla fine dell’Ottocento, quando Sigmund Freud iniziò a esaminare le sue pazienti distese sul famoso divano viennese. Ma se quello fu davvero il gesto inaugurale della psicoanalisi, allora tutto cominciò molto prima. Molto, molto prima.
«Adesso sdraiati qui e tira fuori qualche pensiero sui casi tuoi».
È il marzo del 423 a.C., quando gli ateniesi si ritrovarono a teatro per assistere alla nuova commedia di Aristofane: Le Nuvole. La storia, eternamente uguale a se stessa, è quella di un padre, Strepsiade, che non sa più come sbarcare il lunario. Ha una moglie poco incline al risparmio, proveniente dalla buona società, e un figlio scapestrato, Fidippide, divorato dalla passione per i cavalli e per il lusso. Intorno a lui incombono i creditori, le cambiali, i debiti, l’umiliazione sociale.
Strepsiade: Solo a sentirne la voce l’anima mia si è alzata in volo, e già va cercando quisquilie e sottigliezze fumose. […]
Socrate: Non lo sai che sono loro a dar da mangiare a intellettuali di ogni tipo?»
È l’alba, il momento in cui l’anima umana perde le proprie difese. Il buio si ritira lentamente e insieme a esso emergono paure, intuizioni, ossessioni. In città corre voce di un sapientone capace di insegnare come avere ragione anche quando si ha torto. Si chiama Socrate.
Strepsiade decide che quell’uomo sarà la sua salvezza.
Corre nel suo pensatoio, una sorta di laboratorio del sapere sospeso tra filosofia, provocazione e ciarlataneria. Socrate lo osserva con sospetto. Vuole conoscerlo. Ma per conoscere davvero qualcuno occorre farlo parlare, portare alla luce ciò che nasconde persino a se stesso.
C’è un unico modo: farlo sdraiare su un lettino infestato da pidocchi e cimici, ma pur sempre un lettino.
Strepsiade si sdraia. Socrate lo invita a scavare dentro di sé.
La psicoanalisi, forse, potrebbe essere nata proprio così, all’ombra dell’Acropoli di Atene.
Naturalmente il condizionale è obbligatorio. Il Socrate di Aristofane non coincide con il Socrate storico. È una caricatura, una deformazione polemica, un bersaglio teatrale costruito per inquietare e far ridere il pubblico ateniese. Eppure le caricature, spesso, riescono a cogliere verità profonde che sfuggono alle rappresentazioni ufficiali.
L’Atene di quegli anni era un laboratorio intellettuale senza precedenti. Filosofi, sofisti e pensatori stavano demolendo antiche certezze religiose e morali. La parola diventava strumento di potere. La verità sembrava meno importante della capacità di convincere.
Per i settori più conservatori della città tutto questo era pericoloso. Quelle nuove filosofie non apparivano come ricerca della giustizia, ma come tecniche sofisticate per piegare la realtà ai propri interessi.
Il sospetto, in fondo, era semplice: se ogni verità può essere ribaltata, allora nessun valore è più stabile.
Quando Freud dichiarò che l’uomo non è padrone di se stesso scandalizzò l’Europa. Noi ci crediamo razionali, morali, coerenti. In realtà, sosteneva, siamo attraversati da impulsi, desideri e pulsioni che ignoriamo quasi completamente.
Esattamente questo sembra emergere anche nelle Nuvole.
Strepsiade è troppo rozzo per comprendere fino in fondo l’insegnamento socratico. Ma Fidippide capisce immediatamente. Comprende che le leggi, la morale e il rispetto sono spesso costruzioni fragili dietro cui si agitano forze più primitive.
L’essere umano si considera superiore agli animali, ma continua a inseguire gli stessi bisogni fondamentali: possesso, dominio, desiderio, sessualità, aggressività.
«C’est le sexe, toujours le sexe», ripeteva Jean-Martin Charcot, uno dei maestri di Freud.
La civiltà nasce proprio per contenere queste pulsioni. Le società umane costruiscono norme, leggi e religioni per impedire che gli istinti distruggano la convivenza collettiva. L’omicidio, la violenza, l’adulterio, la sopraffazione vengono repressi attraverso regole e punizioni.
Ma questa repressione ha un prezzo.
Nel celebre Il disagio della civiltà Freud sosteneva che la società, per esistere, deve inevitabilmente limitare la libertà pulsionale dell’individuo. Ogni civiltà produce dunque infelicità, frustrazione e senso di colpa.
L’uomo civilizzato è un essere continuamente diviso contro se stesso.
Aristofane sembra aver intuito questo dramma con oltre duemila anni di anticipo.
Fidippide apprende rapidamente la nuova arte del ragionamento. Ben presto utilizza argomentazioni capziose per giustificare ogni comportamento. Arriva persino a dimostrare di avere il diritto di picchiare il padre.
Il ragionamento è spietatamente logico.
«Tu mi picchiavi quando ero bambino?» chiede al padre.
Strepsiade risponde di sì, spiegando che lo faceva a fin di bene.
Allora Fidippide conclude che anche lui, per il bene del padre, può fare la stessa cosa.
È il crollo dell’autorità paterna. L’ordine simbolico viene rovesciato. Il figlio nega il padre usando proprio gli strumenti intellettuali che il padre gli ha permesso di apprendere.
Freud avrebbe potuto chiamarlo “complesso di Aristofane” anziché complesso edipico.
Negare il padre significa negare il limite. Significa spezzare il principio stesso dell’autorità.
E forse non è casuale che questa dinamica appaia così moderna.
Molte tensioni contemporanee sembrano nascere proprio dalla dissoluzione delle figure simboliche tradizionali: il padre, il maestro, l’autorità morale, la continuità culturale. Una civiltà che desacralizza tutto rischia di produrre individui incapaci di riconoscere qualsiasi confine.
Freud conosceva molto bene il mondo antico. Tuttavia Aristofane compare raramente nei suoi scritti. Forse per prudenza. O forse perché alcune intuizioni erano troppo vicine alle sue stesse teorie.
Lo scrittore George Steiner formulò un’osservazione fulminante: molte nevrosi descritte da Freud sembrano essersi diffuse proprio dopo essere state nominate. Come profezie che si autoavverano.
Ma era davvero necessario portare alla luce l’inconscio?
Aristofane sembra nutrire dubbi profondi. Conoscere se stessi non significa automaticamente diventare migliori. Anzi, può accadere il contrario.
Fidippide scopre la propria verità interiore e finisce per giustificare la violenza contro il padre. Strepsiade, terrorizzato dalle conseguenze di quella nuova sapienza, reagisce incendiando il pensatoio di Socrate.
Come se Aristofane avesse intuito che scavare troppo nell’anima umana rischia di liberare forze incontrollabili.
Forse non tutto ciò che è nascosto desidera davvero essere rivelato.
Eppure il discorso non termina qui.
Nel Simposio di Platone il personaggio di Aristofane riappare in modo sorprendente. Durante una serata dedicata ai discorsi sull’amore, il commediografo viene colpito da un singhiozzo incontenibile. Tossisce, starnutisce, si agita, perde il controllo del proprio corpo.
Il dettaglio è comico ma anche inquietante.
Ricorda i sintomi isterici delle pazienti freudiane. Più il corpo tenta di reprimere qualcosa, più quel qualcosa ritorna sotto forma di tic, spasmo o nevrosi.
Persino il grande moralista Aristofane sembra tradito dal proprio inconscio.
Quando finalmente riesce a parlare, racconta uno dei miti più celebri della cultura occidentale. Un tempo, dice, gli esseri umani erano creature perfette e complete. Zeus, temendone la forza, li divise in due metà condannandoli a cercarsi per tutta la vita.
L’amore nasce da questa mutilazione originaria.
Ogni essere umano vive dunque come una creatura incompleta, sospesa tra desiderio e nostalgia.
Qui il pensiero antico sfiora qualcosa di profondamente moderno. L’uomo non desidera soltanto il piacere. Desidera ricomporre una frattura originaria. Vuole tornare a una perduta unità.
Freud, in Al di là del principio di piacere, svilupperà una teoria altrettanto radicale: accanto alla pulsione di vita esiste una pulsione opposta, una forza oscura che tende all’annullamento, all’inerzia, al ritorno alla quiete della materia inorganica.
Eros e Thanatos.
Vita e morte.
Desiderio e dissoluzione.
Secondo Aristofane, gli amanti perfettamente ricongiunti
«si lasciavano morire di fame e di inerzia».
È un’immagine impressionante. Come se l’amore assoluto coincidesse con la fine del movimento, con il dissolversi stesso della vita.
La teoria più audace di Freud sembra già contenuta, in forma poetica e tragica, nel mito platonico.
Il cerchio si chiude.
Aristofane, il nemico della filosofia, finisce involontariamente per anticipare la psicoanalisi.
Quando simili discorsi giunsero alle orecchie di Aristotele, la reazione fu molto diversa. Aristotele apparteneva a una mentalità più concreta, meno attratta dagli abissi dell’anima. Per lui l’essere umano non doveva smarrirsi nei labirinti dell’inconscio ma imparare a educare se stesso attraverso equilibrio, ragione, abitudine e misura.
L’amore non coincide con il desiderio erotico incontrollato. La felicità nasce dall’armonia tra passioni e ragione. Anche il corpo, per Aristotele, possiede una propria saggezza naturale fatta di respirazione, digestione, movimento, attività fisica, ordine biologico.
Gli psicodrammi di Platone e Aristofane gli apparivano probabilmente eccessivi.
Eppure il mondo moderno sembra essersi avvicinato molto di più agli inquieti ateniesi che al buon senso aristotelico.
Viviamo in una civiltà ossessionata dall’interiorità, dalla psicologia, dall’identità, dal trauma, dal desiderio nascosto. Ogni gesto sembra richiedere interpretazione. Ogni comportamento nasconde un conflitto invisibile.
La psicoanalisi ha trasformato radicalmente il modo in cui l’Occidente guarda se stesso.
Ma Aristofane aveva già intuito il rischio.
Quando l’uomo inizia a scavare troppo profondamente dentro la propria anima, può scoprire qualcosa che non riesce più a controllare.
Forse il vero disagio della civiltà nasce proprio qui: nella distanza insanabile tra ciò che siamo, ciò che desideriamo e ciò che dobbiamo fingere di essere per vivere insieme agli altri.

Bibliografia essenziale
- Il disagio della civiltà — Sigmund Freud
- Al di là del principio di piacere — Sigmund Freud
- Le Nuvole — Aristofane
- Simposio — Platone