Quattro viaggi fantastici per raccontare un mondo fin troppo reale

«GULLIVER NON È UNA FAVOLA PER BAMBINI»

Swift inventò nani, giganti, isole volanti e cavalli razionali per smascherare il potere, il sapere e infine l’uomo

Riletture libere, ma filologicamente rispettose, dei grandi racconti della cultura occidentale

Redazione Inchiostronero

Per generazioni I viaggi di Gulliver sono stati ridotti nell’immaginario collettivo all’avventura di un gigante immobilizzato da uomini minuscoli. Ma Jonathan Swift aveva scritto qualcosa di molto più feroce. Dietro Lilliput, Brobdingnag, Laputa e il paese degli Houyhnhnm si nasconde una satira che parte dalla politica britannica del Settecento e allarga progressivamente il proprio bersaglio: le guerre combattute per ragioni assurde, la corsa alle cariche pubbliche, l’orgoglio della civiltà europea, il sapere separato dalla realtà e, infine, la natura stessa dell’uomo. Gulliver attraversa mondi fantastici; Swift, invece, sta osservando il nostro.


Nota redazionale

Nell’immaginario popolare I viaggi di Gulliver sono diventati soprattutto un racconto fantastico, spesso consegnato alla letteratura per ragazzi. Ma il libro pubblicato da Jonathan Swift nel 1726 nasce come una satira politica, sociale e filosofica: i suoi nani, giganti, scienziati e cavalli razionali non servono soltanto a costruire mondi meravigliosi, ma a cambiare la distanza dalla quale l’uomo osserva se stesso.

Per questo non cercheremo di “spiegare” Swift prima di partire. Lo seguiremo nei suoi approdi, lasciando che siano Lilliput, Brobdingnag, Laputa e il paese degli Houyhnhnm a mostrare, uno dopo l’altro, che cosa si nasconde dietro l’avventura. Perché il vero viaggio di Gulliver non conduce soltanto in terre immaginarie: riporta continuamente verso di noi.

Introduzione — L’uomo che credeva di partire per vedere il mondo

Lemuel Gulliver non parte come un eroe. È un medico, un uomo pratico, curioso, apparentemente affidabile; uno di quei viaggiatori che osservano, registrano, descrivono. Quando racconta ciò che vede, lo fa con la serietà di chi è convinto che il mondo possa essere compreso mettendo ogni cosa al proprio posto.

È proprio questa affidabilità a rendere efficace la trappola di Swift. Gulliver crede di viaggiare per conoscere popoli strani; noi crediamo di seguirlo per osservarli. Ma a ogni approdo cambia la misura con cui giudichiamo ciò che abbiamo davanti. Prima diventano minuscoli gli altri, poi diventiamo minuscoli noi; quindi il sapere perde il contatto con la realtà e, infine, vacilla perfino la certezza che l’uomo sia l’animale razionale per eccellenza.

Gulliver crede di osservare gli altri. Swift lo manda in viaggio perché possiamo osservare noi stessi. E da qui salpiamo.

PRIMO APPRODO

Lilliput — Quanto deve essere piccolo un uomo per diventare potente?

Quando Lemuel Gulliver riprende conoscenza dopo il naufragio, scopre di non potersi muovere. È disteso sulla schiena, braccia e gambe legate al terreno, persino i capelli assicurati al suolo. Poi qualcosa comincia a camminargli sul corpo: un uomo alto meno di quindici centimetri, armato di arco e frecce. Ne arriveranno centinaia. La scena è diventata così celebre da divorare quasi tutto il romanzo: per molti lettori I viaggi di Gulliver è ancora soprattutto questo, un gigante prigioniero di uomini minuscoli.

Swift, invece, ha appena cominciato.

Lilliput non è un paese di buffi ometti. È uno Stato con imperatore, corte, ministri, funzionari, eserciti, diplomatici, fazioni e nemici esterni. In altre parole, possiede quasi tutto ciò che possedeva la Gran Bretagna di Swift. Soltanto molto, molto più piccolo.

A corte Gulliver assiste a uno degli spettacoli più memorabili. Quando si rende disponibile una grande carica pubblica, i candidati devono esibirsi davanti all’imperatore danzando e saltando sopra una corda sottilissima. Swift precisa che a praticare quell’esercizio sono coloro che

«aspirano a grandi incarichi e al favore della corte»

e che la carica viene assegnata a

«chi salta più in alto senza cadere».

(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Parte I, cap. III, traduzione nostra).

Anche i ministri devono dimostrare periodicamente di non avere perduto la propria abilità. Il tesoriere Flimnap è il migliore di tutti.

La competenza necessaria per governare l’impero? Swift non ne parla. Per avanzare bisogna conoscere l’arte dell’equilibrio: capire quanto saltare, quando piegarsi e, possibilmente, non precipitare davanti al sovrano. Il lettore settecentesco poteva riconoscervi una politica nella quale mantenersi nel favore di chi comandava valeva spesso più del merito.

Sono passati tre secoli. La corda, naturalmente, non si vede più.

Ma Swift non si accontenta.

A Lilliput esistono due grandi fazioni, distinte dall’altezza dei tacchi: i Tramecksan li portano alti, gli Slamecksan bassi. L’imperatore preferisce questi ultimi. Dietro la caricatura affioravano le contrapposizioni della politica britannica, tradizionalmente ricondotte alla rivalità fra Tory e Whig. Una divisione considerata serissima viene così ridotta letteralmente a pochi millimetri di tacco.

Poi arriva la guerra.

Lilliput combatte da anni contro il vicino impero di Blefuscu. La causa è solenne quanto può esserlo una questione decisiva per il destino dei popoli: da quale estremità bisogna rompere un uovo sodo.

La tradizione prescriveva il lato più largo. Un antenato dell’imperatore, dopo essersi tagliato un dito rompendo un uovo, impose per legge di aprirlo dalla parte più stretta. Ne seguirono rivolte, persecuzioni, esili e morti. Gulliver viene informato che «undicimila persone» avevano preferito morire piuttosto che accettare l’estremità prescritta. (Parte I, cap. IV, traduzione nostra).

I sostenitori del lato largo trovarono protezione a Blefuscu e la controversia divenne internazionale. Dietro Big-Endians e Little-Endians si riconoscono le lacerazioni politico-religiose e dinastiche europee; dietro Blefuscu si intravede soprattutto la Francia, grande rivale della Gran Bretagna.

Swift aggiunge un particolare ancora più corrosivo. Il testo sacro invocato dalle parti afferma semplicemente che «tutti i veri credenti romperanno le uova dall’estremità conveniente». Quale sia quella conveniente, osserva chi racconta la controversia, dovrebbe essere lasciato alla coscienza di ciascuno — o, tutt’al più, all’autorità civile. (Parte I, cap. IV, traduzione nostra).

Il meccanismo è perfetto. Una frase può essere interpretata. Qualcuno stabilisce quale sia l’interpretazione corretta. Nascono due fazioni. Seguono censura, esclusione dagli incarichi, esilio, ribellioni. Infine arrivano gli eserciti.

E tutto era cominciato da un uovo.

Swift non sostiene che le convinzioni religiose o politiche siano insignificanti. Ne cambia la scala. Le osserva da abbastanza lontano da costringerci a domandarci quanto delle ragioni proclamate dagli uomini valga davvero il sangue che sono disposti a versare.

Gulliver, che potrebbe schiacciare Lilliput sotto una scarpa, finisce coinvolto nelle sue strategie e nella guerra contro Blefuscu. La piccolezza fisica dei lillipuziani diventa così morale e politica.

È il primo inganno di Swift. Ci mette davanti uomini minuscoli perché possiamo ridere delle loro smisurate ambizioni. Poi, mentre stiamo ancora sorridendo, elimina silenziosamente l’unità di misura.

E la domanda non riguarda più Lilliput.

È Lilliput a essere ridicola, oppure lo diventa qualsiasi politica quando la si guarda dalla giusta distanza?

SECONDO APPRODO

Brobdingnag — E se quelli piccoli fossimo noi?

A Lilliput Gulliver poteva tenere un uomo sul palmo della mano. A Brobdingnag basta una mano per tenere Gulliver.

Swift capovolge il gioco precedente. Gli alberi sembrano torri, i campi foreste, gli animali domestici diventano minacce e persino il corpo umano, osservato da pochi centimetri di distanza, perde ogni grazia: pori, rughe, odori, imperfezioni. La grandezza non nobilita necessariamente le cose. Qualche volta permette soltanto di vederne meglio i difetti.

Gulliver viene trovato da un contadino, esibito come una curiosità e infine condotto a corte. È intelligente, sa parlare, ragiona, ma agli occhi dei giganti rimane una creatura minuscola proveniente da un paese ancora più minuscolo.

Ed è qui che Swift prepara il rovesciamento decisivo.

Gulliver racconta al re di Brobdingnag la propria patria: Parlamento, nobiltà, tribunali, finanze, guerre, alleanze. Lo fa con l’orgoglio di chi è convinto di rappresentare una civiltà raffinata. Non sta confessando i propri difetti: sta presentando le proprie credenziali.

Il re ascolta e fa domande. Come vengono scelti gli uomini che governano? Come funziona la giustizia? Perché nascono le guerre? Quale rapporto esiste fra ricchezza e potere?

Più Gulliver risponde, più l’immagine gloriosa dell’Europa si restringe. Vista dall’esterno, la complessità politica può sembrare soltanto un sistema ingegnoso attraverso il quale uomini avidi, ambiziosi e litigiosi organizzano le proprie rivalità.

Alla fine il sovrano pronuncia il suo verdetto: gli europei gli sembrano

«la più perniciosa razza di piccoli e odiosi parassiti che la natura abbia mai lasciato strisciare sulla superficie della terra».

(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Parte II, cap. VI, traduzione nostra).

La parola decisiva è «piccoli».

Gulliver è fisicamente minuscolo davanti al re, ma Swift ha trasferito quella misura alla civiltà che rappresenta. Gulliver crede di stare facendo l’elogio dell’Europa mentre Swift ne sta costruendo l’atto d’accusa.

Il rovesciamento diventa ancora più feroce quando Gulliver, desideroso di mostrare quanto avanzata sia la conoscenza europea, offre al re il segreto della polvere da sparo. Gli spiega che permette di abbattere mura, distruggere città e annientare eserciti. È convinto di consegnargli uno strumento capace di renderlo invincibile.

Il re ne è inorridito. Non comprende come una creatura apparentemente innocua possa concepire idee tanto disumane e dichiara che preferirebbe perdere

«metà del suo regno»

piuttosto che conoscere un simile segreto. (Parte II, cap. VII, traduzione nostra).

Gulliver vede una conquista della conoscenza; il re ne vede le conseguenze. Il primo vede la capacità tecnica. Il secondo, uomini uccisi e città distrutte.

Swift non sta costruendo l’utopia di un sovrano perfetto. Fa qualcosa di più interessante: toglie all’Europa il privilegio di giudicare se stessa con i propri criteri.

Ed ecco perché Brobdingnag viene dopo Lilliput.

Nel primo viaggio abbiamo sorriso guardando dall’alto uomini minuscoli che litigavano per tacchi, cariche e uova. Era facile: i ridicoli erano loro.

Adesso qualcuno guarda noi dalla stessa altezza.

Guerre, titoli, parlamenti, eserciti, conquiste: ciò che dall’interno appare solenne cambia dimensione quando l’osservatore non condivide automaticamente i valori sui quali abbiamo costruito quella solennità.

Swift ha cambiato soltanto la scala.

Eppure è bastato.

Perché la grandezza, scopriamo a Brobdingnag, molto spesso è il nome che diamo alle cose quando siamo troppo vicini per giudicarle.

E allora la domanda non riguarda più i giganti.

Quanto rimane della grandezza di una civiltà quando a giudicarla è qualcuno che non condivide la sua idea di grandezza?

TERZO APPRODO

Laputa — A che serve sapere tutto se non si capisce più la realtà?

Dopo essere stato gigante e poi creatura minuscola, Gulliver incontra uomini che sembrano avere risolto il problema delle dimensioni occupandosi quasi esclusivamente di ciò che sta sopra le loro teste.

Laputa è un’isola volante. I suoi abitanti sono ossessionati dalla matematica, dall’astronomia e dalla musica; calcolano e misurano continuamente. Sono così assorti nei propri pensieri da avere bisogno di appositi servitori, i flappers, che li richiamano alla realtà toccandoli sulla bocca o sulle orecchie quando devono parlare o ascoltare.

Swift descrive uomini talmente immersi nella propria mente da dover essere avvertiti che davanti a loro esiste ancora il mondo.

Eppure non sono stupidi. È proprio questo il punto.

Possiedono conoscenze matematiche e astronomiche sofisticate e hanno costruito un’intera isola capace di muoversi nell’aria grazie a un enorme magnete. Trasformare Swift in un nemico della scienza significherebbe quindi perdere il bersaglio: questi uomini sanno moltissimo.

Il problema comincia quando devono usare ciò che sanno.

Un sarto incaricato di prendere le misure a Gulliver procede con quadrante, compasso e calcoli geometrici. Qualche giorno dopo arriva l’abito: «fatto molto male e completamente fuori misura». (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Parte III, cap. II, traduzione nostra).

Il calcolo era raffinato.

I pantaloni, evidentemente, non lo sapevano.

Ma è nell’Accademia di Lagado che la satira diventa più feroce. Gulliver incontra studiosi impegnati da anni in progetti straordinari: uno cerca di ricavare raggi di sole dai cetrioli per conservarli in fiale; un altro tenta di trasformare gli escrementi negli alimenti dai quali derivano; altrove si progettano case cominciando dal tetto e nuovi metodi agricoli incapaci di produrre risultati.

Il ricercatore dei cetrioli assicura che, con altre otto annualità di lavoro, potrà fornire ai giardini del governatore

«luce solare a un prezzo ragionevole».

(Parte III, cap. V, traduzione nostra).

È difficile non sorridere.

Ma fuori dalle accademie Gulliver vede campi mal coltivati, case in rovina e una popolazione impoverita. Il contrasto è il vero bersaglio: mentre si moltiplicano progetti e teorie destinati a migliorare il mondo, la realtà concreta peggiora.

Swift non sta dicendo che pensare sia inutile o che la matematica sia ridicola. Colpisce qualcosa di più preciso: un sapere che considera la propria eleganza una prova sufficiente della propria verità.

Ma Laputa nasconde ancora qualcosa.

L’isola volante è anche uno strumento di dominio. Quando una città si ribella o rifiuta di pagare i tributi, il re può sospenderla sopra di essa, privandola del sole e della pioggia, fino alla minaccia estrema di schiacciarla.

Improvvisamente l’immagine cambia.

La conoscenza che sembrava incapace di confezionare un vestito diventa terribilmente efficace quando deve esercitare il potere.

Ed è forse qui la provocazione più profonda di Laputa. Il sapere può perdere il contatto con la vita e conservare, nello stesso tempo, una formidabile capacità di governarla.

Non occorre chiedersi chi siano oggi i laputiani. Sarebbe troppo facile.

Basta l’immagine lasciataci da Swift: uomini che conoscono il movimento degli astri, fanno volare un’isola nel cielo e devono essere toccati da un servitore per accorgersi che qualcuno sta parlando con loro.

E allora la domanda non riguarda più soltanto Laputa.

Quando il sapere smette di guardare il mondo, continua a essere conoscenza o diventa soltanto un’altra forma di potere?

QUARTO APPRODO

Houyhnhnm e Yahoo — Siamo davvero gli animali razionali?

Quando Gulliver arriva nel paese degli Houyhnhnm, Swift cambia qualcosa di più radicale delle proporzioni: toglie all’uomo il monopolio della ragione.

Gli Houyhnhnm sono cavalli. Parlano, ragionano e organizzano la propria società secondo principi razionali. Guardano con stupore Gulliver, che possiede un corpo simile a quello degli esseri più degradati del loro paese ma sembra capace di pensare.

Quegli esseri sono gli Yahoo.

Sono sporchi, aggressivi, dominati dagli appetiti. Combattono per ciò che desiderano, accumulano ciò che non serve e sembrano incapaci di governare le proprie passioni.

Poi Gulliver osserva meglio.

E comincia il disagio.

Gli Yahoo hanno mani, volto e corpo che gli ricordano qualcosa. Quando vede la propria immagine accanto alla loro, la somiglianza diventa impossibile da ignorare.

Il problema non è più stabilire che cosa siano gli Yahoo.

È stabilire che cosa siamo noi.

Gulliver racconta al suo padrone Houyhnhnm la civiltà dalla quale proviene: guerre, denaro, potere, malattie, avvocati, ministri, ricchezza e povertà. Il suo interlocutore arriva a una conclusione devastante: gli uomini non possiedono propriamente la ragione; dispongono piuttosto di una capacità che permette loro di «accrescere i propri vizi» e di scoprirne di nuovi che gli Yahoo non conoscono ancora. (Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Parte IV, cap. VII, traduzione nostra).

L’intelligenza, dunque, potrebbe non averci resi migliori. Potrebbe averci semplicemente fornito strumenti più sofisticati per essere ciò che eravamo già.

Uno Yahoo desidera una pietra lucente.

Un uomo inventa il denaro.

Uno Yahoo aggredisce un rivale.

Un uomo organizza un esercito.

Uno Yahoo vuole dominare.

Un uomo costruisce istituzioni capaci di trasformare quella volontà in sistema.

La distanza fra bestialità e civiltà si restringe pericolosamente.

Di fronte a tutto questo gli Houyhnhnm sembrano rappresentare l’alternativa perfetta. Non conoscono la menzogna nel senso umano del termine; vivono secondo ragione, ordine e misura. Gulliver finisce per considerarli superiori agli uomini e desidera restare con loro.

Ma Swift non ci lascia una soluzione così semplice.

Una società governata esclusivamente dalla ragione possiede ordine e stabilità, ma sembra aver espulso molto di ciò che associamo all’esperienza umana: passioni, individualità, imprevedibilità, persino quella fragilità dalla quale possono nascere compassione e libertà.

La ragione degli Houyhnhnm è limpida.

Proprio per questo può diventare terribilmente fredda.

Quegli esseri ragionevoli discutono infatti anche di come risolvere il problema degli Yahoo, fino a considerare la possibilità di eliminarli o impedirne la riproduzione.

Se gli Yahoo rappresentano l’uomo abbandonato agli appetiti, gli Houyhnhnm rappresentano forse ciò che rimarrebbe eliminando tutto ciò che non può essere ricondotto alla ragione.

Ma siamo sicuri di voler vivere lì?

Swift ha ormai portato la satira nel punto più scomodo. Non ci domanda più se governiamo bene, se combattiamo guerre assurde o se utilizziamo male la nostra intelligenza.

Ci domanda qualcosa che viene prima:

Che cosa ci autorizza a considerarci animali razionali?

E proprio quando sembra offrirci negli Houyhnhnm la risposta — una vita finalmente governata dalla ragione — introduce l’ultimo dubbio.

Forse l’alternativa agli Yahoo non consiste nel cancellare tutto ciò che nell’uomo è irrazionale, ma nell’imparare a conviverci senza esserne dominati.

E allora la domanda diventa inevitabile:

Se togliessimo all’uomo tutto ciò che lo rende irrazionale, avremmo finalmente un uomo migliore oppure non avremmo più un uomo?

QUINTO APPRODO

Il ritorno — E se gli Yahoo fossimo noi?

Gulliver torna a casa.

Dovrebbe essere la conclusione rassicurante di ogni racconto di viaggio. Dopo naufragi, giganti, uomini minuscoli, isole volanti e cavalli filosofi, il viaggiatore ritrova ciò che aveva lasciato: la moglie, i figli, la casa, la propria specie.

Ma Swift gli nega il lieto fine.

L’uomo che ritorna non è quello che era partito.

Dopo avere vissuto con gli Houyhnhnm, Gulliver non riesce più a guardare gli esseri umani senza riconoscere in loro gli Yahoo. E non soltanto negli avidi, nei violenti o nei corrotti: la somiglianza riguarda la specie.

Quando rientra a casa, la moglie e i figli gli si avvicinano con affetto. La sua reazione è terribile. La moglie lo abbraccia e lo bacia, ma quella vicinanza gli provoca un’impressione tale da farlo quasi svenire. Poco dopo confessa che per il primo anno riuscì a malapena a sopportare la presenza della propria famiglia e che

«il loro stesso odore mi era intollerabile». 

(Jonathan Swift, I viaggi di Gulliver, Parte IV, cap. XII, traduzione nostra).

La satira ha ormai smesso di essere un gioco di proporzioni.

Viaggio dopo viaggio, Swift ha tolto qualcosa all’immagine che l’uomo possiede di se stesso: il prestigio del potere, la grandezza della civiltà, l’autorità del sapere e, infine, la certezza della propria superiorità razionale.

Adesso rimane il lettore.

Ed è qui che Gulliver stesso diventa problematico. Il suo disgusto per l’umanità è così assoluto da renderlo incapace di riconoscere persino l’affetto della propria famiglia. Se gli Yahoo rappresentano l’uomo dominato dagli appetiti, Gulliver rischia l’estremo opposto: voler fuggire dalla propria umanità.

Swift non ci obbliga dunque a scegliere fra gli Yahoo e gli Houyhnhnm. Forse non ci offre una soluzione proprio perché vuole lasciarci dentro il problema.

Nelle ultime pagine Gulliver riesce lentamente a tollerare di nuovo la presenza della moglie e dei figli, ma preferisce ancora trascorrere ore nella stalla, conversando con i propri cavalli. È un’immagine insieme comica e malinconica: l’uomo che ha attraversato il mondo per conoscere altri popoli è tornato incapace di vivere serenamente con il proprio.

E allora comprendiamo che I viaggi di Gulliver non raccontano soltanto quattro paesi fantastici.

Raccontano anche una progressiva perdita dell’innocenza.

All’inizio Swift ci permette di dire loro: loro sono ridicoli, loro sono vanitosi, loro combattono guerre assurde, loro non vedono la realtà.

Viaggio dopo viaggio, quella parola diventa sempre più difficile da pronunciare.

Finché rimane soltanto una domanda.

E se gli Yahoo fossimo noi?

CONCLUSIONE

La favola che non voleva farci addormentare

Forse adesso possiamo capire perché I viaggi di Gulliver abbiano avuto un destino così singolare.

Abbiamo conservato soprattutto l’immagine più innocente: un uomo enorme disteso sulla spiaggia, immobilizzato da centinaia di piccoli fili mentre minuscoli soldati gli camminano sul petto. Un’immagine perfetta per un libro d’avventura, un’illustrazione, persino una storia da raccontare ai bambini.

Swift, però, aveva preparato un’altra cosa.

Aveva costruito un viaggio nel quale ogni distanza modificava il nostro giudizio. Ci ha fatti giganti per osservare il potere, minuscoli per giudicare la nostra civiltà, spettatori di un sapere tanto elevato da rischiare di perdere di vista la terra. Infine ha tolto all’uomo ciò di cui era più orgoglioso: la certezza di essere la creatura razionale per eccellenza.

Il viaggio poteva terminare non perché Gulliver avesse finalmente conosciuto il mondo, ma perché non poteva più guardare il proprio con gli stessi occhi di prima.

È forse questo che rende il libro ancora così scomodo.

Swift parte dalla politica britannica del Settecento, ma costruisce qualcosa che sopravvive ai personaggi e alle polemiche del suo tempo: cambia la distanza dalla quale osserviamo noi stessi.

Ed è qui che Gulliver smette definitivamente di essere una favola per bambini.

Non perché un ragazzo non possa leggerlo.

Ma perché gli adulti hanno parecchie ragioni per temerlo.

I bambini possono meravigliarsi davanti ai lillipuziani, ai giganti, alle isole volanti e ai cavalli che parlano. Gli adulti hanno un problema diverso: prima o poi devono accorgersi che Swift non ha inventato quei mondi soltanto per portarli lontano dal proprio.

Li ha inventati per costringerli a tornarci.

Per questo, dopo tre secoli, la domanda più inquietante non è se Lilliput, Brobdingnag, Laputa o il paese degli Houyhnhnm siano luoghi assurdi.

È un’altra:

E se Swift avesse inventato popoli assurdi soltanto per evitare di dirci direttamente che il popolo più assurdo, ai suoi occhi, eravamo noi?

Questo è un approdo de “I Classici Smontati”.

Se il viaggio continuerà, altri miti, fiabe e grandi opere della letteratura saranno riletti con lo stesso spirito: ironia senza irriverenza, rispetto per i testi e la libertà di porre quelle domande che, forse, ci siamo sempre fatti ma raramente abbiamo osato formulare.

La Redazione

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

Nota per le immagini Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

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