Duemila anni dopo, Seneca presenta il conto agli algoritmi

«I LADRI DEL NOSTRO TEMPO»
Da Seneca a Zuckerberg, quando l’attenzione diventa merce e la libertà comincia dalla riconquista del proprio tempo
Redazione Inchiostronero
Nota redazionale
Un recente intervento di Radio Radio dedicato al contenzioso americano che ha coinvolto Meta ha suggerito alla redazione di Inchiostronero una domanda che supera largamente la vicenda giudiziaria: che cosa accade quando il tempo dell’uomo diventa una risorsa economica?
Il punto di partenza è Seneca e il De brevitate vitae. Il filosofo romano ricordava che non disponiamo di poco tempo: siamo noi a perderne molto. Duemila anni dopo, tuttavia, quella dispersione ha incontrato algoritmi, piattaforme e modelli economici capaci di trasformare l’attenzione in valore.
Questo articolo prende spunto dall’attualità senza voler celebrare un processo a Meta né attribuire a Seneca improbabili profezie tecnologiche. Cerca piuttosto di interrogare una forma contemporanea di dipendenza antichissima: la facilità con cui consegniamo ad altri la parte più irripetibile della nostra esistenza.
Perché il problema non è soltanto chi tenta di impadronirsi del nostro tempo. È anche capire perché siamo così disposti a cederglielo.
Il tempo che finisce
Duemila anni dopo Seneca, Martin Heidegger avrebbe posto la finitudine al centro della condizione umana. In Essere e tempo la morte non è soltanto l’evento biologico che conclude l’esistenza: è la possibilità estrema che rende ogni vita irriducibilmente propria. Nessuno può morire al nostro posto. E sapere che il nostro tempo ha un limite può sottrarci alla dispersione del Si, a quell’esistenza impersonale nella quale si pensa, si desidera e si vive come «si» pensa, «si» desidera e «si» vive.
Seneca e Heidegger percorrono strade filosofiche molto diverse, ma sembrano incontrarsi su un punto decisivo: il tempo non è semplicemente qualcosa che possediamo. È la materia stessa di cui è fatta la nostra esistenza.
Per questo sottrarci tempo significa qualcosa di più che distrarci. Significa occupare una porzione irripetibile della nostra vita.
Meta ci ruba il tempo.
Seneca ci guarda.
Spegni il telefono.
Seneca e il grande equivoco del tempo
Quando Seneca scrive il De brevitate vitae, intorno alla metà del I secolo d.C., non sta cercando un rimedio contro la fretta né componendo un remoto manuale sulla gestione efficiente delle nostre giornate. La sua domanda è assai più radicale: che cosa facciamo del tempo che ci è stato dato?
Ci lamentiamo che la vita sia troppo breve. La natura, pensiamo, è stata avara: ci concede pochi anni mentre avremmo bisogno di molto più tempo per realizzare ciò che desideriamo. Seneca rovescia immediatamente la prospettiva: «Non abbiamo poco tempo, ma ne abbiamo perduto molto» (De brevitate vitae, I, 3).
La brevità della vita, dunque, non dipende soltanto dalla sua durata. Dipende dal modo in cui la abitiamo.
Per Seneca esistono uomini continuamente occupati e tuttavia incapaci di possedere il proprio tempo. Corrono dietro agli affari, all’ambizione, al denaro, ai piaceri, agli obblighi sociali; sembrano vivere intensamente, mentre consegnano la propria esistenza a qualcosa che li trascina. Sono gli occupati, ai quali Seneca riserva alcune delle pagine più severe dell’opera.
È questo il paradosso che lo rende sorprendentemente vicino a noi: siamo gelosi di ciò che può essere restituito e prodighi di ciò che non potrà esserlo mai.
Ma sarebbe un errore trasformare Seneca nel padre remoto della produttività. Non ci chiede di riempire ogni minuto o di fare più cose nello stesso numero di ore. Anche l’affaccendarsi continuamente può essere una maniera di perdere la vita. Il problema non è quanto facciamo, ma se il tempo nel quale facciamo qualcosa ci appartenga ancora.
È qui che il De brevitate vitae diventa una riflessione sulla libertà. Essere padroni del proprio tempo significa, in ultima analisi, essere padroni di sé.
Duemila anni dopo abbiamo inventato strumenti capaci di farcene risparmiare quantità prodigiose. Viaggiamo più velocemente, comunichiamo istantaneamente, affidiamo alle macchine operazioni che richiedevano ore o giorni. Eppure continuiamo a ripetere: non ho tempo.
Forse perché abbiamo confuso due cose molto diverse: possedere più tempo e possedere il proprio tempo.
Seneca aveva individuato il problema quando nessuno poteva ancora trasformare sistematicamente la nostra distrazione in un modello economico. Noi abbiamo aggiunto un capitolo che non avrebbe potuto immaginare: abbiamo costruito un’economia capace di attribuire un prezzo alla dispersione del tempo.
Duemila anni dopo qualcuno scopre quanto vale un minuto
Tra Seneca e il nostro presente c’è un altro filosofo che aiuta a comprendere perché perdere tempo significhi qualcosa di più che perdere un’occasione. In Essere e tempo, Martin Heidegger pone la finitudine al centro dell’esistenza umana. La morte non è soltanto l’evento biologico che conclude la vita: è la possibilità estrema, personale e non delegabile che accompagna ogni esistenza. Nessuno può morire al nostro posto. La consapevolezza della morte rivela così qualcosa che normalmente preferiamo dimenticare: il nostro tempo non è infinito.
È l’essere-per-la-morte, uno dei concetti più celebri e spesso fraintesi del pensiero heideggeriano. Non è un invito a vivere ossessionati dalla fine, ma il riconoscimento della finitudine come condizione che può sottrarre l’esistenza alla dispersione. Se nessuno può vivere e morire al nostro posto, il tempo che ci separa dalla fine acquista un valore irriducibilmente personale.
Seneca e Heidegger percorrono strade filosofiche lontanissime, ma sembrano incontrarsi su un punto: il tempo non è semplicemente qualcosa che possediamo. È la materia stessa di cui è fatta la nostra esistenza.
Ed è precisamente questa materia che, nel mondo contemporaneo, ha acquistato un valore economico.
Una piattaforma digitale gratuita guadagna anche dalla possibilità di trattenerci, conoscere i nostri comportamenti e offrire agli inserzionisti l’accesso alla nostra attenzione. Più scorriamo, guardiamo, clicchiamo e ritorniamo, più produciamo informazioni e occasioni pubblicitarie. Una delle risorse economicamente decisive è il tempo durante il quale continuiamo a guardare.
Il minuto di Seneca poteva essere dissipato nell’ambizione, negli affari, nelle occupazioni inutili. Il nostro può essere anche contabilizzato. Una piattaforma può misurare quanto rimaniamo davanti a un contenuto, che cosa ci induce a fermarci, quando abbandoniamo una pagina, quale video ci spinge a guardarne un altro. Non occorre immaginare un oscuro complotto: è la logica dell’economia dell’attenzione. Se il ricavo dipende anche dalla permanenza dell’utente, trattenerlo diventa un obiettivo economico.
Lo scorrimento senza fine, la riproduzione automatica, le notifiche e i suggerimenti personalizzati agiscono anche in questa direzione. Nessuno di questi meccanismi ci obbliga materialmente a restare. Tutti, però, riducono quei piccoli momenti nei quali avremmo potuto decidere di andarcene.
Il vecchio mercato cercava soprattutto il nostro denaro. Il nuovo deve conquistare prima qualcosa che viene prima del denaro: il nostro sguardo.
E l’attenzione non è una materia prima depositata da qualche parte. È una porzione della nostra giornata. E una giornata è una porzione della nostra vita.
Heidegger ci ricorda che quella quantità è finita. Seneca quanto facilmente la dissipiamo. L’economia digitale ha aggiunto una terza scoperta: quel tempo può essere trasformato in valore.
Non abbiamo inventato la distrazione. Abbiamo inventato qualcosa di più sofisticato: un sistema capace di guadagnare quando ci distraiamo abbastanza a lungo.
Zuckerberg e la maschera caduta
A questo punto Zuckerberg può entrare nella nostra storia. Non come imputato simbolico di tutti i mali della società digitale né come l’uomo che avrebbe improvvisamente «confessato» ciò che accade dietro lo schermo. I fatti sono più complessi e, proprio per questo, più interessanti.
Nell’agosto 2026 Meta ha raggiunto un vastissimo accordo con una coalizione di Stati americani nel contenzioso riguardante Facebook e Instagram e il loro rapporto con bambini e adolescenti. Le accuse sostenevano, tra l’altro, che alcune caratteristiche delle piattaforme favorissero un utilizzo compulsivo dei più giovani e che Meta avesse minimizzato i rischi. La società ha respinto le accuse e l’accordo, soggetto all’approvazione del tribunale, non costituisce un’ammissione di responsabilità.
L’accordo può arrivare fino a 18 miliardi di dollari nell’arco di dieci anni. Ma fermarsi al denaro significherebbe perdere il particolare più interessante: che cosa Meta ha accettato di cambiare.
Per gli utenti minorenni l’accordo prevede, tra le altre misure, un limite giornaliero predefinito di due ore, restrizioni all’utilizzo durante la notte e alle notifiche nelle ore scolastiche, oltre a maggiori protezioni per impedire ai minori di accedere a contenuti soggetti a limiti d’età. È difficile non notare il denominatore comune: il tempo.
Quanto tempo rimani. Quando rimani. Quanto a lungo scorri. Quando una notifica può richiamarti. Quando il sistema deve interrompere la continuità dello sguardo.
Durante il processo era emerso un particolare rivelatore. Adam Mosseri, responsabile di Instagram, ha riconosciuto che Take a Break, la funzione pensata per suggerire agli adolescenti di interrompere l’uso della piattaforma, era utilizzata soltanto da una piccola percentuale di giovani prima di diventare un’impostazione predefinita. Mosseri ha difeso le scelte di Meta sostenendo che la maggior parte degli adolescenti non la voleva.
La circostanza sposta il problema: se una piattaforma ci offre la possibilità di fermarci e noi scegliamo di non farlo, chi sta sottraendo tempo a chi?
Qui la «maschera caduta» acquista un significato diverso da quello suggerito da un titolo giornalistico. Non occorre immaginare Zuckerberg mentre confessa di avere costruito una macchina per rubare minuti all’umanità. Basta osservare il paradosso portato alla luce dal contenzioso: per proteggere i più giovani si è ritenuto necessario introdurre proprio limiti e ostacoli alla permanenza continua.
Seneca torna contemporaneo. Ma la domanda che ci consegna non riguarda soltanto Meta: perché difendiamo con tanta attenzione ciò che possediamo e con tanta poca attenzione il tempo nel quale esistiamo?
Oggi, dall’altra parte, ci sono sistemi capaci di apprendere ciò che ci trattiene e di proporcelo nuovamente.
Ma accusare soltanto l’algoritmo sarebbe troppo comodo.
La porta attraverso la quale entra, molto spesso, si apre dall’interno.
Dal tempo rubato al tempo consegnato
Dire che qualcuno ci ruba il tempo è rassicurante. Disegna immediatamente due parti: da una parte il ladro, dall’altra la vittima. L’algoritmo ci seduce, la piattaforma ci trattiene, la notifica ci interrompe. Noi subiamo.
Ma è davvero così semplice?
Nessun algoritmo potrebbe esercitare un potere tanto efficace se non trovasse qualcosa, dall’altra parte dello schermo, disposto a rispondergli. Le piattaforme conoscono e sfruttano bisogni che non hanno inventato: il desiderio di essere riconosciuti, la curiosità per ciò che fanno gli altri, la ricerca dell’approvazione, la paura di essere esclusi, la difficoltà di sopportare la noia. Il dispositivo è nuovo. L’uomo che lo guarda è antichissimo.
Un tempo aspettavamo una lettera. Oggi aspettiamo una notifica. Un tempo cercavamo nello sguardo degli altri la conferma del nostro valore; oggi contiamo reazioni, visualizzazioni e commenti. È cambiata soprattutto la capacità tecnica di sollecitare continuamente quei desideri. Ma il punto vulnerabile era già dentro di noi.
La notifica interrompe, ma siamo noi ad aprirla. Lo scorrimento infinito elimina il punto naturale nel quale fermarsi, ma siamo noi a continuare a scorrere. Il video successivo parte automaticamente, ma possiamo ancora chiuderlo. Il ladro trova spesso la porta socchiusa.
Questo non significa ignorare l’enorme asimmetria tra un individuo e una piattaforma che dispone di dati, algoritmi e conoscenze dettagliate dei comportamenti degli utenti. Significa rifiutare un’alternativa troppo comoda: o siamo completamente manipolati oppure siamo completamente liberi. La realtà sta nel territorio più difficile che separa queste due estremità.
Ed è qui che ritorna Seneca.
Gli occupati del De brevitate vitae non sono uomini ai quali qualcuno abbia materialmente sottratto gli anni. Hanno permesso alle ambizioni, agli affari, ai piaceri e alle aspettative altrui di occupare progressivamente la propria esistenza.
«La vita si divide in tre tempi: ciò che fu, ciò che è e ciò che sarà»,
scrive Seneca; ma agli affaccendati sfugge persino il presente, perché, dispersi in troppe cose, non riescono ad afferrarlo.
Il problema, allora, non è soltanto difendersi da chi vuole la nostra attenzione. È comprendere perché siamo così disponibili a offrirgliela.

Forse perché il silenzio è diventato difficile. Perché un minuto vuoto ci mette a disagio. Alla fermata dell’autobus, in una sala d’attesa, davanti a un caffè, basta che si apra una piccola intercapedine nel tempo perché la mano cerchi quasi automaticamente il telefono. Non sempre stiamo cercando qualcosa. Molto spesso stiamo semplicemente cercando di non rimanere soli con il tempo.
Ci lamentiamo di non averne abbastanza e contemporaneamente riempiamo ogni suo intervallo. Inventiamo tecnologie per guadagnare tempo e poi altre tecnologie alle quali consegnare quello che abbiamo guadagnato.
Seneca avrebbe riconosciuto il meccanismo. Non lo smartphone, naturalmente, ma l’uomo incapace di appartenere a sé stesso.
Per questo parlare soltanto di «tempo rubato» non basta. Una parte viene contesa attraverso strumenti progettati per attirare e prolungare l’attenzione. Ma una parte viene ceduta.
E proprio qui comincia la questione della libertà.
Perché la forma più efficace di dominio non è necessariamente quella che ci costringe a fare qualcosa.
Può essere quella che riesce a farci desiderare di continuare.
La nuova servitù volontaria
Nel XVI secolo Étienne de La Boétie formulò una domanda destinata ad attraversare i secoli: perché gli uomini obbediscono a un potere che potrebbe esistere soltanto grazie alla loro obbedienza? Nel Discorso sulla servitù volontaria osservava che il tiranno, da solo, non possiede la forza necessaria per dominare una moltitudine. Il suo potere dipende anche dalla collaborazione di coloro che gli obbediscono. «Siate risoluti a non servire più, ed eccovi liberi», scrive La Boétie nel Discorso sulla servitù volontaria.
Naturalmente Facebook non è una tirannide e Zuckerberg non è il sovrano descritto nel Discorso. Confondere il potere politico con quello esercitato da una piattaforma digitale sarebbe una forzatura. Ma la domanda di La Boétie conserva una forza sorprendente: perché collaboriamo con ciò che ci rende meno liberi?
Nel mondo digitale questa collaborazione assume una forma particolare. Siamo noi a fornire molti degli elementi che permettono al sistema di conoscerci: che cosa ci piace, che cosa guardiamo, chi seguiamo, su quali immagini ci fermiamo, che cosa ci irrita o ci diverte. Ogni gesto contribuisce a costruire un ambiente sempre più capace di restituirci ciò che probabilmente ci farà restare.
Non siamo soltanto spettatori. Partecipiamo alla costruzione della macchina che cattura la nostra attenzione.
Questo non cancella la sproporzione tra la capacità tecnologica delle piattaforme e quella del singolo individuo. Rimane però uno spazio, magari piccolo e continuamente insidiato, nel quale possiamo ancora decidere.
La libertà contemporanea potrebbe cominciare proprio lì: non nel gesto teatrale di distruggere lo smartphone o abbandonare ogni social network, ma nella capacità di riconoscere il momento in cui uno strumento smette di servirci e cominciamo noi a servire lui.
Chi decide la destinazione della nostra attenzione?

Cinque secoli dopo La Boétie, in un contesto radicalmente diverso, resta almeno un’eco della sua provocazione: nessun sistema fondato sulla nostra attenzione può fare completamente a meno della nostra partecipazione.
Forse la nuova servitù non comincia quando qualcuno ci ordina di restare.
Comincia quando non sentiamo più il bisogno di domandarci perché siamo ancora lì.
Riprendersi il tempo
Alla fine del nostro percorso torniamo a Seneca. Non perché un filosofo vissuto duemila anni fa possa insegnarci come utilizzare uno smartphone, ma perché aveva compreso qualcosa che nessuna innovazione tecnologica ha reso obsoleto: il tempo è l’unico bene che perdiamo nello stesso istante in cui lo spendiamo.
Riprenderselo non significa riempire meglio l’agenda né trasformare ogni ora libera in un’ora produttiva. Anche l’ossessione di non sprecare neppure un minuto può diventare un’altra forma di schiavitù.
La questione è più semplice e più difficile: essere presenti nel tempo che stiamo vivendo.
Possiamo trascorrere un’ora sui social, guardare un film mediocre, passeggiare senza meta, conversare con qualcuno o non fare assolutamente nulla. Il problema non è stabilire una gerarchia morale delle occupazioni. Comincia quando non sappiamo più perché stiamo facendo ciò che facciamo; quando cinque minuti diventano cinquanta senza che sia intervenuta una decisione; quando prendiamo in mano il telefono senza ricordare che cosa stavamo cercando.
È allora che il tempo smette silenziosamente di appartenerci.
Seneca scrive:
«Tutto, Lucilio, è degli altri; soltanto il tempo è nostro» (Epistulae morales ad Lucilium, I, 1).
Possiamo perdere beni e riconquistarli, spendere denaro e guadagnarne altro. Il tempo no. Ciò che abbiamo consegnato è definitivamente trascorso.
Per questo nessuna riflessione sull’economia dell’attenzione sarebbe completa se terminasse indicando soltanto un colpevole dall’altra parte dello schermo. Gli algoritmi imparano a conoscerci, le piattaforme competono per trattenerci, le notifiche reclamano una risposta. Tutto questo è reale e, soprattutto quando sono coinvolti i minori, richiede regole e responsabilità precise.
Ma rimane una domanda che nessuna legge può risolvere al nostro posto: che cosa vogliamo fare del tempo che ci resta?
Forse Seneca non aveva «capito tutto», come recita provocatoriamente il titolo del filmato dal quale siamo partiti. Non poteva conoscere gli algoritmi o l’economia dell’attenzione. Aveva però compreso l’essenziale: gli uomini difendono con ostinazione molte cose che possono perdere e recuperare, mentre lasciano scorrere con sorprendente leggerezza l’unica che non tornerà.
Duemila anni dopo abbiamo dato ai nostri distrattori una potenza che Seneca non avrebbe potuto immaginare.
Ma sarebbe troppo comodo accusare soltanto le macchine.
Ogni notifica chiede di essere aperta. Ogni video ne propone un altro. Ogni piattaforma ci invita a restare ancora qualche minuto. Eppure, alla fine, quel minuto apparteneva a noi.
Forse è questa la lezione più inquietante che Seneca può ancora consegnare all’uomo digitale.
Non abbiamo poco tempo. Abbiamo troppi ladri di tempo.
E il più difficile da riconoscere, qualche volta, ci guarda dallo specchio.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
Nota sulle immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e adattate dalla redazione di Inchiostronero