Quando una sola variabile scompagina tutti gli schieramenti

«Il fattore V»
Vannacci entra nei calcoli di destra e sinistra e Veneziani lo descrive come la variabile della prossima partita politica
di Marcello Veneziani
Roberto Vannacci è davvero diventato il perno intorno al quale ruota la politica italiana? Marcello Veneziani parte dagli attuali equilibri tra centrodestra e centrosinistra per descrivere il generale come il “fattore V”, la variabile capace di condizionare strategie, alleanze e perfino le posizioni sulla politica estera. Secondo l’autore, Giorgia Meloni deve confrontarsi con un concorrente che può sottrarre consensi alla sua coalizione, mentre l’opposizione guarda allo stesso fenomeno nella speranza che divida ulteriormente il campo avversario. Sullo sfondo restano riarmo, Ucraina e rapporti con l’Europa. Veneziani arriva così alla sua conclusione: se il centrodestra volesse ricomporre i propri numeri, l’ipotesi di un’alleanza con Vannacci finirebbe inevitabilmente sul tavolo (N.R.)
Popolo italiano corri alle armi: si prepara un anno, o un semestre se si va a votare prima, all’ombra del Generale, per marciare con lui o contro di lui. Il sasso nello stagno della politica italiana, la Variabile impazzita o rinsavita, secondo i punti di vista, è lui, il fattore V, al secolo Vannacci, Roberto Vannacci. Non c’è contesa politica, provvedimento governativo, opposizione al governo, che non sia riferita a lui, anzi a Lui. Perfino il tasso di astensione dipende dalla forza di attrazione che potrà avere Vannacci sugli scontenti. Partiamo dai numeri, poi ragioniamo sulla realtà. In termini aritmetici il problema di partenza è il seguente, lo capiscono anche i bambini delle elementari: la Meloni sembra non avere rivali sul campo, torreggia su tutti, alleati e oppositori, pur non essendo un gigante. Però siccome i numeri sono impietosi e l’alchimia elettorale è misteriosa, il risultato che si prospetta o che almeno prospettano i mass media sull’onda di alcune ricerche, ribalta la percezione precedente: il centro-sinistra è in vantaggio rispetto al centro destra, e di alcuni punti, addirittura è oltre il 42 per cento, che fu indicata come la soglia oltre cui scatta il premio di maggioranza. La coalizione governativa, invece, è al di sotto, nonostante il partito della Meloni, da solo, sia il primo partito quanto a voti. Sono i miracoli e gli illusionismi dell’urna.
Le due coalizioni sono asimmetriche, anzi diciamo pure, mostruose, due brutti scherzi della natura: la coalizione di destra è tutta testa senza corpo, ovvero tutta Meloni e poi il Nulla o poco più. La sinistra è invece tutto corpo senza testa, tanti tentacoli ma nessun leader riconosciuto dagli altri leader. Macrocefalo il primo, Acefalo il secondo.
L’unica variabile rispetto a questo schema aritmetico-cefalico è il fattore Vannacci. Se si dovesse alleare alla coalizione governativa perderebbe metà del suo appeal sugli scontenti e susciterebbe crisi di rigetto e maldipancia negli alleati; ma ribalterebbe il risultato e porterebbe la destra a rivincere il confronto elettorale. Certo, sarebbe una mezza sconfessione per la Meloni e un mezzo tradimento per tutti gli altri, Vannacci incluso. Però, se non lo fanno e se non intervengono nel frattempo fattori dirompenti in grado di ribaltare lo scenario, è l’unica soluzione per tornare al governo.
Dall’altra parte, a sinistra, è evidente il loro doppio gioco e si assiste a una ridicola schizofrenia: contano che il Generale porti via le truppe elettorali al centro-destra e dunque consenta alla sinistra di vincere. E mentre gli danno una pacca sulle spalle d’incoraggiamento, con l’altra mano lo pugnalano perché sostiene l’Esatto Contrario che tiene unito lo schieramento di sinistra, è la rappresentazione perfetta del Nemico.
Nell’attesa che si sciolgano questi nodi, il governo Meloni dopo quattro anni di moderatismo e stasi, niente riforme e tanta cautela per galleggiare, si mobilita all’ultimo giro prima delle elezioni per togliere voti al Generale e s’inventa ogni tipo di provvedimento per dimostrare che loro sono sempre quelli che si presentarono così prima del ’22 sui temi della sicurezza, migranti e patriottismo. Più mance, bonus, aiuti a destra e manca: il metodo Trump, il metodo Berlusconi, il metodo Lauro, secondo i punti di vista. È l’antica carta demagogica della destra che però ha sempre fatto presa sulla gente e che a volte adottarono anche i furbi di sinistra (Do you remember Renzi?).
Ma tutto ruota intorno all’ombra minacciosa del Generale dietro la Collina, per dirla con Francesco De Gregori: sia i provvedimenti governativi che le argomentazioni per attaccarli sono concepiti pensando a Lui. E ancora più minacciosa si avverte l’ombra di Vannacci in politica estera perché i due schieramenti sono spaccati sul tema del riarmo e dell’Ucraina: a destra Salvini non vuole il riarmo e non vuole dare armi all’Ucraina, come Vannacci; nello schieramento opposto Conte e i 5Stelle sono dello stesso avviso e trascinano anche gli alleati minori e i giovani del Pd, lasciando con l’elmetto solo il Pd. Curiosamente invece con le armi in mano, agitando la bandiera ucraina, anzi dell’Unione ucraina europea, rimangono la Meloni e la Schlein che restano le interlocutrici preferite per l’Europa, le ali della Von Der Leyen. O se preferite il Quintetto, con la Metsola e Lagarde; il coro delle Zelensky girl, direbbero i loro sardonici rivali.
Insomma, anche in politica estera Vannacci spacca gli schieramenti; ma in questo campo, e solo in questo, la Meloni non lo insegue, se non attenuando l’impeto militaresco ma senza uscire dal campo zelenskiano. E oscilla come un pendolo rispetto ai zigzag di Trump. L’accusa a Vannacci e a chiunque non voglia il riarmo e critichi l’assurda posa bellicista dell’Europa è di lavorare per lo Zar di tutte le Russie, Putin. Se non intervengono nuovi fattori o non si fabbricheranno nuovi pacchi, passeremo i prossimi mesi in questo modo; saranno mesi votati a Vannacci e a contrastare il suo passo.
Fin qui la descrizione, ora sorge la domanda: e tu cosa suggerisci? Esclusa l’ipotesi che le coalizioni si possano sciogliere e riformare mettendo insieme da una parte gli unionisti zelenskiani e dall’altro i neutralisti antieuropei, resta in piedi solo l’ipotesi intorno a cui ruota tutta la situazione presente: quel matrimonio, piaccia o non piaccia, s’ha da fare, se la Meloni vuole darsi un futuro nazionale, cioè rivincere le elezioni. Non c’è bisogno di essere di destra-destra per sostenere che dal punto di vista meloniano l’unica soluzione resta allearsi con Vannacci; basta essere pratici e far di conto, anzi basta essere berlusconiani. La carta vincente di Berlusconi fu proprio quella, mettere insieme cani e gatti, ossia per tradurla oggi, Tajani in gonna lunga e Vannacci in boxer da combattimento. Berlusconi non si poneva problemi di coerenza o ideologici, era un commerciante e un imprenditore, si alleava con chi gli permetteva di vincere, metteva insieme Bossi e Fini, anzi di più: metteva insieme i nemici del Sistema, della Prima Repubblica, del Pentapartito, coi reduci del Sistema, i sopravvissuti della Prima Repubblica e del Pentapartito. Sapeva che tutto è fumo e ciccia, non verità e sostanza. E in ogni caso, ogni rivoluzione e controrivoluzione sarebbe stata apparente: alla fine quel che conta è stare al governo oppure no.
Siccome finora non mi è parso di vedere grandi slanci ideali per realizzare sul piano pratico i progetti sbandierati per una vita, e ogni cosa si fa solo per acchiappare i topi e i voti e non per la gloria nella storia, penso che sarà inevitabile quell’alleanza. A meno che avvenga qualcosa che sconvolga i pronostici, che sgonfi il fenomeno Vannacci, che ridia carica all’alleanza Meloni o che sopraggiunga dai cieli l’Alieno a guidare il Campo sinistro. Anche i servizi segreti, probabilmente, sono all’opera per modificare gli scenari… Molti sperano che qualcosa succeda, e intanto fingono e fanno pretattica. Salvo poi adeguarsi alla forza delle cose quando si avvicinerà la chiamata della sorte. Insomma Vannacci, al di là dei suoi meriti e delle sue colpe, del suo spessore e del suo effettivo valore, è oggi l’asse intorno a cui gira la politica, meloni inclusi. Come sempre tocca all’ultimo arrivato aprire o chiudere la porta.

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