Il lusso comincia dove il bisogno è già finito

«IL MENÙ DEL CANE»
In un Paese dove milioni di persone rinunciano alle cure, il lusso inventa bisogni persino per chi non sa di averli
Redazione Inchiostronero
Un servizio televisivo sulle residenze di lusso in Sardegna mostra ville, assistenza personalizzata e servizi capaci di soddisfare praticamente qualsiasi desiderio. Poi compare un menù dedicato ai cani. Nulla di illegale, naturalmente. Ma quella piccola scena racconta qualcosa di molto più grande: una società nella quale, mentre alcuni bisogni essenziali rimangono insoddisfatti, la ricchezza deve continuamente inventarne di nuovi. Il problema non è il cane e forse non è nemmeno il lusso. È la distanza crescente tra ciò che consideriamo necessario per alcuni e ciò che siamo disposti a considerare inevitabilmente negato ad altri.
«Il lusso è una necessità che comincia dove la necessità finisce.»
Coco Chanel
QUATTRO MINUTI E OTTO SECONDI
Sono le 13.30 del 23 settembre. Su Rai 2, Tg2 Costume & Società dedica un servizio alle residenze di gran lusso in Sardegna.
Ville, panorami, assistenza, personale pronto a soddisfare le esigenze degli ospiti. È il mondo dell’ospitalità esclusiva, quello nel quale il prezzo non serve soltanto ad acquistare una casa o una vacanza, ma qualcosa di più prezioso: la possibilità di non doversi occupare praticamente di nulla.
Poi, intorno al quarto minuto, compare un menù.
Non è destinato agli ospiti.
È destinato ai loro cani.


Vengono mostrate le pietanze, vengono mostrati i prezzi. Il cane, naturalmente, non ne sa niente. Non conosce il costo di ciò che mangia, non distingue un servizio esclusivo da una ciotola riempita in cucina e probabilmente sarebbe altrettanto felice davanti a entrambe.
Il punto, dunque, non è il cane.
E non è nemmeno indignarsi perché qualcuno può permettersi ciò che altri non possono permettersi. Le differenze economiche esistono da quando esistono società organizzate e il lusso ha accompagnato faraoni, patrizi romani, corti rinascimentali, aristocrazie e borghesie industriali.
La domanda interessante è un’altra:
che cosa accade a una società quando, soddisfatti tutti i bisogni, deve cominciare a inventarne di nuovi?
NELLO STESSO PAESE
Basta cambiare statistica.
Secondo l’Istat, nel 2024 il 9,9% della popolazione italiana ha dichiarato di aver rinunciato a una visita specialistica o a un accertamento diagnostico di cui aveva bisogno. Sono circa 5,8 milioni di persone. Le ragioni comprendono liste d’attesa, difficoltà economiche e problemi di accessibilità alle strutture. Il 5,3% della popolazione indica tra le cause proprio le difficoltà economiche.
Non significa che 5,8 milioni di italiani siano troppo poveri per curarsi. Sarebbe una semplificazione scorretta. Significa qualcosa di abbastanza grave da non avere bisogno di essere esagerato: milioni di persone hanno avuto bisogno di una prestazione sanitaria e vi hanno rinunciato.
Nello stesso Paese, 5,7 milioni di individui risultavano nel 2024 in condizioni di povertà assoluta. Non povertà come metafora, ma impossibilità di sostenere la spesa necessaria per un paniere di beni e servizi considerati essenziali per una vita accettabile.
Nel 2025, inoltre, circa 13,3 milioni di persone risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale.
E allora torniamo per un istante davanti al televisore.
Da una parte qualcuno rinuncia a qualcosa di cui ha bisogno.
Dall’altra qualcuno può acquistare qualcosa di cui probabilmente non sapeva nemmeno di avere bisogno fino a quando qualcuno non glielo ha offerto.
È in questo spazio che nasce il problema.
QUANDO IL BISOGNO FINISCE
Una società dei consumi non può accontentarsi di soddisfare bisogni.
Se lo facesse, prima o poi incontrerebbe un ostacolo elementare: i bisogni fondamentali hanno un limite. Si può mangiare soltanto una certa quantità di cibo, indossare un numero limitato di vestiti, dormire in un letto alla volta.
Il desiderio, invece, non possiede lo stesso limite.
Quando una casa è già grande, può diventare più esclusiva. Quando il cibo è già ottimo, può diventare esperienza gastronomica. Quando ogni servizio è disponibile, può diventare personalizzato. E quando tutto ciò che riguarda la persona è stato trasformato in occasione di distinzione, anche ciò che la circonda può entrare nello stesso meccanismo.
Persino il cane.
Non perché l’animale ne abbia bisogno, ma perché ne ha bisogno il sistema simbolico nel quale vive il proprietario.
A quel punto non stiamo più comprando soltanto cose. Stiamo comprando differenze.
MARX, MA NELL’OTTOCENTO
Marx osservava un mondo molto diverso dal nostro: l’Europa della rivoluzione industriale, delle fabbriche, del lavoro salariato e di una borghesia che stava trasformando radicalmente i rapporti economici e sociali.
La sua domanda fondamentale riguardava soprattutto chi possedeva i mezzi di produzione, chi lavorava e come veniva distribuito il valore prodotto.
Sarebbe semplicistico trasferire direttamente quella fotografia nella Sardegna turistica del 2026. Il capitalismo che Marx analizzava non conosceva resort globali, marketing esperienziale, piattaforme digitali e industrie del lusso contemporanee.
Ma una sua intuizione rimane utile: gli oggetti non possiedono soltanto un valore materiale. Nei rapporti sociali possono acquistare significati che vanno molto oltre la loro utilità.
Per capire il passo successivo, però, conviene lasciare Londra e le fabbriche ottocentesche e andare da un altro osservatore della ricchezza.
VEBLEN: MOSTRAMI COSA CONSUMI
Nel 1899 l’economista e sociologo americano Thorstein Veblen pubblicò La teoria della classe agiata.(1)
Aveva osservato qualcosa che oggi ci appare familiare: a un certo livello di ricchezza il consumo non serve più principalmente a soddisfare una necessità. Serve anche a comunicare una posizione.
È il consumo vistoso.
Non basta possedere. Occorre che ciò che possediamo renda visibile la distanza che ci separa dagli altri.
Il lusso, quindi, non può fermarsi. Nel momento in cui un bene diventa accessibile a molti perde parte della propria capacità distintiva e occorre spostarsi altrove: qualcosa di più raro, più personalizzato, più difficile da ottenere.
Il paradosso è evidente.
Chi possiede poco deve scegliere quali bisogni soddisfare.
Chi possiede moltissimo deve trovare nuovi bisogni da soddisfare.
NON È UNA QUESTIONE DI CANI
Sarebbe facilissimo trasformare tutto questo in un’invettiva contro i ricchi.
Sarebbe anche inutile.
Non c’è alcuna colpa nell’avere denaro, nell’acquistare una villa, nel trascorrere una vacanza costosa o nel trattare bene il proprio animale. E nessuna visita medica diventerà automaticamente disponibile togliendo una pietanza dalla ciotola di un cane benestante.
Il rapporto non è causale.
È morale e simbolico.
Una società si racconta anche attraverso ciò che considera normale.
E noi sembriamo essere diventati capaci di accettare contemporaneamente due normalità: che qualcuno possa spendere somme considerevoli per rendere esclusiva persino l’alimentazione del proprio animale e che qualcun altro possa aspettare mesi per una visita medica, pagarsela privatamente oppure rinunciarvi.
Non ci scandalizza più la coesistenza.
Forse è proprio questo il fatto più interessante.
LA PERDITA DELLA MISURA
Gli antichi Greci avevano una parola terribile per indicare il superamento del limite: hýbris.
Non significava semplicemente ricchezza. Significava oltrepassare la misura, dimenticare che esiste un confine oltre il quale l’eccesso finisce per alterare il rapporto dell’uomo con gli altri e con se stesso.
Non abbiamo bisogno di rimpiangere Sparta né di trasformare la povertà in virtù. La miseria non nobilita nessuno e il benessere è una delle grandi conquiste della modernità.
Il problema comincia quando perdiamo la capacità di vedere la sproporzione.
Quando un bisogno essenziale negato diventa una statistica e un capriccio costosissimo diventa costume e società.
Forse è per questo che quei pochi secondi televisivi disturbano.
Non mostrano un re che banchetta mentre il popolo muore di fame. Sarebbe troppo semplice. Mostrano qualcosa di molto più contemporaneo: due mondi che convivono tranquillamente senza quasi più vedersi.
Il servizio finisce.
Il cane avrà il suo menù.
Da qualche altra parte una persona prenderà il telefono, chiederà quando può fare una visita, sentirà pronunciare una data troppo lontana, proverà a chiedere quanto costa privatamente e forse riattaccherà.
Non sapranno mai nulla l’una dell’altra.
Eppure appartengono alla stessa società.
Il problema non è che un cane possa mangiare da un menù. Il problema comincia quando una società riesce a considerare normale il menù del cane e inevitabile la rinuncia alle cure dell’uomo.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.
Letture
A cent’anni dalla sua uscita, “La teoria della classe agiata” di Veblen conserva una notevole importanza. Il libro si presenta come un trattato economico classico, dove le questioni tradizionali (consumo, produzione, distribuzione del reddito) sono subordinate al tema della crescita industriale della nazione: via via che l’industria si specializza e aumenta la ricchezza complessiva, aumentano coloro che possono vivere senza lavorare. E costoro, mantenendo gente che a sua volta non lavora, immobilizzano risorse che potrebbero essere impiegate nel processo industriale. Applicando un modello di ricostruzione storica “a ritroso”, l’autore mette in luce il carattere retrogrado delle società moderne, indicando diversi esempi di sopravvivenza barbarica presenti nella grande aristocrazia americana. All’origine di ogni forma di proprietà c’è il desiderio di emulare la ricchezza altrui; case, vestiti, servitù soddisfano innanzitutto il bisogno di considerazione sociale di chi li possiede, ciò che incrina la fiducia nella competizione sociale ed economica. Stabilita la tesi della cumulabilità dell’emulazione, Veblen la applica ai meccanismi di distribuzione della ricchezza, dimostrando che, invece di migliorare la situazione delle classi povere, “la lotta degli egoismi” e la rivalità tra ricchi accrescono la concentrazione di ricchezza e potere in quelle privilegiate.
