Quando la forza pretende obbedienza e rifiuta la reciprocità

«Il Padrino»
Dal confronto con Xi alla crisi iraniana, il Simplicissimus legge la politica americana attraverso la metafora di Don Corleone
Il Simplicissimus
Che cosa accade quando una potenza abituata a dettare le condizioni incontra interlocutori che non intendono più accettarle? Il Simplicissimus prende in prestito Il Padrino per interpretare la politica estera americana: amici dai quali pretendere obbedienza, avversari da piegare e compromessi percepiti come sconfitte. L’autore applica questa chiave di lettura al rapporto tra Donald Trump e Xi Jinping, passando poi attraverso Iran, Ucraina e Taiwan fino alla competizione militare tra Stati Uniti e Cina. Il nuovo caccia cinese J-36 diventa così, nel racconto dell’autore, il simbolo di rapporti di forza che stanno cambiando. Dietro l’ironia cinematografica resta una domanda geopolitica: che cosa succede quando chi è abituato a fare offerte “irrinunciabili” incontra qualcuno che può permettersi di rifiutarle? (N.R.)
Non è certo un caso se Il Padrino è stato un successo travolgente e l’American Film Institute l’ha inserito al terzo posto della classifica dei migliori cento film statunitensi di tutti i tempi, benché alla fine tratteggi un ambiente e una cultura che non dovrebbero aver nulla a che fare con gli Stati Uniti. E invece no, certe logiche sottese alla geopolitica americane sembrano proprio quelle di don Vito Corleone che fa fuori i nemici, ma pretende assoluta obbedienza dagli amici e per il quale ogni ragionevole compromesso diventa automaticamente una sconfitta. Lunghi decenni, per non dire quasi un secolo di questo modus operandi sono diventati ormai una natura che impedisce di trovare accordi alla pari con gli altri Paesi, se non dentro un contesto di inganni. Lo si è visto perfettamente in questi giorni in cui don Vito, pardon the Donald, ha incontrato Xi Jinping: il leader cinese ha sostanzialmente chiesto se gli Stati Uniti desiderano creare una cornice, un quadro di riferimento in cui la competizione possa avvenire in un contesto di buone relazioni e di reciproco vantaggio. Ma non ha ricevuto risposte semplicemente perché da un secolo a questa parte e forse anche da molto prima, gli Usa concepiscono la reciprocità come una sconfitta.

Il banco di prova di questa buona volontà sollecitata da Xi è stata la vicenda iraniana sulla quale Trump si è in pratica rifiutato di approfondire qualsiasi cosa, rimanendo dentro l’ossimoro che si è squadernato durante il suo discorso all’Onu, ovvero da una parte la minaccia di cancellare l’Iran dalla faccia della terra, ma al tempo stesso ricerca di un qualche accordo necessariamente raggiungibile solo calando le braghe di fronte alle richieste di Teheran. Potrebbe sembrare un impressionante dimostrazione di patologia da parte di un personaggio sorretto solo dalle impalcature del proprio narcisismo che gli impedisce di riconoscere la sconfitta e di cercare in qualche modo un atto di forza, anche se soltanto a parole. Ma questo è Trump solo nelle modalità in cui ciò si manifesta, la sostanza è invece l’America stessa per la quale ogni diplomazia, ogni transazione, ogni accordo è in sostanza un atto di debolezza che può essere concepito solo come trappola. Basti pensare solo alla vicenda ucraina, scaturita da decenni di preparazione e di menzogne e che proprio in questi giorni prosegue con l’accorata richiesta alla Russia di una tregua, che servirebbe solo per rabberciare tutta la rete militare Nato che Mosca sta smantellando pezzo per pezzo. Gli atti di buona volontà sono concepibili solo se sono un tranello per l’avversario.
Ormai lo hanno compreso tutti e la Russia ha fatto chiaramente comprendere che non smetterà questa opera di rottamazione della macchina Nato se non dopo il raggiungimento di un accordo, togliendo l’acqua in cui i criminali atlantici nuotano. In queste condizioni è perfettamente comprensibile che la Casa Bianca non abbia voluto parlare di Iran con Xi o, se lo ha fatto, si è ben guardata dal riferire cose che potrebbero mettere in luce la debolezza americana. Che nel caso di Trump si trasforma nella tragedia di dover far scendere i prezzi del carburante prima delle elezioni di medio termine e nello stesso tempo di portare avanti la sua retorica vittoriosa.
Non so cosa abbia detto il leader cinese a questo suo interlocutore che probabilmente vorrebbe fargli trovare una testa di cavallo mozzata nel letto, anche se non si trova nelle condizioni di farlo e può solo blaterare di Taiwan, sapendo perfettamente di non poter difendere davvero l’isola, ammesso, ma assolutamente non concesso, che gli abitanti glielo chiedano. Però una risposta indiretta l’ha data, non a Washington dove si respira un’aria di pazzia, ma nei cieli della Cina, dove si è alzato in volo il primo caccia di sesta generazione, il Chengdu o J-36, un apparecchio completamente nuovo che di fatto è una sorta di incrociatore aereo, capace di guida autonoma, di comandare una scia di droni, che introduce concetti completamente nuovi di dominio dell’aria.
Dotato di grande autonomia, di straordinarie capacità di manovra, di un altrettanto straordinario carico bellico e probabilmente di capacità antisatellite, il Chengdu non è propriamente un caccia e nemmeno un bombardiere, è un’altra cosa, risponde a un concetto nuovo di aviazione. Un vero affronto per Trump che ha voluto gonfiare il petto facendo volare sopra la testa dell’ospite il bombardiere B1, il più moderno a disposizione degli Stati Uniti e che tuttavia appartiene agli anni ’70. Non si rimane padrini a lungo su questa strada in discesa.

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.