Dal sogno napoleonico alla farsa contemporanea

IL PONTE DEI SOSPIRI
Il ponte sullo Stretto tra propaganda, illusioni e risate amare
Il Simplicissimus
Il governo Meloni-Salvini insiste sul progetto del Ponte sullo Stretto, ma senza avere le risorse né la logica per sostenerlo. Dopo il tentativo grottesco di “venderlo” alla NATO come infrastruttura strategica in caso di guerra — proposta respinta con disonore — la vicenda si trasforma in una commedia politica. L’argomento militare, cavalcato anche da certa stampa priva di spirito critico, appare infatti privo di senso: la storia dimostra che spostare truppe attraverso lo Stretto è sempre stato possibile senza ponti, e in caso di conflitto l’opera sarebbe il primo bersaglio da distruggere. In un Mediterraneo che oggi è essenzialmente teatro aeronavale, il ponte diventa così un simbolo di propaganda più che di strategia, una trovata che suscita più riso amaro che fiducia. (Nota Redazionale)
Ci sarà da ridere. Certo un riso amaro, ma i due bancarellai di governo sono un’inesauribile fonte di divertimento, soprattutto riguardo al ponte sullo Stretto che vogliono fare senza aver i soldi per farlo. Salvini e Meloni avevano tentato lo sghetto di vendere tutto alla Nato, con il pretesto che l’opera sarebbe stata utilissima in caso di guerra. Respinti con disonore: l’Alleanza non se ne fa nulla del collegamento più rapido con la Sicilia, come era assolutamente ovvio e vuole solo il 5% del nostro Pil in cambio della guerra. Ma la cosa farsesca e che la presunta utilità militare dell’opera non è stata solo una trovata di governo, ma è stata discussa e analizzata come se avesse un senso dalla grande stampa che possiede un quoziente intellettivo pari a zero moltiplicato per il numero delle testate.

Ora, trasportare uomini e materiali da dove e per dove? Se solo si riflettesse un attimo, si capirebbe che l’idea non ha proprio senso, a meno che non si attenda un’invasione cartaginese e in ogni caso il risparmio di tempo è troppo esiguo per fare la differenza. Ricordo che dopo l’invasione della Sicilia nella Seconda guerra mondiale circa dieci divisioni con tutto il loro materiale furono trasportate dalla Sicilia in Calabria in pochi giorni su barchini e qualche traghetto senza che le truppe alleate riuscissero a impedirlo. Se ci fosse stato un ponte sarebbe stato distrutto abbastanza facilmente e non ci sarebbero state però le risorse navali per l’operazione di ritirata verso il continente. Oggi poi la Sicilia è essenzialmente una base aerea e di comunicazione militare avanzata: un eventuale nemico si limiterebbe a mettere fuori uso gli aeroporti e il Muos, cosa che si può agevolmente fare da migliaia di chilometri di distanza: nessuno penserebbe davvero a uno sbarco. Men che meno sarebbe vitale per un trasporto truppe che sarebbe assai più agevole per mare. Il Mediterraneo stesso è un luogo di scontro aeronavale dove le truppe di terra hanno un valore relativo. Chiunque lo capisce, ad accezione di Meloni, Salvini, tv e giornaloni annessi.
Ma, tanto per fare un’ipotesi fantastica, mettiamo il caso che il ponte sullo Stretto possa servire a qualcosa in senso militare. Ora, non c’è nulla di più delicato di un collegamento a una sola campata di 3 chilometri: anche un nugolo di droni o di missili che non lo centrassero in pieno causerebbero danni irreversibili alla struttura. Persino un attacco di caccia che lo mitragliassero con i loro cannoncini da 20, tanto per fare un esempio di modernariato spinto, potrebbe renderlo inagibile per mesi. Facciamo un parallelo col ponte di Crimea che è una via militare importante per la Russia: è lungo 19 chilometri, ma ha oltre 220 campate che misurano dai 54 ai 64 metri, per cui sono enormemente più solide e non sono sospese a cavi di acciaio. Inoltre, la distruzione parziale o totale di una o due di esse è facilmente rimediabile in poco tempo. Certo, parecchie volte un’informazione fedele alle proprie bugie ha annunciato la distruzione di questa imponente opera civile e militare, ma altrettante volte è stata smentita dalla realtà. Il ponte di Messina invece dovrebbe essere ricostruito per intero, cosa per la quale ci vorrebbero molti anni. Dunque non è qualcosa di militarmente valido e soprattutto non lo si può vendere come tale a nessuno, nemmeno ai minchioni della Nato.
Eppure, per settimane abbiamo sentito glorificare il valore militare del ponte con la speranza che l’Alleanza sganciasse qualche soldo o che comunque riconoscesse che i fondi per la costruzione dell’opera rientrano in quel 5% di Pil che l’Odoacre di oltre Atlantico esige. La desolazione del governo per il fatto di non essere riusciti a vendere questo pacco è esilarante. Questo a dimostrazione che non c’è peggior nemico dei finti amici e che in ogni caso i padroni sono sempre peggiori dei nemici.
