Quando l’alleato scopre di essere subordinato

«Kim Jong Trump»
Il declino americano incrina alleanze, garanzie strategiche e fedeltà costruite nel dopoguerra occidentale
Il Simplicissimus
Per ottant’anni la forza degli Stati Uniti non si è fondata soltanto sulla superiorità militare e sul dominio del dollaro, ma sulla credibilità delle garanzie offerte agli alleati. Secondo Il Simplicissimus, quell’architettura sta entrando in crisi: dalle guerre alle politiche commerciali, Washington appare sempre meno capace di proteggere i propri partner senza trasferire su di loro una parte crescente dei costi della propria strategia. L’Europa ne rappresenterebbe il caso più evidente, stretta fra guerra ucraina, energia più cara e nuove pressioni economiche. Dietro la provocazione di «Kim Jong Trump» emerge così una domanda più ampia: che cosa resta di un sistema di alleanze quando la potenza che lo guida comincia a trattare gli alleati come subordinati? (N.R.)
Dalla fine della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti hanno potuto contare non solo sulla potenza militare, non solo sul dollaro come moneta di scambio universale, ma anche se non soprattutto su una rete di alleanze il cui presupposto era allineare la propria sicurezza a quella di Washington perché si pensava che gli impegni americani fossero credibili. Ora sta tutto cambiando, non soltanto perché, come sta accadendo in Medio Oriente, gli Usa non sono materialmente in grado di difendere i propri amici dalle conseguenze del loro imperialismo ormai sconsiderato, ma perché il declino è giunto a un tale livello da non consentire più il permanere di forme diplomatiche corrette. Lo si è già visto con i dazi caricati sul groppone dell’Europa che aveva avuto la pessima idea di entrare a gamba tesa nella vicenda ucraina, perdendo così i presupposti xu cui si reggeva la sua economia. Per non parlare del gas venduto a 4 volte il prezzo di quello russo e 3 volte il prezzo praticato negli Usa.
Ma adesso sembra che non ci sia più limite a questa vera e propria violenza nei confronti degli “amici” che purtroppo non è seconda a quella esercitata sui nemici. Nemici che almeno possono rispondere per le rime. È dei giorni scorsi la minaccia di bombardamento dell’Oman fatta da Trump per via degli accordi che questo Paese sta intraprendendo cin l’Iran sulla gestione di Hormuz: eppure il Sultanato è stato per anni un amico fidato degli Usa: “Se l’Oman si mette di mezzo, li bombarderemo senza pietà” secondo le benevole modalità di The Donald. Ma il diapason lo si è raggiunto con la Corea del Sud: domenica scorsa il presidente Donald Trump ha dichiarato di aver dato istruzioni al Dipartimento della Difesa di ridurre le esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud, citando il rifiuto dell’alleato statunitense di entrare in guerra in Iran, benché nessuno degli alleati tradizionali si sia seriamente schierato contro l’Iran. Ma nel prendere questa decisione ha il suo rapporto “ottimo” con Kim Jong Un leader della Corea del Nord. Anzi l’inquilino della Casa Bianca ha fatto intendere che le grandi esercitazioni militari annuali inviano un “segnale totalmente inappropriato e ostile” alla Corea del Nord, uno stato dotato di armi nucleari con cui gli Stati Uniti non hanno relazioni diplomatiche formali, ma che, secondo Trump, si è sempre comportato in modo “non minaccioso e rispettoso” durante tutto il suo mandato presidenziale.
Dunque la Corea del Sud che è un importante caposaldo del dominio statunitense nel Pacifico si trova improvvisamente a vedersela con un Nord che è molto più potente. Seul per decenni si è fidata dell’ombrello americano, lasciando di fatto agli Usa il monopolio della propria difesa, anzi a causa delle interferenze di Washington ha dovuto sempre mantenere relazioni ostili con il Nord invece di aprire un tavolo di confronto e di scambio e ora si accorge che per la Casa Bianca potrebbe essere una pedina sacrificabile. Infatti la riduzione o la fine delle manovre statunitensi nei confronti della Corea del Sud è stata spesso una precondizione posta da Pyongyang per l’avvio di negoziati. La dichiarazione di Trump rappresenta quindi probabilmente un punto di partenza per i negoziati volti a raggiungere un qualche tipo di accordo di pace con la Corea del Nord e presentare questa opera di pace in vista delle elezioni di metà mandato. Ma dietro c’è il fatto assai più concreto che la Corea del Nord è diventata una seria potenza militare e industriale con cui Washington deve fare i conti, mentre l’economia sudcoreana è di fatto gestita dagli Usa e non ha molto spazio di manovra, un po’ come succede per l’Europa. Il pentagono sa o magari solo intuisce che le manovre sono una cosa, ma una guerra vera sarebbe qualcosa di molto diverso e una vasta area della popolazione sudcoreana è stanca di considerare il Nord come un nemico.
Ora gli alleati sanno di non poter più contare sugli Stati Uniti e questo rappresenta un nuovo fattore di debolezza strutturale per l’impero. Si tratta di un risultato collaterale alla guerra con l’Iran che si rivela sempre più perdente rivelando che la debolezza dell’impero induce Washington ha parlare molto più con i nemici che con gli amici.
