Si può rimpiangere anche ciò che non è mai stato nostro.

«LA NOSTALGIA DI CIÒ CHE NON ABBIAMO VISSUTO»

Perché sentiamo la mancanza di epoche, luoghi e vite che non ci sono mai appartenuti

Redazione Inchiostronero

Esiste una nostalgia singolare, apparentemente contraddittoria: quella per ciò che non abbiamo mai vissuto. Un’epoca conosciuta soltanto attraverso fotografie, libri, film e racconti può sembrarci più familiare del nostro presente. Rimpiangiamo città scomparse, estati precedenti alla nostra nascita, caffè letterari nei quali non siamo mai entrati. Ma che cosa desideriamo davvero quando desideriamo un passato che non è stato il nostro? Forse non il passato stesso, ma qualcosa che il presente sembra non riuscire più a prometterci.


Ci sono fotografie che guardiamo come se contenessero un nostro ricordo.

Una piazza italiana negli anni Cinquanta, poche automobili parcheggiate, uomini con il cappello, bambini che giocano sul marciapiede. Oppure Parigi negli anni Venti, i tavolini dei caffè, le insegne, una folla anonima che cammina lungo boulevard nei quali non abbiamo mai messo piede. O ancora una vecchia stazione ferroviaria, locomotive a vapore, valigie di cartone, persone sconosciute che attendono un treno partito settant’anni prima della nostra nascita.

Eppure qualcosa accade.

Non ci limitiamo a osservare. Proviamo una mancanza.

Ed è qui che la nostalgia diventa misteriosa, perché, secondo la logica, dovremmo poter rimpiangere soltanto ciò che abbiamo posseduto. L’infanzia, una persona amata, una casa abbandonata, un’estate particolare. La memoria fornisce il materiale e il tempo compie il resto.

Ma esiste un’altra nostalgia, più sottile: quella per ciò che non abbiamo mai conosciuto.

Non ricordiamo. Immaginiamo di ricordare.

Naturalmente il passato che desideriamo non coincide quasi mai con quello realmente esistito. Chi fantastica sulla Parigi della Belle Époque difficilmente rimpiange le condizioni degli operai, la mortalità infantile o l’assenza degli antibiotici. Chi sogna l’Italia dei piccoli paesi degli anni Cinquanta vede le porte lasciate aperte e le sedie davanti alle case, non necessariamente la povertà, l’emigrazione o una società molto più rigida della nostra.

La nostalgia è una pessima storica.

Seleziona, cancella, illumina alcuni particolari e ne lascia altri nell’ombra. Ma proprio per questo è una straordinaria narratrice.

Il passato immaginato diventa un luogo simbolico nel quale depositiamo ciò che percepiamo come perduto nel presente. Non desideriamo davvero vivere senza riscaldamento centralizzato o attraversare l’Europa su una locomotiva fumosa. Desideriamo ciò che attribuiamo a quel mondo: lentezza, continuità, appartenenza, riconoscibilità.

È significativo che questa nostalgia aumenti proprio nelle epoche di trasformazione accelerata.

Più il presente cambia velocemente, più cerchiamo qualcosa che sembri immobile. Quando gli oggetti diventano obsoleti dopo pochi anni, le città cambiano volto, le professioni scompaiono e persino il linguaggio sembra invecchiare rapidamente, il passato acquista una qualità rassicurante: è già accaduto. Non può più sorprenderci.

Il futuro, invece, può farlo.

Forse per questo una vecchia fotografia ci tranquillizza. Quelle persone non conoscevano ciò che sarebbe accaduto loro, mentre noi, osservandole, possediamo almeno in parte il seguito della storia. Il loro mondo appare concluso e dunque ordinato. Il nostro è ancora aperto, instabile, indecifrabile.

C’è poi un elemento ancora più personale.

Quando diciamo «avrei voluto vivere allora», spesso stiamo pronunciando una frase diversa senza rendercene conto: «avrei voluto essere diverso da come sono costretto a essere oggi».

Immaginiamo epoche nelle quali avremmo scritto lettere invece di messaggi, conversato per ore invece di controllare continuamente uno schermo, conosciuto lentamente le persone invece di attraversarne rapidamente le immagini. Non sappiamo naturalmente se sarebbe accaduto davvero. Probabilmente saremmo stati distratti, impazienti e contraddittori anche nel 1920.

Ma non importa.

Quel passato funziona come uno specchio rovesciato: non ci mostra ciò che eravamo, bensì ciò che vorremmo essere.

È la ragione per cui possiamo provare nostalgia anche davanti a qualcosa di minuscolo. Una macchina da scrivere. Un telefono a disco. Un biglietto ferroviario di cartone. Una cartolina ingiallita. Oggetti tecnicamente inferiori ai loro equivalenti contemporanei, ma capaci di comunicarci una sensazione che la perfezione tecnologica non sempre possiede: quella della permanenza.

Un vecchio oggetto porta addosso il tempo.

Uno smartphone cerca invece continuamente di cancellarlo.

Forse, allora, la nostalgia per ciò che non abbiamo vissuto non dovrebbe essere liquidata come semplice sentimentalismo. Contiene un’informazione sul nostro rapporto con il presente. Ci dice che cosa crediamo di avere perduto, anche quando quella perdita è in parte immaginaria.

Il problema nasce soltanto quando trasformiamo questa sensazione in un giudizio storico: prima era tutto migliore. Non lo era. Ogni epoca possiede le proprie crudeltà, ingiustizie, paure e solitudini. Il passato diventa seducente proprio perché possiamo visitarlo senza subirne le conseguenze.

Possiamo passeggiare nella Roma degli anni Sessanta attraverso un film e tornare nel nostro secolo quando vogliamo.

Possiamo ascoltare un vecchio disco senza rinunciare alla medicina contemporanea.

Possiamo amare una macchina da scrivere e continuare a usare un computer.

È un privilegio che i veri abitanti del passato non possedevano: loro erano costretti a viverci.

E allora forse dovremmo accettare questa strana nostalgia senza vergognarcene, ma anche senza lasciarci ingannare. Non è necessariamente il desiderio di tornare indietro. È qualcosa di più interessante.

È il tentativo di individuare, attraverso un passato immaginato, ciò che ci manca adesso.

Perché talvolta non abbiamo nostalgia di un’epoca.

Abbiamo nostalgia di una possibilità.

 

 

La Redazione

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

 

 

  • Nota sulle immagini
    Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale
  • generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

 

 

 

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