Lo combattono, lo criticano, ma continuano a guardarlo

«LA SINDROME DI STOCCOLMA DELLA RUSSIA»

Da Pietro ai jeans, da Hollywood ai giovani di oggi: il lungo e contraddittorio desiderio russo dell’Occidente

Redazione Inchiostronero

Per secoli la Russia ha guardato all’Occidente con diffidenza e attrazione. Lo ha combattuto, accusato di minacciarne l’identità e contrapposto al proprio modello di società. Eppure da quella stessa direzione sono arrivati modelli da imitare, libri da leggere, musica da ascoltare, film da vedere, vestiti da desiderare e stili di vita da conoscere. Dall’aristocrazia che parlava francese ai giovani sovietici innamorati dei jeans e del rock, dalle code davanti al primo McDonald’s di Mosca fino alle generazioni cresciute con internet e la cultura globale, emerge una contraddizione che la geopolitica da sola non riesce a spiegare. Si può considerare l’Occidente un avversario senza smettere di desiderare ciò che rappresenta?


«Ciò che combattiamo può restare fuori dai nostri confini.

Molto più difficile è cacciarlo dai nostri desideri.»

PIETRO VA A OCCIDENTE

Il nemico che insegna

C’è qualcosa di curioso nel modo in cui la Russia ha cominciato a guardare l’Occidente: per diventare più russa, dovette imparare dagli altri.

Alla fine del Seicento Pietro il Grande lasciò il proprio Paese e partì per l’Europa. Non viaggiava come un turista e neppure soltanto come uno zar in missione diplomatica. Voleva vedere. Toccare. Capire.

Nei Paesi Bassi osservò i cantieri navali e lavorò alla costruzione delle navi. In Inghilterra studiò la marina. Guardò officine, strumenti, tecniche militari, organizzazione dello Stato, scienza. Reclutò specialisti stranieri perché portassero quelle conoscenze in Russia.

Pietro aveva intuito qualcosa che per la Russia sarebbe diventato quasi un tormento: l’Occidente possedeva molte delle cose necessarie per competere con l’Occidente.

Non voleva trasformare la Russia in Olanda o in Inghilterra. Voleva renderla abbastanza moderna e potente da stare accanto alle grandi potenze europee. Per riuscirci cominciò a importarne tecniche, conoscenze e persino comportamenti.

L’aristocrazia fu spinta ad adottare abiti occidentali; le barbe, simbolo della tradizione, furono osteggiate e tassate; cambiarono consuetudini di corte, istruzione e modi di presentarsi in società. Poi nacque San Pietroburgo: una capitale sul Baltico, rivolta fisicamente e simbolicamente verso l’Europa.

Pietro aveva aperto una finestra.

E da quella finestra non entrarono soltanto cannoni, ingegneri e strumenti scientifici.

Entrò un’idea: fuori dalla Russia esisteva un mondo dal quale si poteva imparare, da raggiungere e magari superare, ma che proprio per questo bisognava conoscere.

Da quel momento il rapporto divenne più complicato. Quando si riconosce al proprio rivale qualcosa che si desidera possedere, il confine fra competizione e fascinazione diventa sottile.

Nei secoli successivi l’Occidente sarebbe stato per la Russia avversario, minaccia, modello, mercato, tentazione. A volte tutte queste cose insieme.

Pietro non avrebbe immaginato che un giorno da quella finestra sarebbero passati non soltanto architetti e ingegneri, ma romanzi francesi, abiti parigini, jazz, Hollywood, Beatles, jeans, Coca-Cola e hamburger.

La finestra era aperta.

E sarebbe stato molto difficile impedire ai russi di continuare a guardarci attraverso.

QUANDO L’EUROPA ERA UN DESIDERIO

Francesi, libri, idee e aristocratici russi

Immaginiamo di entrare in un palazzo aristocratico di San Pietroburgo tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento.

Fuori ci sono la neve, le slitte, le cupole della capitale imperiale. Dentro, i vestiti seguono la moda europea, nelle biblioteche ci sono libri francesi, i bambini vengono educati da precettori stranieri. Si parla di Parigi, si viaggia in Europa, si leggono romanzi e filosofi occidentali.

E soprattutto si parla francese.

Non soltanto con gli stranieri. I nobili russi lo parlano fra loro, nelle conversazioni e nella vita mondana; lo utilizzano nelle lettere e nei diari. Conoscerlo è segno di educazione, raffinatezza e appartenenza sociale. Attraverso quella lingua arrivano letteratura, filosofia, moda, politica, scienza.

È accaduto qualcosa che Pietro probabilmente non aveva previsto.

Aveva aperto una finestra per far entrare tecnici.

Sono entrate idee.

L’Occidente non è più soltanto il luogo dove si costruiscono navi migliori. Diventa il posto dove si scrivono i libri da leggere, si confezionano gli abiti da indossare, nascono le conversazioni alle quali partecipare. Per una parte dell’aristocrazia russa, essere moderni significa ormai possedere anche una cultura europea.

Ma questo non cancella l’identità russa. La rende più complicata.

Un aristocratico può servire lo zar e ammirare la cultura europea, considerarsi profondamente russo e affidare l’educazione dei propri figli a una governante francese.

Poi arriva Napoleone.

Nel 1812 la Francia invade la Russia e l’esercito francese arriva fino a Mosca. Il modello culturale è diventato nemico militare.

Ma una battaglia non può cancellare ciò che è già entrato nelle case, nelle biblioteche e nella lingua quotidiana.

Il francese continua a far parte della cultura dell’élite russa anche dopo la guerra. E il paradosso lascia una domanda destinata ad attraversare l’Ottocento: che cosa significa essere veramente russi quando una parte così importante della propria cultura guarda all’Europa?

Non è ancora la nostra «sindrome di Stoccolma».

Ma comincia ad assomigliarle.

Perché ormai il rapporto non riguarda più soltanto ciò che la Russia può imparare dall’Occidente.

Riguarda ciò che può desiderare.

Passerà più di un secolo. Gli zar scompariranno, l’aristocrazia verrà travolta dalla rivoluzione e al posto dell’Impero nascerà uno Stato ideologicamente contrapposto al capitalismo occidentale.

Sembrerebbe il momento perfetto per chiudere la finestra.

E invece qualcuno accenderà una radio.

E un ragazzo sovietico sentirà jazz.

COMPAGNO, DOVE HAI COMPRATO QUEI JEANS?

L’America proibita che affascinava l’URSS

Immaginiamo adesso un ragazzo sovietico.

Non è un dissidente. Non sogna necessariamente di abbattere il comunismo e forse non ha mai pensato di lasciare il proprio Paese.

Vuole soltanto un paio di jeans.

Ed è proprio questo a rendere la faccenda interessante.

Quei pantaloni arrivano da un mondo che giornali, manifesti e discorsi ufficiali descrivono come capitalista, consumista, individualista. Ma proprio perché vengono da lì possiedono qualcosa che un normale paio di pantaloni sovietici non può avere.

Raccontano un altrove.

Prima dei jeans, però, era arrivata la musica.

Negli anni Cinquanta nelle città sovietiche si potevano incontrare gli stilyagi, giovani riconoscibili per abiti vistosi, cravatte sgargianti, pettinature elaborate e soprattutto per la passione verso jazz, boogie-woogie e poi rock and roll. Non erano un movimento politico organizzato. La loro ribellione poteva consistere semplicemente nel vestirsi diversamente e ballare la musica sbagliata.

Ma anche questo bastava a renderli sospetti.

La cultura occidentale aveva infatti un difetto difficilmente correggibile dalla propaganda: piaceva.

E vietarla poteva renderla ancora più desiderabile.

Alcuni dischi occidentali cominciarono così a circolare clandestinamente in una delle forme più straordinarie della storia della musica. Mancava il vinile? Si utilizzavano vecchie radiografie mediche. Sulle lastre che mostravano costole, vertebre, teschi e polmoni venivano incise copie di jazz e rock occidentale.

La chiamavano musica sulle ossa.

Su una radiografia che aveva forse diagnosticato una frattura poteva finire la voce di Ella Fitzgerald. Il suono era mediocre, il disco durava poco.

Ma conteneva qualcosa che non si poteva produrre in fabbrica:

il proibito.

Poi arrivarono quattro ragazzi di Liverpool.

I Beatles non avevano bisogno di attraversare ufficialmente la frontiera. Passavano attraverso radio straniere, dischi introdotti dall’estero, registrazioni copiate da un nastro all’altro. A metà degli anni Sessanta nell’Unione Sovietica cominciarono a nascere gruppi che ne imitavano il suono e cantavano persino in inglese.

La cortina di ferro poteva fermare un’automobile. Era molto meno efficace contro una canzone.

E insieme alla musica viaggiavano immagini, parole, vestiti.

Ed eccoci ai jeans.

Possederne un paio autentico poteva significare cercarlo attraverso i fartsovshchiki, intermediari del mercato informale capaci di procurare merci occidentali difficili da trovare nei normali negozi sovietici: dischi, sigarette, chewing gum, profumi, vestiti.

Non occorreva conoscere Adam Smith per scoprire il capitalismo.

A volte bastava chiedere:

«Compagno, dove hai comprato quei jeans?»

Naturalmente sarebbe sbagliato dedurne che milioni di sovietici desiderassero diventare americani. Si poteva amare una canzone occidentale senza attribuirle alcun significato politico. Ascoltare i Beatles non equivaleva a chiedere la fine dell’URSS.

Ed è proprio questo il punto.

Un giovane poteva essere sovietico, considerare Gagarin un eroe e desiderare un Levi’s. L’attrazione culturale poteva convivere perfettamente con la distanza politica.

Ma più l’Occidente veniva rappresentato come qualcosa dal quale difendersi, più alcuni suoi oggetti acquistavano un valore che superava la loro utilità.

Il jeans non era più cotone. Il disco non era più vinile. Erano frammenti di un mondo immaginato.

Pietro aveva attraversato l’Europa per imparare a costruire navi. Due secoli e mezzo dopo, un ragazzo sovietico cercava di captare una radio straniera per ascoltare una canzone.

Erano cambiate rivoluzioni, bandiere, imperi e ideologie.

La direzione dello sguardo, molto meno.

E presto non sarebbe stato più necessario cercare l’America su una radiografia o sotto il banco di un mercato clandestino.

L’America avrebbe imparato a entrare direttamente dagli schermi.

HOLLYWOOD VINCE SENZA SPARARE

Cinema, musica, hamburger e immaginario occidentale

C’è un momento in cui non serve più nascondere un disco sotto il cappotto.

Basta spegnere la luce.

Davanti allo schermo appare un’altra America.

Non quella descritta dalla propaganda sovietica, fatta di capitalismo, disoccupazione, imperialismo e disuguaglianze. E neppure necessariamente l’America reale.

È un’America immaginata.

Automobili enormi. Appartamenti pieni di oggetti. Strade illuminate. Supermercati. Poliziotti, gangster, cowboy, donne bellissime, uomini muscolosi, famiglie che fanno colazione davanti a frigoriferi traboccanti.

Hollywood possiede un’arma che nessun missile può intercettare: non chiede allo spettatore di credere. Gli chiede soltanto di guardare.

Il cinema americano aveva raggiunto il pubblico sovietico già durante la Guerra fredda.

E qualche volta bastava persino una bibita.

Nel 1959, all’Esposizione nazionale americana di Mosca, Richard Nixon e Nikita Krusciov discussero di capitalismo e comunismo davanti a una cucina americana piena di elettrodomestici. Fu il celebre Kitchen Debate. Poco dopo il leader sovietico si ritrovò con un bicchiere di Pepsi in mano. Assaggiò quella americana e quella preparata a Mosca.

Preferì, naturalmente, la seconda.

La fotografia fece il giro del mondo.

Prima dei jeans, prima delle videocassette, prima del McDonald’s, l’America aveva già cominciato a farsi assaggiare.

Poi arrivarono gli anni Ottanta.

E arrivarono le videocassette.

Copie doppiate artigianalmente cominciarono a circolare da una casa all’altra. La qualità poteva essere pessima, l’immagine consumata dalle duplicazioni, la traduzione approssimativa.

Importava poco.

Sul televisore comparivano Stallone, Schwarzenegger, Bruce Lee, film d’azione, commedie, horror, fantascienza. E insieme ai protagonisti entrava nelle stanze sovietiche un gigantesco catalogo involontario di oggetti e comportamenti occidentali.

Una cucina poteva essere più efficace di un comizio.

Un’automobile più persuasiva di un editoriale.

Un supermercato più destabilizzante di cento discorsi sul capitalismo.

Non perché ogni spettatore credesse che l’America fosse davvero così. Ma perché il confronto diventava inevitabile.

Con la perestrojka ciò che prima filtrava cominciò a entrare più facilmente. Film, musica e cultura popolare americana diventavano sempre più visibili.

Ma forse l’immagine più straordinaria non viene da un cinema.

Viene da una fila.

Il 31 gennaio 1990, in piazza Puškin a Mosca, aprì il primo McDonald’s dell’Unione Sovietica.

Quel primo giorno furono serviti più di 30.000 clienti.

Il prezzo di un pasto non era insignificante rispetto ai salari sovietici. Eppure la gente rimase in coda per assaggiare un hamburger, bere una Coca-Cola, sedersi in un locale che fino a poco tempo prima sarebbe sembrato appartenere a un altro pianeta.

Naturalmente nessuno attraversa una crisi di civiltà per un Big Mac.

Ed è proprio per questo che quella fila è così interessante.

Quelle persone non stavano necessariamente scegliendo il capitalismo contro il socialismo. Molte volevano semplicemente provare qualcosa di nuovo.

Vedere. Assaggiare. Raccontare di esserci state.

Ma quel panino portava con sé un immaginario molto più grande del panino.

America significava cinema, musica, automobili, pubblicità, abbondanza, velocità, colori. Era un’immagine parziale e idealizzata di un Paese reale molto più contraddittorio.

Ma i desideri raramente nascono dalle statistiche.

Nascono dalle immagini.

Per decenni Stati Uniti e Unione Sovietica avevano accumulato armi, gareggiato nello spazio, prodotto propaganda. Alla fine, però, dentro molte case sovietiche era entrato qualcosa contro cui non esisteva difesa antiaerea.

Un sogno.

Non necessariamente quello di diventare americani. Piuttosto l’idea che dall’altra parte esistesse una vita più ricca, più colorata o semplicemente diversa.

L’Occidente visto attraverso Hollywood era anch’esso una selezione della realtà: mostrava ciò che sapeva vendere e lasciava fuori molto di ciò che non entrava nell’inquadratura.

Ma forse proprio per questo era così potente.

L’Occidente non era più soltanto un luogo geografico.

Era diventato un immaginario.

Pietro aveva dovuto attraversare mezza Europa per vedere come gli occidentali costruivano una nave.

Tre secoli dopo bastava sedersi davanti a uno schermo.

E quando nel dicembre 1991 la bandiera sovietica scese dal Cremlino, milioni di russi conoscevano già quell’Occidente attraverso film, canzoni, marchi e immagini.

Adesso avrebbero potuto incontrarlo.

E scoprire che la realtà non assomiglia mai completamente al sogno.

FINALMENTE DENTRO?

La Russia degli anni Novanta scopre l’Occidente reale

Per settant’anni l’Occidente era rimasto dall’altra parte.

Poi, quasi improvvisamente, la porta si aprì.

Non bisognava più cercare i jeans al mercato nero o duplicare una videocassetta fino a rendere irriconoscibili i volti degli attori.

Adesso tutto poteva entrare.

E tutto entrò.

Nelle grandi città russe comparvero insegne, pubblicità, automobili straniere, negozi pieni di prodotti che pochi anni prima appartenevano a un universo quasi fantastico. Coca-Cola, Marlboro, Adidas, Levi’s. Le videocassette invadevano i mercati. Schwarzenegger e Stallone diventavano volti familiari.

L’Occidente smetteva di essere immaginato. Diventava disponibile.

Ma c’era un problema.

Bisognava poterselo comprare.

Ed è qui che il sogno cominciò a mostrare la sua seconda faccia.

La trasformazione economica degli anni Novanta fu rapida e dolorosa. Prezzi liberalizzati, privatizzazioni, inflazione, imprese in difficoltà, stipendi che perdevano valore o arrivavano in ritardo. Milioni di persone abituate a un sistema pieno di limiti ma relativamente prevedibile si trovarono in un mondo nel quale molte delle vecchie sicurezze erano scomparse.

Tra il 1992 e il 1998 l’economia russa attraversò una profonda recessione; aumentarono povertà e disuguaglianze e la crisi finanziaria del 1998 aggiunse un altro trauma.

Mentre molti perdevano risparmi e sicurezza, altri diventavano immensamente ricchi.

Fuori da una vetrina poteva esserci qualcuno che contava i rubli per arrivare alla fine del mese.

Dall’altra parte del vetro c’era tutto ciò che aveva desiderato per anni.

L’Occidente era finalmente arrivato.

Ma non per tutti allo stesso modo.

Per una parte della società russa gli anni Novanta finirono così per sovrapporre due immagini prima separate: Occidente e umiliazione.

Non significa che l’Occidente abbia provocato da solo quel disastro. Il collasso sovietico aveva radici precedenti e furono decisive anche le scelte della classe dirigente russa, le privatizzazioni opache, la fragilità delle istituzioni e l’appropriazione di enormi patrimoni pubblici.

Ma nella memoria collettiva le responsabilità storiche non vengono archiviate in cartelle separate.

E per molti il tempo dell’apertura all’Occidente divenne anche il tempo del caos.

Contemporaneamente accadeva qualcosa di opposto.

Chi poteva permetterselo viaggiava. I nuovi ricchi compravano proprietà all’estero, i figli delle famiglie benestanti studiavano nelle università europee e americane, le grandi firme occidentali diventavano simboli di prestigio.

L’inglese acquistava un valore che ricordava, con tutte le differenze del caso, quello posseduto dal francese nelle famiglie aristocratiche di due secoli prima.

Era cambiata la lingua.

Non era cambiata la direzione dello sguardo.

Ed ecco il paradosso: mentre una parte della popolazione associava l’Occidente al trauma degli anni Novanta, una parte delle nuove élite cercava di entrarvi sempre più profondamente.

La Russia cominciava a diffidare del modello occidentale proprio mentre alcuni dei suoi vincitori volevano vivere come occidentali.

Forse fu questo il grande equivoco degli anni Novanta.

Per decenni milioni di sovietici avevano osservato l’Occidente attraverso uno schermo: automobili, supermercati, musica, libertà di consumo. Sembrava sufficiente aprire la porta.

Ma quando la porta si aprì, dall’altra parte non c’era Hollywood.

C’era il mercato.

E il mercato non prometteva ricchezza per tutti, sicurezza o uguaglianza.

Hollywood aveva mostrato il sogno.

La realtà presentò il conto.

Eppure nemmeno quella delusione spezzò completamente l’attrazione.

La Russia aveva desiderato l’Occidente quando non poteva raggiungerlo. Poi lo aveva raggiunto, ne aveva conosciuto anche il volto meno seducente e aveva cominciato a diffidarne.

Ma continuava a guardarlo.

Quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, nel 2000, ereditò proprio questa contraddizione:

un Paese che perdeva fiducia nell’Occidente e una società che, nel frattempo, era diventata molto più occidentale di quanto fosse mai stata.

PUTIN CONTRO L’OCCIDENTE, I RUSSI DENTRO L’OCCIDENTE

Il grande paradosso

Quando Vladimir Putin arrivò al Cremlino, nel 2000, i ragazzi che avevano dieci o quindici anni ricordavano poco o nulla dell’Unione Sovietica.

Non avevano dovuto incidere musica sulle radiografie né comprare i Beatles clandestinamente.

Per loro i jeans erano semplicemente jeans.

Ed è qui che la nostra storia diventa più interessante.

L’Occidente che per i loro genitori era stato desiderio, per loro stava diventando normalità.

Hollywood era cinema. Disney apparteneva all’infanzia. La musica anglosassone conviveva con quella russa. Internet cancellava ogni giorno un altro pezzo della vecchia frontiera culturale. I marchi occidentali riempivano centri commerciali e strade delle grandi città.

Poi arrivarono smartphone, YouTube, Instagram, Netflix, Spotify. Un ragazzo russo poteva svegliarsi con un telefono progettato in California, ascoltare musica inglese, indossare scarpe americane o tedesche, guardare una serie statunitense e discuterne sugli stessi social dei suoi coetanei europei.

Non aveva bisogno di dichiararsi «occidentale».

Lo era già in una parte della propria quotidianità.

Ed è proprio mentre accadeva tutto questo che il discorso politico russo prendeva un’altra direzione.

Putin aveva iniziato il proprio mandato cercando anche rapporti di cooperazione con Stati Uniti ed Europa. Negli anni successivi, però, diffidenza e contrapposizione aumentarono.

Non abbiamo bisogno di ripercorrerne qui le tappe.

Ci interessa ciò che accadeva contemporaneamente.

Mentre il Cremlino parlava sempre più spesso di interessi russi contrapposti a quelli occidentali, milioni di russi continuavano a consumare prodotti culturali occidentali, utilizzare tecnologie occidentali, viaggiare in Europa. Per le famiglie che potevano permetterselo, studiare in un’università britannica, europea o americana rimaneva un investimento desiderabile.

La finestra aperta da Pietro non si era chiusa.

Era diventata quotidianità.

Le ricerche sui giovani russi precedenti al 2022 mostravano infatti generazioni più immerse nella cultura globale e mediamente più favorevoli ai Paesi occidentali rispetto a quelle più anziane.

Ma sarebbe sbagliato concludere che fossero per questo politicamente filo-occidentali.

Si poteva amare la cultura americana e diffidare della politica degli Stati Uniti. Studiare a Berlino senza desiderare che la Russia diventasse tedesca. Guardare Hollywood senza sentirsi meno russi.

La contraddizione funzionava perfettamente.

Gli Stati possono essere rivali.

Le culture obbediscono molto meno ai confini.

Un governo può indicare un avversario, costruire narrazioni, esaltare un’identità nazionale. È molto più difficile convincere qualcuno che la musica che ascolta, il film che ama o gli oggetti con cui è cresciuto appartengano improvvisamente a una civiltà estranea.

Poi arrivò il 2022.

Molte imprese occidentali lasciarono la Russia o sospesero le attività. Marchi familiari scomparvero o cambiarono nome. I collegamenti con l’Europa divennero più difficili; sistemi di pagamento e servizi digitali subirono limitazioni.

Una generazione abituata a considerare quel mondo semplicemente disponibile riscoprì l’esistenza di una frontiera.

Ma una frontiera può impedire il passaggio di un prodotto.

Non può cancellarne il ricordo.

Dopo tre secoli siamo così quasi tornati al punto di partenza.

Pietro guardava verso l’Europa perché vi vedeva qualcosa di cui la Russia aveva bisogno.

L’aristocratico parlava francese.

Il ragazzo sovietico cercava i jeans.

Suo figlio guardava Schwarzenegger su una videocassetta.

Il nipote è cresciuto con Hollywood, YouTube e uno smartphone in tasca.

E intanto, periodicamente, la voce del potere ripeteva:

l’Occidente è il nostro avversario.

Forse è questa la contraddizione che cercavamo fin dall’inizio.

Non una Russia segretamente occidentale. Non un popolo che desidera diventare qualcos’altro.

Qualcosa di più semplice e più difficile da sciogliere:

si può rifiutare politicamente un mondo del quale, culturalmente, si è già diventati in parte abitanti.

La nostra provocazione comincia allora ad acquistare un significato preciso.

La «sindrome di Stoccolma» della Russia non sarebbe l’amore per il proprio nemico.

Sarebbe qualcosa di più sottile:

continuare a riconoscere nell’avversario una parte delle cose che si desiderano.

SI PUÒ CHIUDERE UNA FINESTRA DOPO TRE SECOLI?

L’Orso e lo specchio

E allora torniamo alla finestra.

Pietro l’aveva aperta per vedere che cosa ci fosse dall’altra parte. Aveva trovato navi, tecnici, strumenti, conoscenze.

Ma nei tre secoli successivi da quella finestra sarebbe passato molto altro: francese, libri, moda, jazz, Beatles, jeans, Hollywood, hamburger, internet.

Tutto proveniva da quel mondo dal quale la Russia, periodicamente, sentiva il bisogno di prendere le distanze.

Ed eccoci alla domanda del titolo.

È davvero una sindrome di Stoccolma?

Naturalmente no, se prendiamo sul serio l’espressione clinica. Un Paese non è una persona, una civiltà non è un ostaggio e tre secoli di rapporti culturali non possono diventare una diagnosi psicologica.

Ma come provocazione la metafora funziona.

Perché indica una contraddizione reale: la difficoltà di smettere di desiderare qualcosa soltanto perché si è deciso di considerare ostile il mondo dal quale proviene.

Forse l’errore è stato immaginare Russia e Occidente come due stanze separate.

Non lo sono mai state completamente.

La cultura russa ha assorbito influenze europee e, contemporaneamente, ha restituito all’Europa Tolstoj, Dostoevskij, Čechov, Tchaikovsky, Stravinsky. La finestra ha sempre funzionato in entrambe le direzioni.

Ed è forse questo che la rende così difficile da chiudere.

Si possono interrompere voli, imporre sanzioni, chiudere negozi, oscurare piattaforme.

È molto più complicato confiscare ciò che qualcuno ha già visto.

Come si sanziona una canzone che conosci a memoria?

Come si espelle un film dalla propria adolescenza?

Come si convince qualcuno che la musica che ascolta o le immagini con cui è cresciuto appartengano improvvisamente a un mondo che dovrebbe sentire estraneo?

È qui che la geopolitica incontra il proprio limite.

I confini possono essere chiusi molto più rapidamente delle immaginazioni.

Ed eccolo, allora, il nostro Orso.

Per tre secoli lo abbiamo visto affacciarsi dalla tana. Qualche volta è uscito per imparare, qualche volta per combattere, qualche volta si è ritirato convinto che fuori ci fosse un mondo ostile.

Sarebbe però troppo comodo trasformarlo nella vittima innocente della nostra storia. La Russia è stata a sua volta impero e potenza militare, protagonista di espansioni, repressioni e guerre.

L’Orso possiede artigli. E li ha usati.

Ma gli artigli non spiegano tutto.

Per capire il resto serve un’altra immagine.

Non più la finestra.

Lo specchio.

Forse l’Occidente è diventato per la Russia proprio questo: uno specchio nel quale, da Pietro in poi, ha continuato a guardarsi.

A volte per imitare ciò che vedeva.

A volte per superarlo.

A volte per respingerlo.

A volte per convincersi di essere completamente diversa.

Ma sempre riconoscendo che dall’altra parte c’era qualcosa con cui misurarsi.

E uno specchio può diventare irritante proprio perché non mostra soltanto ciò che vorremmo vedere.

Mostra somiglianze.

Differenze.

Desideri.

Contraddizioni.

La Russia può voltargli le spalle. Può coprirlo. Può perfino tentare di romperlo.

Ma dopo tre secoli trascorsi davanti a quel vetro rimane una domanda:

quanto dell’immagine riflessa appartiene ormai anche a chi la sta guardando?

Forse non è una sindrome di Stoccolma. Forse è qualcosa di ancora più difficile da sciogliere: dopo tre secoli trascorsi a guardarsi nello specchio dell’Occidente, la Russia può combattere ciò che vi vede, ma non può fingere che quello specchio non abbia contribuito a costruire la sua immagine.

La Redazione

 

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

Nota per le immagini

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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