Dentro il grande affare dell’acqua minerale

«L’acqua non costa quasi nulla. Tutto il resto sì – I»
Sorgenti pubbliche, concessioni, bottiglie e miliardi: viaggio economico nell’acqua minerale che compriamo ogni giorno
Redazione Inchiostronero
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Nota redazionale
L’acqua minerale sembra uno dei prodotti più semplici che acquistiamo: acqua prelevata da una sorgente, imbottigliata e portata sugli scaffali. Dietro quella bottiglia esiste invece una filiera industriale complessa, nella quale il valore economico della materia prima rappresenta soltanto una piccola parte del prezzo finale. Concessioni pubbliche, canoni regionali, impianti, contenitori, trasporti, distribuzione, pubblicità e forza del marchio trasformano una risorsa naturale in un prodotto commerciale da miliardi di euro. Questo articolo segue il percorso dell’acqua nella direzione opposta a quella abituale: dal prezzo pagato dal consumatore fino alla sorgente, per capire dove nasce realmente il valore di ciò che compriamo.
Contenuto
- Una bottiglia sul tavolo
- Di chi è l’acqua che sgorga dalla montagna?
- Quanto costa prendere mille litri d’acqua
- Trecento marche per vendere la stessa molecola
- Sedici miliardi di litri: i numeri dell’industria
- Il viaggio di un litro d’acqua
Una bottiglia sul tavolo
È sul tavolo, trasparente, anonima nella sua familiarità. Una bottiglia d’acqua minerale comprata al supermercato insieme al pane, al latte, alla frutta. Non è un acquisto sul quale ci soffermiamo: la prendiamo dallo scaffale, magari scegliendo la marca abituale, controlliamo se è naturale o frizzante e la mettiamo nel carrello. Eppure quella bottiglia contiene una piccola storia economica che merita di essere raccontata.
Guardiamola per un momento dimenticando l’etichetta. Dentro c’è H₂O, una delle sostanze più comuni sulla Terra, indispensabile alla vita e disponibile, almeno nelle nostre città, semplicemente aprendo un rubinetto. E allora la domanda diventa inevitabile: che cosa abbiamo realmente pagato?
Abbiamo pagato l’acqua? Oppure il contenitore che la racchiude? Abbiamo pagato chi l’ha prelevata dalla sorgente, chi l’ha imbottigliata, il camion che l’ha trasportata per centinaia di chilometri, il supermercato che l’ha messa sullo scaffale? E quanto abbiamo pagato quel nome stampato sull’etichetta, ripetuto per anni dalla pubblicità fino a diventare sinonimo di purezza, leggerezza o benessere?
La distinzione è meno sottile di quanto sembri. Una cosa è il valore della risorsa naturale, un’altra è il prezzo del prodotto industriale che arriva nelle nostre mani.
Per scoprirlo bisogna fare il viaggio al contrario. Lasciare il supermercato, togliere idealmente etichetta, tappo e bottiglia, risalire la catena della distribuzione, attraversare gli stabilimenti e tornare infine al punto in cui tutto comincia: una sorgente.
Ed è proprio lì che incontriamo il primo paradosso. Perché quell’acqua che acquistiamo come merce nasce da una risorsa che, all’origine, appartiene al patrimonio pubblico.
Nota – Acqua minerale non significa semplicemente acqua potabile
Nel linguaggio comune tendiamo a usare le due espressioni come sinonimi, ma giuridicamente non lo sono. L’«acqua minerale naturale» deve provenire da una falda o da un giacimento sotterraneo, possedere caratteristiche proprie e ottenere uno specifico riconoscimento. L’acqua del rubinetto segue invece la normativa relativa alle acque destinate al consumo umano. Entrambe devono rispettare precisi requisiti di sicurezza, ma appartengono a due categorie normative differenti.
Di chi è l’acqua che sgorga dalla montagna?
Immaginiamo che sotto un terreno privato venga individuata una sorgente dalle caratteristiche eccezionali. Il proprietario potrebbe pensare: l’acqua è sotto casa mia, dunque è mia. Non funziona così. Le acque minerali appartengono al patrimonio pubblico e il loro sfruttamento economico richiede una concessione. Acquistare il terreno, quindi, non significa acquistare automaticamente il diritto di trasformare quella sorgente in milioni di bottiglie.
La disciplina concreta è in larga parte regionale: sono le Regioni, secondo le rispettive normative, a regolare ricerca, concessioni, durata, canoni, obblighi del concessionario e controlli sull’utilizzazione della risorsa. Non esiste quindi una durata unica nazionale: condizioni e scadenze possono variare da territorio a territorio.
Ma ottenere la concessione non significa ancora poter scrivere sull’etichetta «acqua minerale naturale». Occorre attraversare una seconda porta. Il decreto legislativo 176 del 2011 stabilisce che il riconoscimento venga rilasciato dal Ministero della Salute, sentito il Consiglio superiore di sanità. Nel provvedimento vengono indicati la denominazione dell’acqua, la sorgente, il luogo di utilizzazione, le caratteristiche igieniche ed eventuali proprietà favorevoli alla salute. Il decreto viene poi pubblicato nella Gazzetta Ufficiale e comunicato alla Commissione europea.
I passaggi sono dunque due: la concessione autorizza lo sfruttamento economico della risorsa; il riconoscimento ministeriale consente di qualificarla e commercializzarla come «acqua minerale naturale».
La distinzione è fondamentale. L’azienda può possedere lo stabilimento, le bottiglie e il marchio; ciò che possiede sulla sorgente è invece il diritto di utilizzarla nei limiti stabiliti dalla concessione.
Nota – Una concessione non è una vendita
La concessione attribuisce il diritto di utilizzare economicamente la risorsa secondo condizioni, limiti e durata stabiliti dall’autorità competente. Il concessionario è quindi sottoposto a obblighi e controlli e versa canoni determinati dalla disciplina regionale. Ed è proprio qui che nasce la domanda economica del prossimo capitolo: quanto paga realmente un’impresa per prelevare mille litri d’acqua?
Quanto costa prendere mille litri d’acqua
Proviamo adesso a dare un prezzo alla risorsa. Non alla bottiglia che troviamo al supermercato, ma all’acqua nel momento in cui entra nel processo di imbottigliamento. È qui che i numeri cominciano a sorprendere.
In Piemonte, per il 2025, il canone comprende una quota legata alla superficie della concessione e una quota variabile calcolata sull’acqua imbottigliata. Per i primi 60 milioni di litri quest’ultima è fissata a 1,18 euro ogni mille litri; sale a 1,29 euro oltre i 60 milioni e fino a 150 milioni, e a 1,42 euro per i quantitativi successivi.
Fermiamoci sul primo numero: 1,18 euro per mille litri. Immaginiamoli davanti a noi: mille bottiglie da un litro. La componente volumetrica del canone, per quella quantità d’acqua, è poco più di un euro.
In Veneto il meccanismo è analogo: accanto al canone relativo alla superficie della concessione esiste un canone di consumo per ogni metro cubo imbottigliato. Per il biennio 2025-2026 l’importo aggiornato arriva a 1,73 euro per metro cubo, cioè, ancora una volta, per mille litri.
Sarebbe però scorretto concludere che all’impresa mille litri d’acqua «costino» soltanto uno o due euro. Al canone volumetrico si aggiungono quello di superficie e, soprattutto, investimenti, personale, impianti, controlli, energia e tutti i costi della produzione. Stiamo isolando una sola voce: quanto viene corrisposto in relazione alla quantità d’acqua imbottigliata.
Ed è questo il dato che interessa: all’origine della filiera la componente economica direttamente legata al volume della risorsa è estremamente piccola. Gran parte del prezzo che incontreremo sullo scaffale si formerà dopo.
Nota – Un metro cubo sembra molto meno di mille bottiglie
Il linguaggio amministrativo parla normalmente di «euro per metro cubo». Ma un metro cubo equivale a 1.000 litri, cioè mille bottiglie da un litro o circa 667 da un litro e mezzo.

Nel caso piemontese preso come esempio, 1,18 euro distribuiti su mille bottiglie da un litro equivalgono a 0,00118 euro per bottiglia: poco più di un decimo di centesimo. È questa conversione, più del dato espresso in metri cubi, a rendere visibile l’ordine di grandezza.
Trecento marche per vendere la stessa molecola
La molecola è sempre H₂O. Ma sarebbe sbagliato dedurne che tutte le acque minerali siano uguali. Durante il lento percorso nel sottosuolo l’acqua attraversa rocce e terreni differenti, acquisendo sali minerali e caratteristiche legate alla geologia del luogo. È così che la geografia italiana entra letteralmente nella bottiglia.
Secondo Mineracqua, in Italia vengono commercializzate circa 300 marche di acqua minerale, una varietà favorita da un territorio geologicamente straordinario: sorgenti alpine e appenniniche, bacini sedimentari, aree vulcaniche e falde profonde danno origine ad acque con composizioni anche sensibilmente diverse.
Una delle indicazioni più conosciute sull’etichetta è il residuo fisso, cioè la quantità di sali minerali che rimane dopo l’evaporazione di un litro d’acqua a 180 °C. In base a questo parametro si distinguono acque minimamente mineralizzate, oligominerali, minerali e ricche di sali minerali. La composizione permette poi altre qualificazioni: bicarbonate, solfate, calciche, magnesiache, fluorurate o sodiche. Esistono infine le effervescenti naturali, nelle quali l’anidride carbonica è presente già alla sorgente.
Le differenze, dunque, esistono davvero: sarebbe semplicistico immaginare trecento etichette applicate alla stessa acqua.
Ma proprio qui comincia un secondo fenomeno. Alle caratteristiche chimiche reali l’industria sovrappone una differenziazione commerciale e simbolica. Un’acqua diventa “leggera”, un’altra “pura”; altre vengono associate alla digestione, allo sport, all’infanzia, alla montagna o all’alta ristorazione. La composizione diventa racconto, la provenienza diventa immagine.
La geologia crea acque differenti. Il marketing trasforma quelle differenze in identità.
Nota – Che cos’è il residuo fisso?
Il residuo fisso indica la quantità complessiva di sostanze minerali disciolte nell’acqua e viene normalmente espresso in milligrammi per litro. Un valore basso non significa automaticamente che un’acqua sia “migliore”: significa soprattutto che contiene una minore quantità complessiva di sali disciolti. Il residuo fisso è quindi una caratteristica dell’acqua, non una classifica di qualità.
Sedici miliardi di litri: i numeri dell’industria
Allontaniamoci adesso dalla singola sorgente e guardiamo l’intero mercato. Le dimensioni cambiano immediatamente. Nel 2025 in Italia sono stati consumati circa 16,1 miliardi di litri di acqua minerale. Il consumo medio ha raggiunto 273 litri per abitante all’anno, confermando l’Italia ai vertici europei per consumo di acqua confezionata. Il giro d’affari dei produttori viene stimato intorno ai 3,5 miliardi di euro.
Duecentosettantatré litri sono un numero astratto finché non lo trasformiamo in qualcosa di visibile: equivalgono, mediamente, a 182 bottiglie da un litro e mezzo per ogni italiano all’anno, praticamente una ogni due giorni.

Ma l’acqua italiana non rimane tutta in Italia. Mineracqua indica una capacità produttiva nell’ordine dei 17 miliardi di litri e circa 1,8 miliardi destinati all’esportazione, con un saldo commerciale positivo quantificato in circa 700 milioni di euro. L’acqua minerale è dunque anche un prodotto del Made in Italy: una bottiglia riempita ai piedi delle Alpi o degli Appennini può terminare il proprio viaggio su una tavola europea, americana o asiatica.
Dietro il gesto elementare del bere esiste quindi un’industria capace di generare miliardi di fatturato e una lunga catena di attività economiche. E il confronto con quanto abbiamo appena visto diventa inevitabile: all’origine della filiera la componente volumetrica del canone vale pochi millesimi di euro per litro; intorno a quella stessa acqua si sviluppa un mercato da miliardi.
La domanda, dunque, cambia: dove nasce il valore che separa la sorgente dallo scaffale?
Nota – I numeri di una bottiglia
Il consumo pro capite è una media statistica e non significa, naturalmente, che ogni italiano beva 273 litri di acqua minerale all’anno. Serve però a rendere visibile la dimensione del mercato: miliardi di litri significano anche miliardi di bottiglie da produrre, riempire, movimentare, trasportare e infine raccogliere e riciclare.
Il viaggio di un litro d’acqua
Alla sorgente l’acqua ha quasi concluso il proprio viaggio naturale. Quello commerciale, invece, deve ancora cominciare.
Viene captata attraverso opere progettate per proteggerla dalle contaminazioni e condotta allo stabilimento di imbottigliamento. Qui incontra una particolarità essenziale: un’acqua minerale naturale non può essere sottoposta liberamente agli stessi trattamenti utilizzabili per altre acque. La normativa europea e italiana ammette soltanto determinati interventi, come la separazione di alcuni elementi instabili mediante procedimenti autorizzati; non è invece consentito sottoporla a trattamenti di disinfezione destinati a modificarne la flora microbica originaria. L’acqua minerale deve arrivare al consumatore conservando sostanzialmente le caratteristiche che possedeva alla sorgente.
Poi comincia la parte industriale. Occorre produrre o approvvigionare il contenitore, in PET oppure in vetro, riempirlo, applicare tappo ed etichetta, confezionare le bottiglie, disporle sui pallet e trasferirle in magazzino. Da lì partiranno verso piattaforme logistiche, centri di distribuzione, supermercati, bar e ristoranti.
Ed è qui che appare il paradosso fisico dell’intera industria: l’acqua pesa moltissimo rispetto al valore economico della materia prima. Un litro pesa circa un chilogrammo. Un camion che trasporta migliaia di litri movimenta quindi soprattutto peso e può farlo per decine o centinaia di chilometri, talvolta molto di più.
A ogni passaggio si aggiungono nuovi costi: contenitore, energia, macchinari, personale, magazzino, carburante, logistica e distribuzione. La risorsa naturale è ormai diventata un prodotto industriale.
E quando la bottiglia raggiunge finalmente lo scaffale, non stiamo più guardando soltanto dell’acqua. Stiamo guardando acqua, plastica o vetro, energia, lavoro, distribuzione e chilometri.
Nota – Il paradosso del peso
Un pallet di acqua minerale può superare facilmente una tonnellata e gran parte di quel peso è costituita proprio dal prodotto.

Diversamente da beni piccoli e di elevato valore unitario, nell’acqua imbottigliata il rapporto fra peso trasportato e valore della materia prima è molto alto. La distanza tra sorgente e mercato diventa quindi una componente importante sia della logistica sia dell’impatto ambientale.
Continua nella seconda parte
Abbiamo seguito l’acqua dalla sorgente allo scaffale. Abbiamo visto chi può sfruttarla, quanto incide il canone, come viene imbottigliata e quale macchina industriale occorre per portarla fino a noi.
Ora la bottiglia è lì, davanti al consumatore.
Ma il viaggio più sorprendente deve ancora cominciare. Perché tra il valore della risorsa alla sorgente e il prezzo che leggiamo sullo scaffale si apre uno spazio fatto di costi, distribuzione, pubblicità, marchio e perfino prestigio.
Nella seconda parte proveremo allora a smontare idealmente quella bottiglia, voce per voce, fino ad arrivare alla domanda decisiva:
quando compriamo un’acqua minerale, che cosa stiamo realmente pagando? Link

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero