Quando il potere nasce dalla paura e dal trauma

«Le antiche agonie dei signori non eletti»
Da Romolo agli Overlord contemporanei, Rosalie Stewart interroga le radici psicologiche del dominio, della guerra e del sacrificio
di Rosalie Stewart
Rosalie Stewart parte dal mito fondativo di Roma per proporre una lettura psicologica del potere. L’abbandono di Romolo e Remo, la paura, la lotta per la sopravvivenza e infine il fratricidio diventano l’origine simbolica di un modello fondato sulla forza, sulla ricerca della supremazia e sulla legittimazione divina. Da quella vicenda l’autrice ricava quattro pilastri dell’ordine imperiale: forza delle armi, potere supremo, favore divino e sacrificio umano. Ma Roma è soltanto il punto di partenza. Stewart porta la propria interpretazione fino ai moderni «Overlord», mettendo in discussione l’idea che guerra, competizione e dominio siano inevitabili manifestazioni della natura umana. Alla cultura della paura contrappone quella dell’empatia: fiducia, cooperazione e creatività diventano così non semplici aspirazioni morali, ma possibilità umane che determinate strutture sociali possono favorire oppure soffocare. (N.R.)
Una chiave di lettura da Inchiostronero
Dal trauma di Romolo al fatalismo della guerra
L’articolo di Rosalie Stewart attraversa mito, storia, psicologia e critica politica. Per questo il suo punto di partenza va compreso soprattutto come chiave interpretativa. Romolo e Remo appartengono alla tradizione mitica della fondazione di Roma; Stewart utilizza il loro abbandono per costruire una genealogia psicologica del potere. Il trauma originario diventa così il simbolo di una paura che, anziché essere elaborata, si trasforma prima in bisogno di sopravvivenza e successivamente in volontà di dominio.
È attraverso questa lente che l’autrice interpreta Romolo: la forza delle armi risponderebbe alla paura; la ricerca del potere alla vulnerabilità; il favore degli dèi fornirebbe una legittimazione superiore; il sacrificio consentirebbe infine di esercitare la violenza dopo aver neutralizzato l’empatia. Sono i quattro pilastri sui quali Stewart costruisce la propria interpretazione dell’ordine imperiale.
Il passaggio decisivo arriva però quando l’autrice abbandona Roma e pone una domanda che riguarda il presente: siamo davvero sicuri che la guerra sia inevitabile?
Stewart contesta l’idea secondo cui violenza, egoismo e dominio sarebbero iscritti nella natura umana. Osserva che le guerre documentano certamente la capacità degli uomini di uccidere, ma ricorda che chi combatte viene spesso mandato a farlo per obiettivi decisi da altri. Da questa prospettiva anche il soldato diventa, nelle sue parole, una «vittima sacrificale».
È qui che gli antichi «signori» incontrano gli Overlord contemporanei. Cambiano le tecnologie e le istituzioni, ma Stewart individua la permanenza della medesima logica: paura dell’altro, necessità di prevalere, accumulazione degli armamenti e convinzione che la sicurezza possa derivare soltanto dalla superiorità. Alla fine il sistema produce la propria giustificazione: ci si arma perché gli altri potrebbero armarsi, e l’esistenza delle armi diventa la prova che fosse necessario armarsi. È questa la circolarità che l’autrice cerca di spezzare contrapponendole fiducia ed empatia.
Il nucleo più interessante del saggio può allora essere formulato così:
considerare inevitabile la guerra significa descrivere la natura umana oppure trasformare una costruzione storica in destino?
La risposta di Stewart è netta: l’empatia può essere soffocata, ma può anche fiorire. E se è così, ciò che la storia ha costruito non deve necessariamente essere accettato come una legge immutabile dell’uomo.

Non avevano scelta, quei due gemellini abbandonati nel Tevere. Possiamo solo immaginare cosa abbia provato la loro madre. Quali sentimenti avrà attraversato il grembo dei neonati, sapendo che i suoi bambini sarebbero stati uccisi alla nascita dallo zio? Ai servitori di palazzo fu ordinato di annegare i neonati nel Tevere, ma quel giorno il fiume era in piena, quindi la cesta fu lasciata in balia delle correnti.
Lascia cicatrici indelebili nel cervello del neonato: il terrore dell’abbandono, il terrore della fame. Prima che la mente cosciente possa dare un senso al dolore, il sistema limbico, dove sono immagazzinati i ricordi emotivi, registra un messaggio: la vita è piena di paura e priva d’amore. Il destino intervenne in quel tempo, molto tempo fa, 700 anni a.C. La cesta fu trascinata a riva dal Tevere, dove i bambini furono trovati vivi da un boscaiolo che li crebbe come suoi figli.
Quando i gemelli divennero giovani, fu evidente alla gente comune che erano di nobile lignaggio. Erano orgogliosi, intelligenti e fantasiosi. Erano anche ambiziosi e desiderosi di essere ammirati, usavano l’astuzia o la forza per impadronirsi delle ricchezze altrui e radunavano attorno a sé giovani per rafforzare il loro potere.
Raggiunta la maggiore età, i gemelli decisero di fondare un proprio insediamento, ma solo uno di loro poteva diventarne il capo. Nel bel mezzo di una lotta per la supremazia, Remo morì per mano del gemello, proprio come il loro padre era stato ucciso dal fratello. Nessun senso di famiglia, né traccia di amore o affetto, impedì a Romolo di sferrare il colpo mortale nella sua battaglia per la supremazia.
Per rendere omaggio agli dèi che gli avevano concesso la vittoria sul fratello, Romolo sacrificò ritualmente una bestia e la dedicò all’immortale Ercole. La nuova città sul Tevere prese il suo nome: Roma. Tutti coloro che erano al di sotto di lui divennero suoi sudditi. Promulgò delle leggi e nominò dodici uomini suoi attendenti personali, per dimostrare la sua superiorità su chi lo circondava. Creò una classe nobiliare – i Patrizi – con poteri e responsabilità per emanare leggi a beneficio di coloro che erano al di sotto di loro.
La nuova tribù eresse mura difensive attorno al territorio che rivendicava, costruì abitazioni e rafforzò i propri ranghi accogliendo i fuggiaschi e i rigettati dalle altre tribù. Alcune donne si unirono al gruppo, ma non in numero sufficiente a permettere agli uomini di formare famiglie e alla tribù di avere un futuro. Romolo inviò rappresentanti a tutte le tribù circostanti, assicurando ai loro capi che Roma aveva un grande futuro, invitandoli a diventare alleati e chiedendo loro di consentire i matrimoni misti.
L’arrivo del nuovo villaggio di Roma fu respinto da tutti i suoi vicini, che chiarirono di considerarli “indesiderabili”, una minaccia e mariti inadatti per le loro donne. Romolo, infuriato per questo rifiuto, ideò un piano per punire i suoi vicini e per impadronirsi di quante più donne possibile. Mobilitò il villaggio per organizzare una festa in onore di Nettuno, in occasione della Consualia. Questa volta inviò inviti generali a tutti i suoi vicini affinché partecipassero ai festeggiamenti.
Quel giorno, folle di persone si riversarono a Roma. Ai visitatori furono mostrati gli edifici, la pianta della città, le fortificazioni e furono offerti rinfreschi in varie abitazioni. Giunse il momento della cerimonia. Muli e cavalli adornati di fiori sfilarono per la piazza. Cibo e vino furono disposti per celebrare il raccolto del grano. A questo punto, fu dato un segnale e gli uomini più robusti irruppero tra la folla, afferrarono tutte le giovani donne e le trascinarono via. La festa si interruppe nel panico, con i genitori delle donne rapite che condannavano il tradimento dei loro ospiti e invocavano la punizione degli dei.
Romolo si rivolse alle donne sconvolte e impaurite, dichiarando che la colpa era dei loro genitori, che si erano rifiutati di autorizzare i matrimoni misti. Assicurò loro che avrebbero condiviso le fortune di Roma, che avrebbero dovuto abbandonare ogni risentimento e donare i loro cuori agli uomini che le avevano catturate. Gli uomini, a loro volta, aggiunsero l’inganno all’oltraggio, affermando che era stato un amore passionale a spingerli a commettere il reato. Che le donne catturate ci credessero o no, si sottomisero ai loro rapitori e fecero ciò che ci si aspettava da loro: dare figli a Roma.
Trascorsero diversi anni e i parenti delle donne rapite si radunarono per attaccare Roma. Romolo stesso uccise il loro capo e lo spogliò della sua armatura. I guerrieri romani sconfissero facilmente gli assalitori, saccheggiarono il loro villaggio e si impossessarono dei loro territori. Romolo offrì una cerimonia al dio Giove presentando il “bottino d’onore” – l’armatura sottratta al capo defunto – in un luogo sacro. In seguito, divise il bottino tra i guerrieri, accrescendo il suo prestigio di guerriero agli occhi del suo popolo e rafforzando la sua reputazione di essere benedetto dagli dèi.
Le parole e le azioni di Romolo gettarono le basi sociali di quello che ancora oggi viene definito dai suoi ammiratori “il più grande impero del mondo”. Le sue ultime parole, pronunciate nel 716 a.C., sono tramandate come segue: “…dite ai Romani che per volontà del Cielo la mia Roma sarà la capitale del mondo. Che imparino a essere soldati. Che sappiano, e insegnino ai loro figli, che nessuna potenza sulla terra può resistere alle armi romane.”
Il terrore inconscio e il dolore straziante dell’abbandono gettarono le basi sociali del nascente Impero: la “forza delle armi”. L’incessante lotta per la sopravvivenza soffoca il disagio latente e diventa uno stile di vita, anziché un necessario sforzo difensivo. Le falene attratte dalla fiamma dell’Impero continuano a perseguire questa priorità.
Il dolore indicibile derivante dall’assenza d’amore ha gettato le basi per la successiva pietra angolare: il “potere supremo”. L’insaziabile ricerca di un potere sempre maggiore occupa l’abisso di vulnerabilità lasciato dall’assenza d’amore. Anche se un amore sincero si avvicina, non può essere riconosciuto o accolto dalla capacità empatica compromessa.
La combinazione di terrore e dolore incide sulla capacità di dare un senso al mondo interiore e a quello esteriore. I capricci degli dei erano già ben consolidati quando Romolo offrì i suoi sacrifici a Ercole e Giove nei primi anni di Roma. Egli interpretò la vittoria sul fratello come la prova di aver ottenuto il “favore divino”, che divenne il terzo pilastro dell’Impero.
L’ultimo pilastro fondamentale era il “sacrificio umano”. L’empatia umana, una volta neutralizzata la minaccia diretta, frena naturalmente le azioni letali. La disattivazione dell’empatia permette di concepire e giustificare ogni sorta di crudeltà: per placare o ingraziarsi gli dei, per raggiungere obiettivi militari, per vendicarsi, per punire i non conformisti, per “mandare un messaggio” a chi potrebbe pensare di resistere al potere imperiale, o semplicemente per puro intrattenimento. Le rovine del Colosseo rimangono una silenziosa testimonianza dell’entusiasmo dell’antica Roma per il sacrificio di vite animali o umane a scopo di intrattenimento.
I tragici frutti di antiche agonie hanno alimentato la convinzione, tuttora diffusa, che “la guerra sia inevitabile”, che la natura umana sia per sua natura violenta ed egoistica e che il dominio e l’abuso di potere siano impressi nel DNA umano. I resoconti militari degli imperi e delle grandi battaglie sono ben documentati. Tuttavia, i combattenti in prima linea vengono comandati e impiegati per compiere massacri al fine di perseguire gli obiettivi politici, territoriali o filosofici dei dominatori, anziché essere mossi da motivazioni personali. Anche loro sono vittime sacrificali.
Gli esempi di relazioni pacifiche prolungate tra tribù, società, culture e nazioni non vengono generalmente considerati orientamenti umani naturali. Nel 2023, i Signori Agonizzati continuano a investire nel perfezionamento dei metodi di sacrificio umano, dalle armi nucleari più sofisticate ai campi emergenti delle armi biologiche e di una “forza spaziale”.
L’empatia umana continua a fiorire nelle popolazioni in cui i neonati nascono nel “vincolo dell’amore”. Sperimentano la presenza della fiducia, della connessione e della comprensione, hanno la libertà di crescere nella propria identità unica e possiedono un senso di significato che va oltre la quotidiana lotta per la sopravvivenza. Il legame con i propri sentimenti e con quelli di chi li circonda rimane intatto.
La tragedia per gli Overlord è che hanno maggiori probabilità di nascere nell’atmosfera di un’Alleanza di Relazione Strategica. All’interno di tale Alleanza, la fiducia è minima, le transazioni sono prive di amore, ci si aspetta il rispetto delle Regole e si aspira a ottenere riconoscimento e ricompensa dalla propria tribù. Queste condizioni di educazione e socializzazione richiedono un “bypass dell’empatia” e plasmano la percezione degli Overlord. Essi si riferiscono al “Teatro della Guerra”, mentre gli empatici descrivono la guerra come un “insensato campo di sterminio”.

I Signori Supremi non hanno alcuna esperienza di fiducia tra i popoli, quindi l’incessante competizione per le armi più potenti è vista come una logica necessità di sopravvivenza. Gli empatici sono sconcertati da quella che considerano una ricerca insensata di armamenti. Immaginano come la deviazione di queste risorse sociali potrebbe scatenare una moderna “rinascita” di cooperazione e creatività che affronterebbe i nostri problemi comuni e genererebbe abbondanza condivisa.
Riattivare la capacità di empatia umana non è impossibile, ma richiede la disponibilità ad accettare e vivere ogni forma di sofferenza: sia quella interiorizzata dall’individuo, sia quella inflitta agli altri. Comprensibilmente, si tratta di un percorso poco battuto.
Empatia, creatività e genio non emergono dall’istruzione o dall’intelligenza artificiale. Sono innate nell’umanità e possono fiorire o essere soffocate a seconda delle condizioni. Basterebbe che la nostra “famiglia umana” prendesse coscienza delle pratiche che le reprimono e adottasse, al contrario, quelle che ne favoriscono il rafforzamento, per innescare un’evoluzione dell’empatia.

Rosalie Steward è un’attivista sociale di 67 anni, narratrice di storie storiche, musicista e giardiniera. Ha lavorato presso agenzie governative, siti industriali, uffici politici e per 15 anni ha condotto programmi di intervento contro la violenza domestica rivolti a uomini e donne. Si impegna a lavorare per la pace nel mondo utilizzando le sue doti di empatia.
Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.