Due tragedie, una domanda che continua a ritornare

«LO SAPEVANO?»
Dall’11 settembre al 7 ottobre, documenti e testimonianze riaprono la domanda più inquietante: quanto sapevano prima degli attacchi?
Redazione Inchiostronero
L’11 settembre 2001 e il 7 ottobre 2023 appartengono a epoche, contesti e protagonisti differenti. Eppure presentano una somiglianza che merita di essere indagata senza trasformarla preventivamente in una conclusione: in entrambi i casi, dopo un attacco devastante e apparentemente imprevedibile, sono emerse informazioni che hanno sollevato interrogativi su ciò che gli apparati politici, militari e di intelligence conoscevano prima dell’evento e su come reagirono mentre esso era in corso.
Attorno all’11 settembre rimangono una lunga serie di questioni: gli allarmi precedenti agli attentati, le falle dell’intelligence, la vicenda finanziaria del World Trade Center, il lease sottoscritto da Larry Silverstein poche settimane prima dell’attacco, le assicurazioni, il problema dell’amianto, la sua fortuita assenza quella mattina e la controversa storia del WTC 7. Sul 7 ottobre, testimonianze e ricostruzioni successive hanno invece alimentato interrogativi sugli avvertimenti precedenti, sulla vulnerabilità del confine israeliano, sulla risposta delle forze armate, sul fuoco israeliano contro obiettivi nei quali potevano trovarsi ostaggi e sull’applicazione della cosiddetta Direttiva Annibale.
Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra che gli attacchi siano stati deliberatamente consentiti. Ma quando la versione delle prime ore viene progressivamente affiancata da fatti che allora non conoscevamo, la domanda diventa legittima: quanto sapevano coloro che avrebbero dovuto impedirli?
E soprattutto: quando un evento traumatico diventa immediatamente il fondamento di guerre e trasformazioni politiche enormi, chi controlla la narrazione di ciò che è realmente accaduto?
LO SAPEVANO?
Dall’11 settembre al 7 ottobre, documenti e testimonianze riaprono la domanda più inquietante: quanto sapevano prima degli attacchi?
Il giorno che cambia tutto
Ci sono date che indicano semplicemente un avvenimento e date che diventano un confine. Dopo, il mondo continua a essere lo stesso sulle carte geografiche, ma non lo è più nella percezione collettiva.
L’11 settembre 2001 appartiene alla seconda categoria. Il 7 ottobre 2023, per Israele e per il Medio Oriente, possiede una forza di cesura analoga.
L’analogia deve fermarsi qui, almeno all’inizio. Gli attentati contro gli Stati Uniti e l’attacco di Hamas contro Israele hanno protagonisti, dimensioni, contesti storici e modalità differenti. Trasformare una somiglianza politica in un’identità degli eventi sarebbe il modo più rapido per compromettere qualsiasi indagine.
Eppure entrambi hanno prodotto qualcosa che va oltre il numero delle vittime e la distruzione materiale: hanno creato un prima e un dopo.
Dopo l’11 settembre divennero possibili decisioni che il 10 settembre sarebbero state assai più difficili da accettare. La “guerra al terrore”, l’invasione dell’Afghanistan, il Patriot Act, l’espansione degli apparati di sorveglianza e, due anni più tardi, la guerra in Iraq modificarono profondamente la politica americana e gli equilibri internazionali.
Dopo il 7 ottobre è accaduto qualcosa di simile. L’attacco di Hamas ha prodotto in Israele un trauma collettivo enorme e ha fornito la legittimazione politica per un’offensiva contro Gaza di proporzioni che prima di quel giorno sarebbe stata difficilmente immaginabile. Il conflitto si è progressivamente esteso, coinvolgendo direttamente o indirettamente Libano, Yemen, Siria e Iran.
In entrambi i casi il trauma ha imposto una domanda immediata:
Chi è stato?
Era inevitabile.
Ma quella domanda ne ha quasi soffocata un’altra:
Com’è stato possibile?
Gli Stati Uniti disponevano nel 2001 del più vasto e costoso apparato di intelligence del pianeta. Israele possedeva nel 2023 uno dei sistemi di sicurezza e sorveglianza più sofisticati al mondo, costruito precisamente intorno alla necessità di prevenire attacchi provenienti dai territori palestinesi.
Eppure entrambi furono sorpresi.
Almeno questa fu la prima rappresentazione.
La storia, però, ha un difetto: continua anche dopo che i telegiornali hanno chiuso l’edizione straordinaria. Vengono desecretati documenti, parlano funzionari, emergono testimonianze, si aprono commissioni d’inchiesta, compaiono rapporti militari. E ciò che nelle prime ore appariva semplice diventa progressivamente più complicato.
Non necessariamente più oscuro.
Più complicato.
Ed è precisamente qui che comincia la nostra domanda.
Quarantanove giorni
Quarantanove giorni.
È all’incirca il tempo che separa il perfezionamento dell’operazione con cui Larry Silverstein assunse il controllo in leasing di gran parte del World Trade Center dall’11 settembre 2001.
Una distanza temporale così breve ha inevitabilmente contribuito a trasformare il magnate immobiliare newyorkese in uno dei personaggi più discussi dell’intera vicenda.
La sua storia merita quindi un capitolo proprio.
Ma merita anche di essere liberata dalle esagerazioni accumulate negli anni, perché i fatti documentati sono già abbastanza singolari da non avere bisogno di essere ingranditi.
Cominciamo eliminando la prima leggenda.
Silverstein non comprò le Torri Gemelle.
La proprietà del complesso rimase alla Port Authority of New York and New Jersey. Nel luglio 2001 il gruppo guidato da Silverstein concluse invece un lease della durata di 99 anni riguardante una parte sostanziale del World Trade Center.
L’operazione aveva un valore complessivo nell’ordine dei 3,2 miliardi di dollari ed era il risultato di un processo di privatizzazione e di una gara iniziati precedentemente. Silverstein non comparve dunque improvvisamente alla vigilia dell’11 settembre per acquistare le Torri, come alcune ricostruzioni successive hanno lasciato intendere.
Ma rimane la cronologia.
Luglio 2001: perfezionamento dell’operazione.
11 settembre 2001: distruzione delle Torri Gemelle.
Quarantanove giorni.
Attorno all’operazione circola inoltre da anni un altro numero: 124 milioni di dollari, indicati in numerose ricostruzioni come il capitale direttamente impegnato da Silverstein nell’affare.
È proprio uno di quei numeri davanti ai quali occorre rallentare.
Il valore nominale del lease, il capitale proprio investito, i finanziamenti ottenuti, le quote dei partner e gli obblighi assunti sono grandezze differenti. Non possiamo quindi trasformare automaticamente la formula suggestiva “124 milioni investiti, oltre quattro miliardi incassati” nella descrizione del profitto realizzato da Silverstein.
Possiamo invece documentare ciò che accadde dopo.
Il World Trade Center era assicurato per miliardi di dollari e, dopo gli attentati, iniziò una gigantesca controversia tra Silverstein e le compagnie assicurative.
Il problema ruotava attorno a una parola apparentemente innocua:
occurrence.
Che cos’è un evento assicurativo?
Due aerei avevano colpito due torri a distanza di pochi minuti.
Silverstein sostenne che i due impatti costituissero due occurrences, e quindi due eventi assicurativi distinti. Una parte degli assicuratori sostenne invece che l’attacco coordinato dovesse essere considerato un unico evento.
La differenza valeva miliardi.
La situazione era resa ancora più complessa dal fatto che, al momento degli attentati, non tutte le polizze definitive erano state formalizzate nello stesso modo: parte della copertura operava ancora attraverso binders e le definizioni contrattuali applicabili agli assicuratori non erano identiche.
Ne seguirono anni di battaglie giudiziarie.
I tribunali arrivarono a conclusioni differenti a seconda delle formulazioni contrattuali applicabili alle singole compagnie e, al termine delle controversie e degli accordi, i recuperi assicurativi complessivi raggiunsero circa 4,5 miliardi di dollari.
Una cifra enorme.
Ma ancora una volta bisogna evitare la scorciatoia.
4,5 miliardi di risarcimenti non equivalgono a 4,5 miliardi di profitto personale per Larry Silverstein.
Esistevano finanziamenti, partner, creditori, obblighi contrattuali verso la Port Authority e soprattutto l’enorme problema della ricostruzione. Dopo la distruzione del complesso, inoltre, gli obblighi economici derivanti dal lease non scomparvero semplicemente insieme agli edifici.
La vicenda assicurativa rimane tuttavia straordinaria per un altro motivo: la distruzione avvenne quando l’operazione immobiliare era stata appena conclusa e mentre parte della documentazione assicurativa definitiva era ancora in corso di formalizzazione.
Non è una prova di preconoscenza.
È un fatto cronologico che merita di essere registrato.
E non è l’unico.
Il World Trade Center aveva da tempo un problema: l’amianto.
Materiali contenenti amianto erano stati utilizzati durante la costruzione e la Port Authority aveva intrapreso negli anni interventi di gestione e bonifica. Da questo fatto è nata una delle tesi più ripetute nella letteratura critica sull’11 settembre: demolire o ristrutturare completamente le Torri avrebbe comportato costi enormi e la loro distruzione avrebbe eliminato quella passività.
Ma anche qui dobbiamo distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.
Che nel World Trade Center fossero presenti materiali contenenti amianto è documentato.
Che una bonifica completa avrebbe rappresentato un problema economico importante è ragionevole.
Ciò che non abbiamo ancora documentato è il passaggio decisivo: quali specifici obblighi ambientali e quali eventuali costi futuri di bonifica fossero stati trasferiti a Silverstein dal lease del 2001.
Senza quel documento, non possiamo trasformare l’amianto nel movente economico della distruzione.
Possiamo però lasciare aperta una domanda precisa:
quando Silverstein firmò il lease di 99 anni, quale passività economica rappresentava realmente l’amianto ancora presente nel World Trade Center e chi avrebbe dovuto sostenerne i costi futuri?
Poi arriva la mattina dell’11 settembre.
Ed entra nella storia un’altra coincidenza.
Silverstein ha raccontato personalmente che, dopo aver assunto il controllo del World Trade Center, trascorreva abitualmente le mattine nel complesso, incontrando anche gli affittuari. Quella mattina avrebbe dovuto recarsi ancora una volta al World Trade Center.
Non ci andò.
Sua moglie Klara aveva fissato per lui una visita dal dermatologo e insistette affinché rispettasse l’appuntamento, che Silverstein avrebbe preferito rimandare per andare al lavoro.
Accettò.
Quella decisione gli salvò la vita.
Silverstein lo avrebbe ricordato successivamente con parole semplicissime:
“My wife saved my life.” — Mia moglie mi ha salvato la vita.
Anche questo non dimostra nulla.
Un appuntamento dal dermatologo può essere esattamente ciò che sembra: un appuntamento dal dermatologo.
Ma stiamo ricostruendo la storia di un uomo che aveva concluso poche settimane prima l’operazione immobiliare più importante della propria vita; che vide distrutto il complesso appena acquisito in leasing; che disponeva di una copertura assicurativa miliardaria destinata a produrre una battaglia giudiziaria altrettanto miliardaria; e che proprio quella mattina non si trovava dove, secondo il suo stesso racconto, avrebbe normalmente dovuto essere.
Non abbiamo alcun motivo per trasformare questa sequenza in una prova.
Ma non abbiamo neppure alcun motivo per nasconderla al lettore perché potrebbe sembrare sospetta.
Il nostro compito è più semplice.
Raccontarla esattamente per ciò che è.
Il lease.
Le assicurazioni.
L’amianto.
L’appuntamento mancato.
Quattro fatti o circostanze differenti, quattro problemi documentari differenti.
Metterli uno accanto all’altro non dimostra che Larry Silverstein sapesse che cosa sarebbe accaduto l’11 settembre.
Ma spiega perfettamente perché, venticinque anni dopo, il suo nome continui a comparire ogni volta che qualcuno torna a formulare quella domanda:
lo sapevano?
Il problema non è la coincidenza
Ed eccoci al punto più delicato.
Davanti a eventi come l’11 settembre e il 7 ottobre si finisce spesso per essere spinti verso due conclusioni opposte.
Da una parte:
“È tutto come ci hanno raccontato. Chi fa domande è un complottista.”
Dall’altra:
“Ci sono troppe coincidenze. Dunque era tutto organizzato.”
Sono due scorciatoie speculari.
La prima trasforma la versione iniziale di un evento in un dogma.
La seconda trasforma il sospetto in prova.
Un’indagine dovrebbe rifiutarle entrambe.
Perché tra un attacco completamente imprevedibile e un attacco deliberatamente organizzato o lasciato accadere esiste un territorio molto più vasto e molto meno rassicurante.
Possono esserci informazioni ignorate.
Informazioni sottovalutate.
Servizi che non comunicano tra loro.
Segnali interpretati secondo convinzioni già consolidate.
Errori di valutazione.
Incompetenza.
Paralisi della catena di comando.
Interessi politici.
E infine esiste anche l’ipotesi più grave: possedere informazioni sufficienti per comprendere che un attacco sta per avvenire, avere la possibilità concreta di intervenire e decidere di non farlo.
Ma è precisamente questa eventualità a richiedere le prove più forti.
Non basta che Larry Silverstein fosse dal dermatologo la mattina dell’11 settembre.
Non basta che avesse concluso il lease del World Trade Center quarantanove giorni prima.
Non basta la controversia miliardaria sulle assicurazioni.
Non basta che il President’s Daily Brief del 6 agosto 2001 portasse il titolo “Bin Ladin Determined to Strike in US”.
Non basta neppure la controversa notizia pubblicata da Le Figaro sul presunto incontro tra bin Laden e un rappresentante della CIA a Dubai.
E, passando al 7 ottobre, non basta che l’intelligence israeliana disponesse del piano conosciuto come “Jericho Wall”.
Non bastano le testimonianze sul fuoco israeliano durante l’attacco.
Non basta evocare la Direttiva Annibale.

Presi separatamente, questi elementi hanno natura e valore probatorio profondamente differenti.
È il loro insieme a imporre domande. Non a fornire automaticamente una risposta.
Ed è una distinzione decisiva.
Perché una coincidenza può essere soltanto una coincidenza.
Dieci coincidenze non diventano matematicamente una prova.
Ma quando attorno a un evento storico cominciano ad accumularsi avvertimenti precedenti, informazioni sottovalutate, decisioni difficili da spiegare, versioni successivamente corrette e interessi politici enormi, continuare a pronunciare semplicemente la parola “coincidenza” non basta più.
Occorre costruire una catena.
Chi sapeva?
Che cosa sapeva?
Quando lo seppe?
A chi venne comunicato?
Che cosa avrebbe potuto fare?
E che cosa fece invece?
C’è poi un’ultima domanda, forse la più importante:
che cosa divenne possibile fare dopo?
Perché né l’11 settembre né il 7 ottobre terminarono quando cessarono gli attacchi.
In un certo senso, cominciarono proprio allora.
Gli attentati produssero conseguenze politiche, militari e sociali enormemente più lunghe delle ore nelle quali si consumarono.
Ed è proprio guardando a quelle conseguenze che possiamo capire perché la domanda su ciò che si sapeva prima non appartenga soltanto alla storia.
Appartiene anche al potere.
Soltanto dopo aver ricostruito questa catena la parola “coincidenza” può cominciare, eventualmente, a perdere la propria innocenza.
La cosa più preziosa che produce un attentato
Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.
L
Il documento divenne noto con il nome “Jericho Wall”.
Cambiano ciò che diventa possibile fare nel futuro.
