Due tragedie, una domanda che continua a ritornare

«LO SAPEVANO?»

Dall’11 settembre al 7 ottobre, documenti e testimonianze riaprono la domanda più inquietante: quanto sapevano prima degli attacchi?

Redazione Inchiostronero 

L’11 settembre 2001 e il 7 ottobre 2023 appartengono a epoche, contesti e protagonisti differenti. Eppure presentano una somiglianza che merita di essere indagata senza trasformarla preventivamente in una conclusione: in entrambi i casi, dopo un attacco devastante e apparentemente imprevedibile, sono emerse informazioni che hanno sollevato interrogativi su ciò che gli apparati politici, militari e di intelligence conoscevano prima dell’evento e su come reagirono mentre esso era in corso.

Attorno all’11 settembre rimangono una lunga serie di questioni: gli allarmi precedenti agli attentati, le falle dell’intelligence, la vicenda finanziaria del World Trade Center, il lease sottoscritto da Larry Silverstein poche settimane prima dell’attacco, le assicurazioni, il problema dell’amianto, la sua fortuita assenza quella mattina e la controversa storia del WTC 7. Sul 7 ottobre, testimonianze e ricostruzioni successive hanno invece alimentato interrogativi sugli avvertimenti precedenti, sulla vulnerabilità del confine israeliano, sulla risposta delle forze armate, sul fuoco israeliano contro obiettivi nei quali potevano trovarsi ostaggi e sull’applicazione della cosiddetta Direttiva Annibale.

Nessuno di questi elementi, preso isolatamente, dimostra che gli attacchi siano stati deliberatamente consentiti. Ma quando la versione delle prime ore viene progressivamente affiancata da fatti che allora non conoscevamo, la domanda diventa legittima: quanto sapevano coloro che avrebbero dovuto impedirli?

E soprattutto: quando un evento traumatico diventa immediatamente il fondamento di guerre e trasformazioni politiche enormi, chi controlla la narrazione di ciò che è realmente accaduto?


LO SAPEVANO?

Dall’11 settembre al 7 ottobre, documenti e testimonianze riaprono la domanda più inquietante: quanto sapevano prima degli attacchi?

Il giorno che cambia tutto

Ci sono date che indicano semplicemente un avvenimento e date che diventano un confine. Dopo, il mondo continua a essere lo stesso sulle carte geografiche, ma non lo è più nella percezione collettiva.

L’11 settembre 2001 appartiene alla seconda categoria. Il 7 ottobre 2023, per Israele e per il Medio Oriente, possiede una forza di cesura analoga.

L’analogia deve fermarsi qui, almeno all’inizio. Gli attentati contro gli Stati Uniti e l’attacco di Hamas contro Israele hanno protagonisti, dimensioni, contesti storici e modalità differenti. Trasformare una somiglianza politica in un’identità degli eventi sarebbe il modo più rapido per compromettere qualsiasi indagine.

Eppure entrambi hanno prodotto qualcosa che va oltre il numero delle vittime e la distruzione materiale: hanno creato un prima e un dopo.

Dopo l’11 settembre divennero possibili decisioni che il 10 settembre sarebbero state assai più difficili da accettare. La “guerra al terrore”, l’invasione dell’Afghanistan, il Patriot Act, l’espansione degli apparati di sorveglianza e, due anni più tardi, la guerra in Iraq modificarono profondamente la politica americana e gli equilibri internazionali.

Dopo il 7 ottobre è accaduto qualcosa di simile. L’attacco di Hamas ha prodotto in Israele un trauma collettivo enorme e ha fornito la legittimazione politica per un’offensiva contro Gaza di proporzioni che prima di quel giorno sarebbe stata difficilmente immaginabile. Il conflitto si è progressivamente esteso, coinvolgendo direttamente o indirettamente Libano, Yemen, Siria e Iran.

In entrambi i casi il trauma ha imposto una domanda immediata:

Chi è stato?

Era inevitabile.

Ma quella domanda ne ha quasi soffocata un’altra:

Com’è stato possibile?

Gli Stati Uniti disponevano nel 2001 del più vasto e costoso apparato di intelligence del pianeta. Israele possedeva nel 2023 uno dei sistemi di sicurezza e sorveglianza più sofisticati al mondo, costruito precisamente intorno alla necessità di prevenire attacchi provenienti dai territori palestinesi.

Eppure entrambi furono sorpresi.

Almeno questa fu la prima rappresentazione.

La storia, però, ha un difetto: continua anche dopo che i telegiornali hanno chiuso l’edizione straordinaria. Vengono desecretati documenti, parlano funzionari, emergono testimonianze, si aprono commissioni d’inchiesta, compaiono rapporti militari. E ciò che nelle prime ore appariva semplice diventa progressivamente più complicato.

Non necessariamente più oscuro.

Più complicato.

Ed è precisamente qui che comincia la nostra domanda.

Quello che si sapeva prima

La rappresentazione di un 11 settembre completamente imprevedibile durò poco.

Il rapporto della Commissione sull’11 settembre, pubblicato nel 2004, documentò una lunga serie di segnali precedenti all’attacco. Il più famoso rimane il President’s Daily Brief consegnato a George W. Bush il 6 agosto 2001.

Il titolo era difficile da equivocare:

“Bin Ladin Determined to Strike in US” — Bin Laden determinato a colpire negli Stati Uniti.

Il documento non annunciava che quattro aerei sarebbero stati dirottati l’11 settembre. Questo va detto con altrettanta chiarezza. Riferiva però dell’interesse di al-Qaeda per attentati negli Stati Uniti, ricordava precedenti informazioni relative a possibili dirottamenti e segnalava attività sospette compatibili con la preparazione di un attacco. La stessa Commissione concluse che nell’estate del 2001 il sistema dell’intelligence americana stava, per usare un’espressione diventata celebre, “blinking red”, lampeggiando rosso.

Non significa: sapevano che cosa sarebbe accaduto l’11 settembre.

Significa qualcosa di diverso e documentato:

sapevano che qualcosa poteva accadere.

Ed è una distinzione sulla quale torneremo continuamente.

A rendere ancora più complesso il quadro contribuì, poche settimane dopo gli attentati, una notizia destinata a suscitare interrogativi e smentite.

Il 31 ottobre 2001 il quotidiano francese Le Figaro riferì che Osama bin Laden sarebbe stato ricoverato dal 4 al 14 luglio 2001 all’American Hospital di Dubai per problemi renali. Secondo la ricostruzione pubblicata dal giornale, durante quella degenza avrebbe ricevuto anche la visita del rappresentante locale della CIA.

La notizia era enorme.

Se confermata, avrebbe significato che meno di due mesi prima dell’11 settembre l’uomo che gli Stati Uniti già consideravano uno dei terroristi più ricercati al mondo si trovava in una struttura sanitaria perfettamente identificabile e sarebbe addirittura entrato in contatto con un rappresentante dell’intelligence americana.

Ma proprio qui occorre separare il documento dalla conclusione.

La CIA negò categoricamente l’incontro e l’American Hospital di Dubai negò che bin Laden fosse stato ricoverato nella struttura. La ricostruzione pubblicata da Le Figaro, sebbene ripresa all’epoca da diverse testate internazionali, non venne mai definitivamente provata.

Resta tuttavia un particolare significativo per la storia degli interrogativi sorti attorno all’11 settembre: la vicenda non comparve vent’anni dopo in qualche ricostruzione della controinformazione. Venne pubblicata il 31 ottobre 2001, appena cinquanta giorni dopo gli attentati, da un importante quotidiano francese.

Non possiamo dunque scrivere come fatto accertato che bin Laden incontrò la CIA a Dubai.

Possiamo però registrare un fatto altrettanto preciso: nel 2001 una fonte giornalistica autorevole sostenne che quell’incontro fosse avvenuto, mentre la CIA e l’ospedale lo negarono.

È una distinzione fondamentale.

Registrare ciò che è documentato, distinguere ciò che è contestato e non trasformare ciò che è possibile in ciò che è provato sarà la regola che accompagnerà tutta questa indagine.

Ventidue anni dopo, Israele si trovò davanti a una domanda sorprendentemente simile.

Dopo il 7 ottobre emerse che l’intelligence israeliana possedeva da tempo un documento di Hamas che descriveva un piano di attacco sorprendentemente vicino, per struttura generale, a quello successivamente realizzato: sfondamento della barriera, attacchi contro postazioni militari, uso di droni, ingresso di combattenti e presa di ostaggi.

Il documento divenne noto con il nome “Jericho Wall”.

Non conteneva una data per l’attacco e non dimostrava che Israele conoscesse il giorno in cui Hamas avrebbe agito. Ma dimostrava che l’ipotesi operativa non era sconosciuta.

A questo quadro si è aggiunta, nel settembre 2026, una rivelazione ancora più delicata.

I giornalisti israeliani Shlomi Eldar e Ruth Yuval, nel libro-inchiesta Kidnapped: 843 Days of Abandonment, hanno ricostruito l’esistenza di un presunto avvertimento che sarebbe arrivato direttamente a Benjamin Netanyahu circa dieci giorni prima del 7 ottobre.

Secondo la loro indagine, alla fine di settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed avrebbe telefonato personalmente al primo ministro israeliano. La conversazione sarebbe durata circa quarantacinque minuti. L’allarme sarebbe nato da informazioni attribuite a un intermediario palestinese in contatto con Yahya Sinwar: il leader di Hamas avrebbe fatto sapere di stare preparando una “grande sorpresa”, qualcosa paragonato a un “terremoto” capace di destabilizzare la regione.

Secondo Eldar e Yuval, Netanyahu avrebbe rassicurato il presidente emiratino, ritenendo Gaza sotto controllo e considerando più probabile un’iniziativa di Hamas in Cisgiordania. Ma soprattutto non avrebbe trasmesso quell’avvertimento al ministro della Difesa, al capo di Stato maggiore e ai vertici dello Shin Bet e del Mossad.

Eldar ha successivamente dichiarato di aver lavorato a lungo alla ricostruzione della vicenda e di disporre di fonti riservate e materiali documentali a sostegno dell’esistenza dell’avvertimento e della telefonata.

Ma anche in questo caso dobbiamo applicare la stessa regola utilizzata per la vicenda di Dubai.

Netanyahu nega categoricamente la ricostruzione. Il suo ufficio l’ha definita falsa e il primo ministro ha annunciato iniziative legali contro gli autori e contro Haaretz, che ha dato rilievo all’inchiesta. Gli Emirati Arabi Uniti, da parte loro, non hanno confermato pubblicamente il contenuto della presunta conversazione.

Al momento, dunque, non possiamo presentare l’avvertimento emiratino come un fatto definitivamente accertato.

Possiamo però registrare che due giornalisti israeliani sostengono di averne ricostruito l’esistenza attraverso fonti e materiali raccolti nel corso della loro inchiesta.

E, se quella ricostruzione dovesse trovare conferma, la domanda diventerebbe inevitabilmente molto più precisa:

che cosa fece il primo ministro israeliano dopo aver ricevuto personalmente un avvertimento su una possibile grande offensiva di Hamas?

A tutto questo si aggiungono i segnali provenienti direttamente dal confine.

Secondo ricostruzioni successive, attività ed esercitazioni di Hamas furono osservate ma interpretate all’interno di una convinzione strategica ormai consolidata: Hamas non sarebbe stato in grado, o non avrebbe avuto interesse, a trasformarle in un’offensiva reale.

Ed ecco apparire una parola che accomuna molti disastri dell’intelligence:

convinzione.

Non mancano necessariamente le informazioni. Manca la disponibilità a interpretarle fuori dallo schema nel quale si è deciso che debbano rientrare.

Prima dell’11 settembre una parte dell’apparato americano continuava a pensare al terrorismo secondo categorie che rendevano difficile immaginare diciannove uomini capaci di trasformare aerei civili in missili.

Prima del 7 ottobre una parte dell’apparato israeliano aveva maturato la convinzione che Hamas fosse contenuto, interessato alla sopravvivenza del proprio potere a Gaza e quindi dissuaso da un attacco capace di provocare una risposta devastante.

In entrambi i casi il problema potrebbe allora non essere stato semplicemente:

“Non sapevano.”

Potrebbe essere stato:

“Sapevano alcune cose, ma non credevano a ciò che quelle cose potevano significare.”

È molto diverso dall’affermare che qualcuno abbia deliberatamente lasciato compiere gli attacchi.

Ma è altrettanto diverso dall’affermare che nessuno potesse immaginarli.

Tra queste due estremità esiste tutto il territorio che un’inchiesta dovrebbe esplorare.

Quello che accadde durante

Se ricostruire ciò che si sapeva prima significa interrogare documenti, rapporti e avvertimenti, capire ciò che accadde durante è ancora più difficile.

È la zona più delicata dell’intera indagine.

Qui non si tratta più soltanto di stabilire quali informazioni fossero disponibili, ma di ricostruire tempi di reazione, ordini impartiti, decisioni prese e decisioni mancate mentre gli attacchi erano già in corso.

Per l’11 settembre significa interrogare i tempi della risposta militare americana, la catena di comando, le comunicazioni tra autorità civili e militari e l’incapacità di intercettare in tempo gli aerei dirottati.

Per il 7 ottobre significa invece affrontare una questione ancora più dolorosa: il possibile fuoco israeliano contro propri cittadini durante i combattimenti, gli ordini impartiti per impedire il trasferimento degli ostaggi verso Gaza e la controversa applicazione della Direttiva Annibale.

Ed è proprio dal 7 ottobre che conviene cominciare, perché su ciò che accadde durante quelle ore sono emerse successivamente testimonianze e ricostruzioni che hanno reso il quadro iniziale molto più complesso.

Già nelle settimane successive all’attacco comparvero testimonianze israeliane secondo cui, in alcune località, le forze armate avevano aperto il fuoco contro edifici o veicoli nei quali potevano trovarsi contemporaneamente combattenti di Hamas e ostaggi israeliani.

Nel materiale che abbiamo raccolto compare, per esempio, il caso di Be’eri. Testimonianze israeliane parlarono dell’intervento dei carri armati contro edifici nei quali erano presenti uomini di Hamas insieme a civili.

Successivamente la questione è diventata più ampia.

Il punto non è sostenere che “Israele abbia ucciso le vittime del 7 ottobre”. Una formulazione simile trasformerebbe episodi specifici e controversi in una spiegazione generale che i documenti non consentono.

La domanda seria è un’altra:

quanti israeliani furono colpiti dal fuoco delle proprie forze armate durante il tentativo di fermare i combattenti e impedire il trasferimento degli ostaggi a Gaza?

Ed è qui che compare la Direttiva Annibale.

Nata originariamente per impedire la cattura di soldati israeliani anche assumendo rischi estremi per la vita del militare rapito, la sua logica è stata evocata nelle ricostruzioni delle operazioni del 7 ottobre. Ordini impartiti durante quelle ore avrebbero privilegiato, in determinate circostanze, l’interdizione dei movimenti verso Gaza anche quando non era possibile sapere con certezza chi si trovasse nei mezzi colpiti.

È un punto terribile.

Ed è precisamente per questo che non necessita di essere amplificato.

Se confermato nei suoi contorni, è già abbastanza grave così.

A questo punto dobbiamo tornare all’11 settembre.

Anche in quel caso il “durante” presenta una lunga serie di interrogativi: i tempi della risposta militare americana, le comunicazioni tra autorità civili e militari, la catena di comando e l’incapacità di intercettare in tempo gli aerei dirottati.

Ma qui dobbiamo evitare una tentazione.

Accumulare anomalie non significa automaticamente costruire una prova.

Un apparato gigantesco può fallire. Una catena di comando può paralizzarsi. Informazioni corrette possono arrivare alla persona sbagliata, troppo tardi, oppure essere interpretate male.

La storia militare è piena di catastrofi prodotte dall’incompetenza.

Il problema nasce quando, dopo la catastrofe, scopriamo che molte delle informazioni necessarie per evitarla esistevano già.

Quarantanove giorni

Quarantanove giorni.

È all’incirca il tempo che separa il perfezionamento dell’operazione con cui Larry Silverstein assunse il controllo in leasing di gran parte del World Trade Center dall’11 settembre 2001.

Una distanza temporale così breve ha inevitabilmente contribuito a trasformare il magnate immobiliare newyorkese in uno dei personaggi più discussi dell’intera vicenda.

La sua storia merita quindi un capitolo proprio.

Ma merita anche di essere liberata dalle esagerazioni accumulate negli anni, perché i fatti documentati sono già abbastanza singolari da non avere bisogno di essere ingranditi.

Cominciamo eliminando la prima leggenda.

Silverstein non comprò le Torri Gemelle.

La proprietà del complesso rimase alla Port Authority of New York and New Jersey. Nel luglio 2001 il gruppo guidato da Silverstein concluse invece un lease della durata di 99 anni riguardante una parte sostanziale del World Trade Center.

L’operazione aveva un valore complessivo nell’ordine dei 3,2 miliardi di dollari ed era il risultato di un processo di privatizzazione e di una gara iniziati precedentemente. Silverstein non comparve dunque improvvisamente alla vigilia dell’11 settembre per acquistare le Torri, come alcune ricostruzioni successive hanno lasciato intendere.

Ma rimane la cronologia.

Luglio 2001: perfezionamento dell’operazione.

11 settembre 2001: distruzione delle Torri Gemelle.

Quarantanove giorni.

Attorno all’operazione circola inoltre da anni un altro numero: 124 milioni di dollari, indicati in numerose ricostruzioni come il capitale direttamente impegnato da Silverstein nell’affare.

È proprio uno di quei numeri davanti ai quali occorre rallentare.

Il valore nominale del lease, il capitale proprio investito, i finanziamenti ottenuti, le quote dei partner e gli obblighi assunti sono grandezze differenti. Non possiamo quindi trasformare automaticamente la formula suggestiva “124 milioni investiti, oltre quattro miliardi incassati” nella descrizione del profitto realizzato da Silverstein.

Possiamo invece documentare ciò che accadde dopo.

Il World Trade Center era assicurato per miliardi di dollari e, dopo gli attentati, iniziò una gigantesca controversia tra Silverstein e le compagnie assicurative.

Il problema ruotava attorno a una parola apparentemente innocua:

occurrence.

Che cos’è un evento assicurativo?

Due aerei avevano colpito due torri a distanza di pochi minuti.

Silverstein sostenne che i due impatti costituissero due occurrences, e quindi due eventi assicurativi distinti. Una parte degli assicuratori sostenne invece che l’attacco coordinato dovesse essere considerato un unico evento.

La differenza valeva miliardi.

La situazione era resa ancora più complessa dal fatto che, al momento degli attentati, non tutte le polizze definitive erano state formalizzate nello stesso modo: parte della copertura operava ancora attraverso binders e le definizioni contrattuali applicabili agli assicuratori non erano identiche.

Ne seguirono anni di battaglie giudiziarie.

I tribunali arrivarono a conclusioni differenti a seconda delle formulazioni contrattuali applicabili alle singole compagnie e, al termine delle controversie e degli accordi, i recuperi assicurativi complessivi raggiunsero circa 4,5 miliardi di dollari.

Una cifra enorme.

Ma ancora una volta bisogna evitare la scorciatoia.

4,5 miliardi di risarcimenti non equivalgono a 4,5 miliardi di profitto personale per Larry Silverstein.

Esistevano finanziamenti, partner, creditori, obblighi contrattuali verso la Port Authority e soprattutto l’enorme problema della ricostruzione. Dopo la distruzione del complesso, inoltre, gli obblighi economici derivanti dal lease non scomparvero semplicemente insieme agli edifici.

La vicenda assicurativa rimane tuttavia straordinaria per un altro motivo: la distruzione avvenne quando l’operazione immobiliare era stata appena conclusa e mentre parte della documentazione assicurativa definitiva era ancora in corso di formalizzazione.

Non è una prova di preconoscenza.

È un fatto cronologico che merita di essere registrato.

E non è l’unico.

Il World Trade Center aveva da tempo un problema: l’amianto.

Materiali contenenti amianto erano stati utilizzati durante la costruzione e la Port Authority aveva intrapreso negli anni interventi di gestione e bonifica. Da questo fatto è nata una delle tesi più ripetute nella letteratura critica sull’11 settembre: demolire o ristrutturare completamente le Torri avrebbe comportato costi enormi e la loro distruzione avrebbe eliminato quella passività.

Ma anche qui dobbiamo distinguere ciò che sappiamo da ciò che supponiamo.

Che nel World Trade Center fossero presenti materiali contenenti amianto è documentato.

Che una bonifica completa avrebbe rappresentato un problema economico importante è ragionevole.

Ciò che non abbiamo ancora documentato è il passaggio decisivo: quali specifici obblighi ambientali e quali eventuali costi futuri di bonifica fossero stati trasferiti a Silverstein dal lease del 2001.

Senza quel documento, non possiamo trasformare l’amianto nel movente economico della distruzione.

Possiamo però lasciare aperta una domanda precisa:

quando Silverstein firmò il lease di 99 anni, quale passività economica rappresentava realmente l’amianto ancora presente nel World Trade Center e chi avrebbe dovuto sostenerne i costi futuri?

Poi arriva la mattina dell’11 settembre.

Ed entra nella storia un’altra coincidenza.

Silverstein ha raccontato personalmente che, dopo aver assunto il controllo del World Trade Center, trascorreva abitualmente le mattine nel complesso, incontrando anche gli affittuari. Quella mattina avrebbe dovuto recarsi ancora una volta al World Trade Center.

Non ci andò.

Sua moglie Klara aveva fissato per lui una visita dal dermatologo e insistette affinché rispettasse l’appuntamento, che Silverstein avrebbe preferito rimandare per andare al lavoro.

Accettò.

Quella decisione gli salvò la vita.

Silverstein lo avrebbe ricordato successivamente con parole semplicissime:

“My wife saved my life.” — Mia moglie mi ha salvato la vita.

Anche questo non dimostra nulla.

Un appuntamento dal dermatologo può essere esattamente ciò che sembra: un appuntamento dal dermatologo.

Ma stiamo ricostruendo la storia di un uomo che aveva concluso poche settimane prima l’operazione immobiliare più importante della propria vita; che vide distrutto il complesso appena acquisito in leasing; che disponeva di una copertura assicurativa miliardaria destinata a produrre una battaglia giudiziaria altrettanto miliardaria; e che proprio quella mattina non si trovava dove, secondo il suo stesso racconto, avrebbe normalmente dovuto essere.

Non abbiamo alcun motivo per trasformare questa sequenza in una prova.

Ma non abbiamo neppure alcun motivo per nasconderla al lettore perché potrebbe sembrare sospetta.

Il nostro compito è più semplice.

Raccontarla esattamente per ciò che è.

Il lease.

Le assicurazioni.

L’amianto.

L’appuntamento mancato.

Quattro fatti o circostanze differenti, quattro problemi documentari differenti.

Metterli uno accanto all’altro non dimostra che Larry Silverstein sapesse che cosa sarebbe accaduto l’11 settembre.

Ma spiega perfettamente perché, venticinque anni dopo, il suo nome continui a comparire ogni volta che qualcuno torna a formulare quella domanda:

lo sapevano?

Il problema non è la coincidenza

Ed eccoci al punto più delicato.

Davanti a eventi come l’11 settembre e il 7 ottobre si finisce spesso per essere spinti verso due conclusioni opposte.

Da una parte:

“È tutto come ci hanno raccontato. Chi fa domande è un complottista.”

Dall’altra:

“Ci sono troppe coincidenze. Dunque era tutto organizzato.”

Sono due scorciatoie speculari.

La prima trasforma la versione iniziale di un evento in un dogma.

La seconda trasforma il sospetto in prova.

Un’indagine dovrebbe rifiutarle entrambe.

Perché tra un attacco completamente imprevedibile e un attacco deliberatamente organizzato o lasciato accadere esiste un territorio molto più vasto e molto meno rassicurante.

Possono esserci informazioni ignorate.

Informazioni sottovalutate.

Servizi che non comunicano tra loro.

Segnali interpretati secondo convinzioni già consolidate.

Errori di valutazione.

Incompetenza.

Paralisi della catena di comando.

Interessi politici.

E infine esiste anche l’ipotesi più grave: possedere informazioni sufficienti per comprendere che un attacco sta per avvenire, avere la possibilità concreta di intervenire e decidere di non farlo.

Ma è precisamente questa eventualità a richiedere le prove più forti.

Non basta che Larry Silverstein fosse dal dermatologo la mattina dell’11 settembre.

Non basta che avesse concluso il lease del World Trade Center quarantanove giorni prima.

Non basta la controversia miliardaria sulle assicurazioni.

Non basta che il President’s Daily Brief del 6 agosto 2001 portasse il titolo “Bin Ladin Determined to Strike in US”.

Non basta neppure la controversa notizia pubblicata da Le Figaro sul presunto incontro tra bin Laden e un rappresentante della CIA a Dubai.

E, passando al 7 ottobre, non basta che l’intelligence israeliana disponesse del piano conosciuto come “Jericho Wall”.

Non bastano le testimonianze sul fuoco israeliano durante l’attacco.

Non basta evocare la Direttiva Annibale.

Presi separatamente, questi elementi hanno natura e valore probatorio profondamente differenti.

È il loro insieme a imporre domande. Non a fornire automaticamente una risposta.

Ed è una distinzione decisiva.

Perché una coincidenza può essere soltanto una coincidenza.

Dieci coincidenze non diventano matematicamente una prova.

Ma quando attorno a un evento storico cominciano ad accumularsi avvertimenti precedenti, informazioni sottovalutate, decisioni difficili da spiegare, versioni successivamente corrette e interessi politici enormi, continuare a pronunciare semplicemente la parola “coincidenza” non basta più.

Occorre costruire una catena.

Chi sapeva?

Che cosa sapeva?

Quando lo seppe?

A chi venne comunicato?

Che cosa avrebbe potuto fare?

E che cosa fece invece?

C’è poi un’ultima domanda, forse la più importante:

che cosa divenne possibile fare dopo?

Perché né l’11 settembre né il 7 ottobre terminarono quando cessarono gli attacchi.

In un certo senso, cominciarono proprio allora.

Gli attentati produssero conseguenze politiche, militari e sociali enormemente più lunghe delle ore nelle quali si consumarono.

Ed è proprio guardando a quelle conseguenze che possiamo capire perché la domanda su ciò che si sapeva prima non appartenga soltanto alla storia.

Appartiene anche al potere.

Soltanto dopo aver ricostruito questa catena la parola “coincidenza” può cominciare, eventualmente, a perdere la propria innocenza.

La cosa più preziosa che produce un attentato

Gli attentati producono morte, paura, rabbia.

Ma per il potere producono anche qualcosa di straordinariamente prezioso:

consenso all’eccezione.

Una popolazione traumatizzata accetta in poche ore decisioni che, in condizioni normali, discuterebbe per mesi o forse rifiuterebbe.

È una dinamica antica. Davanti alla percezione di una minaccia esistenziale, la domanda principale non è più quanto potere dobbiamo concedere?, ma quanto potere è necessario concedere per sentirci nuovamente al sicuro?

L’11 settembre ne rappresentò una manifestazione impressionante.

Dopo gli attentati, gli Stati Uniti inaugurarono la “guerra al terrore”, invasero l’Afghanistan, approvarono il Patriot Act, ampliarono enormemente gli strumenti di sorveglianza e modificarono il rapporto tra sicurezza e libertà individuali.

Due anni più tardi arrivò l’invasione dell’Iraq.

Saddam Hussein non aveva organizzato l’11 settembre e l’Iraq non era responsabile degli attentati. Eppure senza il clima politico e psicologico prodotto dall’11 settembre è difficile immaginare che quella guerra avrebbe potuto essere presentata e accettata nello stesso modo.

L’attentato aveva modificato qualcosa di più profondo delle leggi.

Aveva modificato la frontiera del politicamente possibile.

Ventidue anni dopo, il 7 ottobre produsse in Israele una trasformazione analoga nella percezione della minaccia.

L’attacco di Hamas provocò un trauma collettivo enorme. Israele dichiarò guerra e l’operazione militare contro Gaza assunse rapidamente dimensioni che prima del 7 ottobre sarebbero state politicamente molto più difficili da sostenere, soprattutto sul piano internazionale.

Anche il linguaggio cambiò.

Non si discuteva più soltanto del conflitto israelo-palestinese, dell’occupazione, degli insediamenti o del blocco di Gaza.

Si parlava di sopravvivenza di Israele, di eliminazione di Hamas, di ostaggi, di sicurezza nazionale e della necessità di impedire che un altro 7 ottobre potesse verificarsi.

Il trauma aveva nuovamente spostato il confine.

Questo non dimostra che l’11 settembre sia stato provocato per invadere l’Afghanistan o l’Iraq.

E non dimostra che il 7 ottobre sia stato lasciato accadere per rendere possibile la devastazione di Gaza o una ridefinizione degli equilibri regionali.

Sostenere automaticamente una relazione causale sarebbe un errore.

Beneficiare politicamente di un evento non significa averlo causato.

Ma esiste anche l’errore opposto.

Fingere che le conseguenze politiche di un evento non abbiano alcuna importanza quando cerchiamo di comprenderne la portata storica.

Un investigatore cerca il movente.

Uno storico dovrebbe almeno domandarsi chi abbia potuto fare, dopo un evento, ciò che prima di quell’evento non avrebbe potuto fare.

Ed è qui che l’11 settembre e il 7 ottobre tornano a specchiarsi senza diventare la stessa cosa.

Il 10 settembre 2001 molte decisioni erano politicamente impensabili.

Il 12 settembre non lo erano più.

Il 6 ottobre 2023 molte decisioni erano politicamente impensabili.

L’8 ottobre non lo erano più.

Tra quelle date non erano cambiati soltanto gli scenari militari.

Era cambiato il grado di consenso che poteva essere richiesto e ottenuto.

Era cambiata la disponibilità dell’opinione pubblica ad accettare l’eccezione.

Era cambiato persino il significato attribuito a parole come sicurezza, guerra, difesa, libertà e necessità.

Perché questa è una delle caratteristiche più profonde degli eventi traumatici: non cambiano soltanto il presente.

Cambiano ciò che diventa possibile fare nel futuro.

Ed è proprio qui che si trova forse la somiglianza più inquietante tra l’11 settembre e il 7 ottobre.

Non sappiamo se abbiano qualcosa in comune nelle loro origini.

Non abbiamo elementi sufficienti per affermarlo.

Ma sappiamo che entrambi hanno prodotto un prima e un dopo.

E che, dopo ciascuno di essi, il potere ha potuto chiedere — e ottenere — ciò che il giorno precedente sarebbe stato immensamente più difficile chiedere.

La domanda quindi non è soltanto:

chi ha beneficiato di ciò che è accaduto?

È anche:

che cosa è diventato possibile dopo che è accaduto?

Perché forse è proprio questa la cosa politicamente più preziosa che produce un attentato:

non soltanto la paura.

Il permesso.

Lo sapevano?

Siamo così tornati alla domanda iniziale.

Ma dopo aver attraversato documenti, avvertimenti, testimonianze, coincidenze, decisioni militari e conseguenze politiche possiamo finalmente formularla con maggiore precisione.

Non:

“L’11 settembre e il 7 ottobre furono organizzati dagli stessi che ne beneficiarono?”

Non lo sappiamo.

E soprattutto, il materiale che abbiamo esaminato non autorizza una conclusione simile.

La domanda viene prima.

Che cosa sapevano le autorità americane prima dell’11 settembre?

Che cosa sapevano le autorità israeliane prima del 7 ottobre?

Quali informazioni possedevano?

Quali furono considerate credibili?

Quali vennero sottovalutate?

Quali furono scartate?

E perché?

Poi viene la seconda domanda:

quando gli attacchi cominciarono, quali decisioni furono prese?

Chi ricevette le informazioni?

Quanto rapidamente circolarono?

Quali ordini vennero impartiti?

Quali possibilità di intervento esistevano?

Quali furono utilizzate?

Quali no?

Sono domande molto diverse dall’accusa secondo cui qualcuno avrebbe organizzato o deliberatamente consentito gli attacchi.

Ed è proprio questa differenza che dobbiamo preservare.

Organizzare un attentato non è sapere che potrebbe avvenire.

Sapere che potrebbe avvenire non significa conoscerne data e modalità.

Conoscerne il rischio non significa necessariamente essere capaci di impedirlo.

Essere capaci di impedirlo non significa riuscire a farlo.

Fallire nel tentativo di impedirlo non significa averlo lasciato accadere.

E lasciarlo deliberatamente accadere pur avendo la possibilità di fermarlo sarebbe ancora un’altra cosa.

Sono gradini differenti.

Separarli è essenziale, perché basta saltarne uno per trasformare un interrogativo in un’accusa e un sospetto in una certezza.

Confonderli significa fare propaganda.

Distinguerli significa cominciare un’inchiesta.

Eppure esiste anche un rischio opposto.

Quello di utilizzare la parola “complottismo” come una porta che si chiude.

Una democrazia non diventa più forte perché alcune domande vengono considerate sconvenienti. Diventa più forte quando possiede istituzioni capaci di rispondere alle domande difficili con documenti, responsabilità e trasparenza.

Forse non arriveremo mai a conoscere tutto ciò che accadde prima e durante l’11 settembre.

Sono trascorsi venticinque anni e, nonostante commissioni d’inchiesta, processi, documenti desecretati e migliaia di ricostruzioni, alcune controversie continuano a sopravvivere.

Sul 7 ottobre, invece, la ricostruzione storica è ancora agli inizi.

Testimonianze continuano a emergere, indagini vengono pubblicate, responsabilità militari e politiche vengono discusse e molti documenti decisivi rimangono inevitabilmente negli archivi delle forze armate e dell’intelligence.

Occorreranno anni per comprendere pienamente ciò che accadde.

Forse decenni.

Ma c’è qualcosa che possiamo già sapere.

L’11 settembre e il 7 ottobre non devono essere considerati lo stesso evento.

Non abbiamo dimostrato che abbiano avuto la stessa origine.

Non abbiamo dimostrato che qualcuno li abbia deliberatamente lasciati accadere.

Abbiamo però trovato una somiglianza che merita di essere interrogata.

Prima, esistevano informazioni e segnali che soltanto successivamente avrebbero acquistato tutto il loro significato.

Durante, apparati considerati tra i più potenti e sofisticati del mondo non riuscirono a impedire che l’attacco producesse conseguenze devastanti.

Dopo, entrambi gli eventi modificarono radicalmente ciò che il potere poteva chiedere alle proprie società e ciò che quelle società erano disposte ad accettare.

È qui che ritorna il permesso.

Il permesso di fare ciò che il giorno precedente sarebbe stato molto più difficile fare.

Questo non dimostra chi abbia provocato l’evento.

Ma spiega perché sia necessario studiare non soltanto chi attaccò, ma anche chi sapeva, chi decise e chi beneficiò delle conseguenze.

Perché una democrazia non dovrebbe temere queste domande.

Dovrebbe temere il contrario:

il giorno in cui, davanti a una tragedia capace di cambiare il corso della storia, ai cittadini verrà chiesto soltanto di credere, commuoversi e obbedire.

Il rispetto per le vittime non consiste nel proteggere una versione dei fatti.

Non consiste neppure nel sostituirla frettolosamente con un’altra.

Consiste nel continuare a cercare.

Separare i fatti dalle ipotesi.

Le coincidenze dalle prove.

Gli errori dalle responsabilità.

Le responsabilità dalle intenzioni.

Anche quando ciò che emerge disturba le nostre convinzioni.

Anche quando la risposta è scomoda.

E soprattutto quando, a distanza di anni, rimane ancora la domanda dalla quale siamo partiti:

LO SAPEVANO?

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

La Redazione

Consigli di lettura

«Così, da ieri, sappiamo quello che avevamo sempre saputo»

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Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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