Una macchina può scrivere parole. Ma può diventare autore?

«LO SCRITTORE E L’IA»

Quando una macchina produce linguaggio, il problema non è più chi scrive una frase, ma chi decide perché debba esistere

Redazione Inchiostronero

L’intelligenza artificiale sa ormai produrre racconti, dialoghi, poesie e pagine apparentemente compiute. Può suggerire una parola, riscrivere un periodo, costruire una trama. Ma scrivere significa soltanto mettere insieme frasi? Tra generare un testo ed essere autore rimane uno spazio fatto di intenzione, scelta, rifiuto, esperienza e responsabilità. È proprio in quello spazio che l’arrivo dell’IA costringe lo scrittore a interrogarsi nuovamente sul proprio mestiere.


Quando la macchina comincia a scrivere

Fino a pochi anni fa sembrava esistere una divisione del lavoro piuttosto rassicurante. Le macchine calcolavano, ordinavano dati, eseguivano operazioni. Gli uomini scrivevano.

Scrivere apparteneva a quella zona delle attività umane che consideravamo difficilmente trasferibili a una macchina. Non perché servissero soltanto grammatica e vocabolario, ma perché dietro una pagina immaginavamo sempre qualcuno: una memoria, un’esperienza, un’intenzione. Qualcuno che avesse qualcosa da dire.

Poi è arrivata l’intelligenza artificiale generativa.

Oggi possiamo sederci davanti a uno schermo e impartire un comando molto semplice: «Scrivimi una storia». Pochi secondi dopo la storia compare. Possiamo chiedere una lettera, una poesia, un dialogo, l’inizio di un romanzo. Possiamo pretendere che sia ironico, malinconico, asciutto. Se una frase non ci piace, chiediamo di riscriverla. E la macchina riscrive.

La sorpresa iniziale si è trasformata rapidamente in abitudine.

Ed è forse proprio questa normalità a essere filosoficamente più interessante dello stupore. Perché la macchina non produce soltanto parole grammaticalmente corrette. Può costruire periodi convincenti, mantenere un tono, organizzare una narrazione, proporre metafore. Può persino generare una frase davanti alla quale siamo costretti ad ammettere: questa è bella.

A quel punto nasce inevitabilmente il sospetto.

Se una macchina riesce a compiere operazioni che abbiamo sempre associato alla scrittura, che cosa rimane allo scrittore?

Forse, però, la domanda contiene già un errore. Stiamo dando per scontato che produrre un testo e essere autore di quel testo siano la stessa cosa.

Non lo sono necessariamente.

Una macchina può mettere una parola dopo l’altra e costruire una pagina. Ma lo scrittore non è soltanto colui che produce parole.

Ed è proprio adesso, quando anche una macchina ha cominciato a scrivere, che siamo costretti a domandarci che cosa significhi davvero essere uno scrittore.

Scrivere non significa ancora essere autore

Una macchina può proporre una frase. Può offrirne dieci versioni, cambiare un aggettivo, modificare il ritmo di un periodo, suggerire un finale. Può persino trovare una soluzione alla quale lo scrittore non aveva pensato.

Ma a quel punto accade qualcosa che appartiene ancora a chi sta davanti allo schermo: bisogna scegliere.

Questa parola è forse più importante di quanto sembri. Siamo abituati a pensare alla scrittura come a un’attività nella quale l’autore inventa continuamente. In realtà una parte enorme del lavoro consiste nel fare esattamente il contrario: eliminare. Una frase può essere bellissima e tuttavia non appartenere al racconto. Una metafora può sorprenderci e nello stesso tempo essere sbagliata. Un dialogo può funzionare perfettamente e tradire il personaggio che dovrebbe pronunciarlo.

Lo scrittore deve accorgersene.

L’intelligenza artificiale moltiplica le possibilità, ma proprio per questo rende ancora più importante la capacità di rifiutarle. Davanti a dieci soluzioni plausibili, il problema non è più riuscire a produrne un’undicesima. È capire quale abbia diritto di rimanere sulla pagina.

Ed è qui che passa una linea fondamentale tra generazione e autorialità.

L’intelligenza artificiale può produrre una frase. Solo l’autore può decidere perché quella frase deve esistere.

Naturalmente anche questa decisione può essere sbagliata. Uno scrittore può scegliere male, innamorarsi di una frase inutile, cancellare quella migliore. Ma persino l’errore appartiene al suo lavoro, perché nasce da un progetto, da un gusto, da una visione del testo che sta costruendo.

Forse allora l’IA non sottrae allo scrittore la sua funzione. Gli impedisce piuttosto di confonderla con la semplice produzione delle parole.

Perché essere autore significa anche pronunciare una delle parole più importanti della scrittura.

No.

Borges e il paradosso delle stesse parole

Nel 1939 Jorge Luis Borges pubblicò uno dei racconti più strani e intelligenti mai scritti sull’autore: Pierre Menard, autore del Chisciotte.

Il protagonista non vuole copiare Cervantes. Il suo progetto è infinitamente più assurdo: vuole arrivare a scrivere alcuni capitoli del Don Chisciotte producendo esattamente le stesse parole di Cervantes, ma rimanendo Pierre Menard, uomo del Novecento.

Il risultato è il paradosso. Borges lo concentra in una frase:

«Il testo di Cervantes e quello di Menard sono verbalmente identici, ma il secondo è quasi infinitamente più ricco.»[1]

Due testi composti dalle stesse parole diventano così opere differenti. Una frase scritta da Cervantes nel Seicento nasce dentro un determinato mondo storico e culturale; la stessa frase scritta tre secoli dopo da Menard porta inevitabilmente con sé un’altra storia, un’altra intenzione, un altro rapporto con il lettore. È precisamente il gioco costruito da Borges: l’identità letterale delle parole non produce necessariamente identità di significato.

Borges aveva intuito qualcosa che oggi, davanti all’intelligenza artificiale, acquista una forza inattesa:

un testo non è soltanto ciò che contiene, ma anche l’atto che lo ha fatto esistere.

Molti anni dopo, Roland Barthes, nel celebre saggio La morte dell’autore, avrebbe spostato il problema dall’altra parte. Il significato dell’opera non può essere definitivamente imprigionato nelle intenzioni di chi l’ha scritta. Il testo, una volta consegnato al mondo, incontra qualcuno che lo interpreta, lo collega ad altri testi e gli attribuisce significati che il suo autore non può controllare.

Barthes concludeva provocatoriamente:

«La nascita del lettore deve pagarsi con la morte dell’Autore.»[2]

La formulazione originale inglese della traduzione canonica di Stephen Heath è “the birth of the reader must be at the cost of the death of the Author”.

L’intelligenza artificiale rende oggi quella vecchia provocazione quasi letterale. Possiamo avere una pagina senza che dietro ogni frase esista necessariamente un individuo che abbia vissuto ciò che racconta o maturato negli anni una propria visione del mondo.

Eppure qualcuno, prima o poi, deve prendere quella pagina e decidere:

questo lo pubblico, questo lo firmo, questo mi rappresenta.

Borges e Barthes ci conducono così, da strade diverse, alla stessa soglia.

Se non basta sapere chi ha materialmente prodotto le parole, resta una domanda ancora più difficile:

chi è disposto a riconoscerle come proprie e a risponderne?

Nota 1 — Jorge Luis Borges, Pierre Menard, autore del Chisciotte, in Finzioni. La citazione italiana è resa dall’originale spagnolo: «El texto de Cervantes y el de Menard son verbalmente idénticos, pero el segundo es casi infinitamente más rico».

Nota 2 — Roland Barthes, La morte dell’autore (1967), poi raccolto in Image-Music-Text, a cura e traduzione inglese di Stephen Heath, Fontana, 1977, pp. 142–148. La citazione italiana è resa dall’originale francese; la formulazione inglese di Heath compare a p. 148.

Chi risponde delle parole?

A questo punto il problema non è più soltanto stabilire chi abbia scritto una frase. È capire chi ne risponde.

Un’intelligenza artificiale può generare un’affermazione falsa, una pagina mediocre, una metafora splendida o un passaggio discutibile. Ma non prova imbarazzo se sbaglia, non deve giustificare una scelta narrativa, non perde credibilità davanti ai propri lettori. Soprattutto, non prende autonomamente la decisione fondamentale: pubblicare.

Quella decisione appartiene ancora a qualcuno.

È qui che la collaborazione tra scrittore e intelligenza artificiale diventa più interessante delle contrapposizioni semplicistiche. Possiamo domandarci se sia lecito utilizzare una macchina per cercare informazioni, discutere una struttura, suggerire una frase, controllare una contraddizione o proporre una riscrittura. Ma non esiste un confine magico oltre il quale lo strumento diventa improvvisamente autore.

Gli scrittori hanno sempre lavorato con strumenti e con altre persone. Dizionari, enciclopedie, editor, correttori di bozze, amici ai quali leggere una pagina. Nessuno di questi strumenti o interlocutori elimina automaticamente l’autorialità. L’intelligenza artificiale introduce certamente qualcosa di nuovo: non si limita ad assistere la scrittura, può produrre direttamente il linguaggio che entrerà nel testo.

Proprio per questo aumenta, anziché diminuire, la responsabilità di chi firma.

Se accetto una frase proposta dall’IA, quella frase diventa mia non perché io abbia necessariamente digitato ogni parola, ma perché ho deciso di conservarla. Se contiene un errore, non posso difendermi dicendo che l’ha scritto la macchina. Se esprime un’idea che non condivido, non posso nascondermi dietro l’algoritmo. Se pubblico un testo senza sapere davvero che cosa contiene, il problema non è l’intelligenza artificiale: è la rinuncia al mio ruolo di autore.

La firma, allora, acquista un significato persino più forte.

Non certifica necessariamente:

«Ho scritto personalmente ogni parola.»

Certifica qualcosa di più impegnativo:

«Ho scelto queste parole. Le pubblico. E ne rispondo.»

Lo scrittore dopo l’intelligenza artificiale

Forse abbiamo posto male la domanda fin dall’inizio.

Ci siamo chiesti se l’intelligenza artificiale avrebbe sostituito lo scrittore perché abbiamo identificato il mestiere dello scrittore con una capacità che credevamo esclusivamente umana: produrre parole.

Ora sappiamo che non è più così.

Una macchina può costruire una frase, sviluppare una trama, suggerire un dialogo, modificare uno stile. Può farlo rapidamente e, qualche volta, può proporre qualcosa che lo stesso autore decide di conservare.

Ma proprio questa possibilità ci costringe a guardare altrove.

Uno scrittore porta sulla pagina qualcosa che non coincide con la semplice successione delle parole: un’intenzione, un’esperienza, un giudizio, una scelta. Decide che cosa vuole raccontare e, soprattutto, perché vuole raccontarlo. Stabilisce dove fermarsi. Riconosce una frase che non gli appartiene. Ne salva un’altra. Cambia idea. Cancella. Ricomincia.

E alla fine firma.

Forse l’intelligenza artificiale non diminuisce l’importanza di questi gesti. Al contrario, li rende finalmente visibili.

Quando produrre una pagina era necessariamente compito dell’uomo, potevamo confondere facilmente la scrittura con l’autorialità. Ora che anche una macchina può generare un testo, scopriamo che essere autore significa qualcosa di più difficile: dare a quel testo una direzione e assumersi la responsabilità delle scelte che lo hanno portato alla forma definitiva.

Naturalmente questo non garantisce che nascerà buona letteratura. L’intenzione non basta, la responsabilità non crea talento e nessuno strumento può trasformare automaticamente una pagina mediocre in un’opera necessaria.

Ma forse il punto non è stabilire se l’intelligenza artificiale sappia scrivere al posto nostro.

Il punto è capire se noi sappiamo ancora perché vogliamo scrivere.

C’è infine un paradosso che rende questa domanda ancora più interessante. Una volta terminato il testo, spesso non è possibile stabilire con certezza, dalle sole parole, quali siano state scritte dall’autore e quali eventualmente suggerite da un’intelligenza artificiale. Esistono strumenti che cercano di riconoscerne le tracce, ma producono stime, non certificati d’origine. La pagina, alla fine, non racconta necessariamente come è nata.

E forse proprio per questo la responsabilità dell’autore diventa ancora più importante. Se il lettore non può ricostruire la genealogia di ogni frase, resta qualcuno che quella pagina ha scelto di pubblicarla e di firmarla.

Perché una macchina può generare migliaia di frasi in pochi secondi.

Può proporcele, modificarle, perfezionarle.

Ma alla fine rimane una decisione che non possiamo delegarle:

stabilire quale frase meriti davvero di entrare nel mondo con il nostro nome sotto.

La Redazione

Nota per le immagini

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

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