Invecchiando dimentichiamo qualcosa, ma il cervello non smette di sorprenderci

«OH, NON MI RICORDO PIÙ NIENTE»
Con l’età il cervello cambia e alcuni ricordi sfuggono, ma dimenticare non significa necessariamente perdere la nostra capacità di pensare
Redazione Inchiostronero
Un nome che non arriva, gli occhiali cercati mentre sono davanti a noi, una stanza nella quale entriamo dimenticando che cosa volevamo prendere. Poi la frase, pronunciata con un sorriso che nasconde spesso una piccola inquietudine: «Oh, non mi ricordo più niente». Con l’età il cervello cambia davvero: alcune strutture si modificano, il recupero delle informazioni può rallentare e certe dimenticanze diventano più frequenti. Ma invecchiare non significa semplicemente perdere pezzi della propria mente. Studi recenti mostrano quanto contino anche le connessioni fra le diverse aree cerebrali e come alcune capacità possano conservarsi sorprendentemente bene. Che cosa perdiamo davvero quando invecchiamo? E soprattutto: dimenticare qualcosa significa necessariamente sapere di meno?
«Oh, non mi ricordo più niente»
Ci sono piccoli momenti nei quali l’età sembra presentarsi senza essere stata invitata. Non accade necessariamente davanti allo specchio o salendo una scala. A volte basta una parola che conosciamo benissimo e che, proprio quando ci serve, decide di non farsi trovare.
È una cosa da nulla. Eppure, per qualche secondo, ci lascia lì ad aspettare.
«Come si chiamava quell’attore? Quello che ha fatto quel film… aspetta, ce l’ho sulla punta della lingua.»
Niente.
Il volto è perfettamente presente. Ricordiamo il film, la scena, magari perfino chi era seduto accanto a noi quando lo vedemmo. Ma il nome non arriva. Poi, magari mezz’ora dopo, mentre stiamo pensando a tutt’altro, eccolo comparire con l’aria innocente di chi non si è mai mosso da lì.
Oppure entriamo in cucina e ci fermiamo. Perché sono venuto qui? Torniamo indietro, riprendiamo ciò che stavamo facendo e improvvisamente ricordiamo: il bicchiere d’acqua.
È allora che arriva la frase:
«Oh, non mi ricordo più niente.»
La diciamo sorridendo, ma non sempre è soltanto una battuta. Superata una certa età, dietro quella frase può affacciarsi una domanda meno divertente: è normale oppure sta cominciando qualcosa?
La prima risposta della scienza è rassicurante, purché non la trasformiamo in una rassicurazione indiscriminata. Il National Institute on Aging considera compatibili con il normale invecchiamento episodi come dimenticare occasionalmente quale parola usare, perdere qualche volta un oggetto o confondere una data per poi ricordarla successivamente. Con l’età può inoltre diventare più lento recuperare nomi e parole, mentre può diminuire leggermente la capacità di mantenere l’attenzione o svolgere più attività contemporaneamente.
Persino quel fastidioso fenomeno della parola «sulla punta della lingua» è stato studiato sperimentalmente: una ricerca pubblicata sul Journal of Experimental Psychology rilevò che gli adulti anziani sperimentavano questi momentanei fallimenti di recupero più frequentemente dei giovani.
Ma c’è una distinzione fondamentale.
Dimenticare non significa necessariamente perdere il ricordo. Può significare impiegare più tempo per raggiungerlo.
Il cervello che invecchia, infatti, non è semplicemente un archivio dal quale qualcuno sta progressivamente sottraendo i fascicoli. Continua a imparare, a produrre nuovi ricordi e, in alcuni ambiti, conserva capacità notevoli: il vocabolario e la conoscenza del significato delle parole possono persino risultare più ricchi negli anziani rispetto ai giovani.
La domanda, allora, cambia.
Non più soltanto: perché dimentico?
Ma: che cosa sta realmente accadendo dentro il mio cervello mentre invecchio?
Ed è qui che dobbiamo entrare nella materia grigia.
Il cervello che invecchia davvero
Se potessimo confrontare il nostro cervello di oggi con quello di trent’anni fa, qualche differenza la vedremmo. Non perché a una certa età il cervello cominci improvvisamente a deteriorarsi, ma perché invecchia insieme al resto del corpo.
Una delle trasformazioni più evidenti riguarda la materia grigia, quella parte del cervello ricca di corpi cellulari dei neuroni e coinvolta nell’elaborazione delle informazioni. Con l’età alcune regioni tendono a ridursi di volume, soprattutto aree della corteccia prefrontale e strutture come l’ippocampo, importante per apprendimento e memoria. Ma il fenomeno non procede allo stesso modo in tutto il cervello né alla stessa velocità in tutte le persone.
E qui bisogna evitare un’immagine tanto intuitiva quanto sbagliata: un cervello più piccolo non è semplicemente un cervello con milioni di neuroni in meno. Il National Institute on Aging precisa che nel normale invecchiamento il cervello può ridursi in una certa misura senza che ciò comporti una perdita massiccia di neuroni; nelle patologie neurodegenerative come l’Alzheimer, invece, la perdita di neuroni e delle loro connessioni è molto più rilevante.
Poi c’è la materia bianca. Se immaginiamo la materia grigia come un insieme di città nelle quali vengono elaborate le informazioni, la materia bianca può essere paragonata alla rete di strade che permette alle città di comunicare. È costituita soprattutto da fasci di assoni, molti dei quali rivestiti di mielina, una sorta di guaina isolante che facilita la trasmissione dei segnali nervosi.
Anche queste strade invecchiano. La materia bianca può perdere volume e integrità, la mielina può deteriorarsi e la comunicazione tra regioni cerebrali diventare meno efficiente. Una revisione pubblicata su Neuron descrive proprio l’invecchiamento della materia bianca come un processo strettamente collegato ai cambiamenti delle funzioni cognitive.
Ed ecco qualcosa che riconosciamo nella vita quotidiana.
Una parola riaffiora, ma più lentamente. Un’informazione viene compresa, ma abbiamo bisogno di qualche secondo in più. Un compito complesso richiede maggiore concentrazione. Il National Institute on Aging osserva infatti che gli anziani possono ottenere risultati inferiori ai giovani in alcuni test complessi di memoria o apprendimento e tuttavia, quando viene concesso loro più tempo, spesso riescono a imparare altrettanto bene.
Forse, allora, il cervello che invecchia non assomiglia tanto a una biblioteca dalla quale scompaiono progressivamente i libri.
Assomiglia piuttosto a una grande città nella quale alcune strade sono diventate più lente da percorrere.
E proprio quelle strade stanno riservando ai neuroscienziati una sorpresa.
La materia bianca: le strade sotto la corteccia
Ed eccoci alla notizia dalla quale siamo partiti.
Nel luglio 2026 un gruppo internazionale di ricercatori ha pubblicato su Alzheimer’s & Dementia uno studio condotto su 459 persone anziane in India, utilizzando particolari tecniche di risonanza magnetica per osservare non soltanto la materia grigia, ma anche la cosiddetta materia bianca superficiale.[1]
È una zona poco conosciuta dal grande pubblico ma affascinante. Immediatamente sotto la corteccia corrono fibre a forma di U che collegano tra loro regioni corticali vicine. Gli autori spiegano che queste fibre costituiscono una parte importante delle connessioni fra aree della corteccia. Riprendendo l’immagine della città, potremmo chiamarle le strade che collegano quartieri confinanti del cervello.
I ricercatori hanno confrontato le caratteristiche di queste fibre con memoria, linguaggio, funzioni esecutive e capacità visuospaziali. Il risultato richiede una precisazione importante: la materia grigia rimaneva il più forte indicatore delle prestazioni cognitive. Lo studio, quindi, non dice affatto che la materia bianca sia più importante della materia grigia. Dice qualcosa di più sottile.
Alcuni indicatori di una migliore integrità microstrutturale della materia bianca superficiale risultavano associati soprattutto a migliori capacità linguistiche e a un minore deterioramento cognitivo; inoltre sembravano attenuare l’associazione tra atrofia della materia grigia e peggiori risultati cognitivi. Gli autori riassumono l’ipotesi sostenendo che la salute di queste strutture possa contribuire a una maggiore resistenza al declino cognitivo e alla neurodegenerazione.
Tradotto dal linguaggio delle neuroscienze, significa qualcosa di molto interessante:
non conta soltanto quanto tessuto cerebrale possediamo, ma quanto bene continuano a comunicare le sue parti.
Attenzione, però. Lo studio è trasversale: fotografa una popolazione in un determinato momento. Non dimostra che conservare meglio quelle fibre impedisca il declino, né consente di prevedere che cosa accadrà al singolo individuo. Gli stessi risultati più solidi riguardavano il linguaggio e il deterioramento cognitivo, non indistintamente ogni forma di memoria.
Ma cambia comunque la metafora con cui guardiamo al cervello che invecchia.
Forse non siamo davanti soltanto a una biblioteca che perde qualche volume. Siamo davanti a una biblioteca immensa nella quale alcuni corridoi diventano più difficili da percorrere, mentre altri continuano a portarci ai libri che cercavamo.
Magari con qualche secondo di ritardo.
Ed è proprio qui che nasce uno degli equivoci più comuni dell’età: essere diventati più lenti significa davvero essere diventati meno intelligenti?
Nota 1 — Yingxu Liu et al., Superficial white matter and gray matter jointly support cognition among older adults in India, Alzheimer’s & Dementia, vol. 22, n. 7, 2026, e71697, DOI: 10.1002/alz.71697.
Perdere velocità non significa perdere intelligenza
Succede durante una conversazione. Vogliamo pronunciare il nome di una persona che conosciamo benissimo e il nome non arriva. Vediamo il volto, ricordiamo dove l’abbiamo incontrata, sappiamo perfino raccontare che cosa ci disse. Manca soltanto quella parola.
Tre secondi. Dieci. Trenta.
Poi, magari quando la conversazione è già finita:
«Ecco! Si chiamava Rossi.»
Il ricordo non era scomparso. Ci abbiamo messo più tempo a raggiungerlo.
È una distinzione importante perché tendiamo a identificare la rapidità mentale con l’intelligenza. Chi risponde immediatamente ci sembra brillante; chi esita può avere l’impressione di essere diventato meno capace. Eppure l’invecchiamento cognitivo è molto meno lineare.
Il National Institute on Aging osserva che con l’età può diventare più lento trovare una parola o ricordare un nome, può diminuire leggermente l’attenzione e può diventare più difficile svolgere contemporaneamente più attività. Ma sottolinea anche l’altro lato della storia: gli anziani possono continuare a imparare nuove abilità e formare nuovi ricordi. Il patrimonio lessicale e la conoscenza delle parole possono invece conservarsi molto bene anche quando recuperarle rapidamente diventa più difficile.
Gli psicologi distinguono spesso tra intelligenza fluida e intelligenza cristallizzata. La prima riguarda soprattutto la capacità di affrontare rapidamente problemi nuovi, ragionare senza appoggiarsi a conoscenze già acquisite, manipolare informazioni. È maggiormente sensibile all’invecchiamento. La seconda è ciò che abbiamo accumulato negli anni: linguaggio, conoscenze, competenze, esperienza. Questa può mantenersi a lungo e, in alcuni ambiti e periodi della vita, risultare superiore negli adulti più anziani.
Naturalmente non significa che l’esperienza compensi automaticamente qualsiasi declino. Le differenze individuali sono enormi e anche alcune capacità cristallizzate possono diminuire nelle età più avanzate. Uno studio longitudinale dello psicologo Timothy Salthouse, per esempio, ha esaminato 1.616 adulti tra i 18 e gli oltre 80 anni, mostrando quanto l’interpretazione dei cambiamenti cognitivi nel tempo sia complicata anche dagli effetti della pratica nei test ripetuti.[2]
Ma proprio questa complessità ci impedisce di descrivere il cervello anziano come una versione semplicemente peggiorata di quello giovane.
A vent’anni possiamo forse raggiungere più rapidamente uno scaffale. A settanta o ottanta, su quello scaffale potrebbero esserci molti più libri.
E allora il problema della memoria diventa ancora più interessante.
Perché possedere quei libri non significa necessariamente ricordarne ogni pagina.
E dimenticare, forse, non è soltanto un difetto della memoria.
Nota 2 — Timothy A. Salthouse, Influence of Age on Practice Effects in Longitudinal Neurocognitive Change, Neuropsychology, vol. 24, n. 5, 2010, pp. 563–572, DOI: 10.1037/a0019026.
La memoria non è un magazzino
Quando diciamo «non me lo ricordo», immaginiamo quasi sempre la memoria come un grande archivio. Da qualche parte, dentro il cervello, dovrebbe esserci il documento che cerchiamo: il nome di una persona, il volto di un compagno di scuola, una cena di trent’anni fa. Se non riusciamo a recuperarlo, pensiamo che il documento sia andato perduto.
Ma la memoria non funziona come un magazzino.
Già all’inizio del Novecento lo psicologo britannico Frederic Bartlett mise in crisi l’idea del ricordo come riproduzione fedele del passato. Nei suoi celebri esperimenti, raccolti nel 1932 in Remembering, mostrò che quando ricordiamo una storia non la riproduciamo come una registrazione: la ricostruiamo. Alcuni particolari scompaiono, altri vengono modificati, altri ancora adattati alle nostre conoscenze e aspettative. Bartlett arrivò a scrivere che il ricordo
«non è affatto una riesumazione di innumerevoli tracce fisse, senza vita e frammentarie».[3]
Ogni ricordo è dunque, almeno in parte, un atto presente rivolto verso il passato.
È una scoperta che rende meno sorprendente un’esperienza comune. Due fratelli possono ricordare diversamente la stessa vacanza dell’infanzia. Nessuno dei due necessariamente mente. Entrambi hanno conservato frammenti, emozioni, immagini e significati differenti e, quando ricordano, ricompongono quei materiali.
Ma c’è qualcosa di ancora più interessante: dimenticare può essere utile.
Nel 2017 i neuroscienziati Blake Richards e Paul Frankland proposero su Neuron di considerare la dimenticanza non soltanto come un fallimento della memoria, ma anche come un possibile meccanismo adattativo.[4] Un sistema che conservasse indiscriminatamente ogni dettaglio rischierebbe infatti di restare vincolato a informazioni ormai inutili o troppo specifiche; dimenticarne alcune può favorire la flessibilità e permetterci di generalizzare ciò che abbiamo imparato a situazioni nuove.
Pensiamoci. Ricordiamo davvero ogni pranzo consumato durante l’ultimo anno? Ogni strada percorsa? Ogni frase ascoltata? Probabilmente no. E sarebbe difficile immaginare quale vantaggio avremmo nel farlo.
Il cervello seleziona.
Conserva alcune cose, ne indebolisce altre, collega esperienze lontane, modifica i ricordi ogni volta che li richiamiamo. La memoria perfetta che spesso rimpiangiamo potrebbe quindi essere un ideale molto meno desiderabile di quanto sembri.
Questo non significa, naturalmente, che ogni dimenticanza sia innocua.
Perché esiste un punto nel quale non trovare più una parola non è la stessa cosa che non riuscire più a usare le parole per vivere normalmente.
Ed è precisamente quel confine che dobbiamo imparare a riconoscere.
Nota 3 — Frederic C. Bartlett, Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology, Cambridge University Press, Cambridge, 1932. La citazione riportata nel testo è tradotta dall’originale inglese.
Nota 4 — Blake A. Richards, Paul W. Frankland, The Persistence and Transience of Memory, Neuron, vol. 94, n. 6, 2017, pp. 1071–1084, DOI: 10.1016/j.neuron.2017.04.037.
Quando dimenticare non è più normale
Dimenticare dove abbiamo appoggiato le chiavi e ritrovarle dieci minuti dopo può essere irritante. Dimenticare a che cosa servono le chiavi è un’altra cosa.
La distinzione è volutamente netta, ma ci porta al punto essenziale: non è la singola dimenticanza a separare necessariamente il normale invecchiamento da una possibile condizione patologica. Conta soprattutto quanto il cambiamento interferisce con la vita quotidiana.
Il National Institute on Aging propone esempi molto concreti. Dimenticare occasionalmente quale parola usare, perdere un oggetto o scordare un appuntamento per poi ricordarlo può accadere con l’età. Diverso è ripetere continuamente le stesse domande, perdersi in luoghi familiari, avere difficoltà a seguire indicazioni, confondersi frequentemente riguardo al tempo, alle persone o ai luoghi.
È importante soprattutto eliminare un’equazione tanto diffusa quanto sbagliata:
vecchiaia ≠ demenza.
La demenza non è una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. È una condizione clinica che può essere causata da diverse malattie e nella quale il deterioramento delle capacità cognitive arriva a interferire con le attività della vita quotidiana. L’Alzheimer ne è la causa più comune, ma non è l’unica.
Esiste inoltre una condizione intermedia, definita mild cognitive impairment, o deterioramento cognitivo lieve.[5] Una persona presenta difficoltà cognitive superiori a quelle attese per la sua età, ma riesce ancora a svolgere autonomamente gran parte delle attività quotidiane. Non tutte le persone con questa condizione svilupperanno una demenza: alcune rimangono stabili e altre possono persino migliorare.
Per questo sarebbe sbagliato sia allarmarsi per ogni nome dimenticato sia liquidare cambiamenti persistenti con un «è l’età». Quando le difficoltà aumentano, vengono notate anche dagli altri o cominciano a interferire con denaro, farmaci, orientamento, conversazioni e attività abituali, parlarne con un medico è la scelta appropriata.
Il confine, dunque, non passa semplicemente tra ricordare e dimenticare.
Passa tra una memoria che ogni tanto ci fa aspettare sulla porta e una difficoltà che comincia a impedirci di attraversarla.
Ma, arrivati fin qui, resta forse la domanda più importante: se invecchiando qualcosa inevitabilmente cambia, che cosa rimane?
Nota 5 — Il mild cognitive impairment (MCI), in italiano deterioramento cognitivo lieve, indica una condizione nella quale le difficoltà cognitive sono superiori a quelle normalmente attese per l’età, ma non compromettono in modo sostanziale l’autonomia nelle attività quotidiane. Non equivale a una diagnosi di demenza e non evolve necessariamente in Alzheimer.
Quello che resta
Alla fine torniamo a quella frase pronunciata quasi per scherzo:
«Oh, non mi ricordo più niente.»
Adesso, però, sappiamo che racconta soltanto una parte della storia.
Con l’età alcune trasformazioni sono reali. Il cervello cambia struttura, certe connessioni possono diventare meno efficienti, la velocità con cui recuperiamo un’informazione può diminuire. Il nome che un tempo arrivava immediatamente oggi può richiedere qualche secondo. Qualche volta non arriva affatto.
Ma forse abbiamo commesso un errore più profondo: abbiamo identificato la memoria con la quantità di cose che siamo capaci di conservare.
Come se una vita potesse essere misurata contando nomi, date, indirizzi, numeri di telefono e particolari rimasti negli scaffali della mente.
Eppure non ricordiamo tutto nemmeno degli avvenimenti che ci hanno cambiato.
Possiamo aver dimenticato il giorno preciso nel quale abbiamo conosciuto una persona importante e ricordare perfettamente ciò che quella persona ha significato per noi. Possiamo non rammentare le parole di una conversazione avvenuta quarant’anni fa e sapere che, dopo quella conversazione, abbiamo cominciato a guardare il mondo diversamente.
Il particolare è scomparso.
Quello che ci ha lasciato, no.

È qui che la memoria smette di essere soltanto una facoltà cognitiva e diventa qualcosa di più vicino alla nostra identità. Non siamo la somma esatta di tutto ciò che ricordiamo. Siamo anche ciò che le esperienze hanno costruito in noi dopo che molti dei loro dettagli sono stati dimenticati.
Il filosofo Paul Ricoeur, aprendo La memoria, la storia, l’oblio, individuava nella memoria una pretesa fondamentale: essere fedele a ciò che è stato.[6] Ma dedicava significativamente una parte della stessa opera all’oblio. Perché memoria e dimenticanza non sono semplicemente due nemici: appartengono entrambe al nostro rapporto con il passato.
Forse per questo l’invecchiamento ci mette davanti a un paradosso.
Possiamo ricordare meno particolari e possedere, nello stesso tempo, più passato.
Più persone incontrate. Più errori commessi. Più libri letti. Più perdite attraversate. Più volte nelle quali abbiamo dovuto cambiare idea. Non tutto rimane disponibile alla memoria, ma tutto questo ha contribuito a costruire il modo in cui oggi comprendiamo ciò che accade.
Perciò, quando ancora una volta un nome si nasconderà e ci verrà spontaneo sospirare «Oh, non mi ricordo più niente», forse potremo concederci qualche secondo prima di crederci.
Perché la domanda decisiva potrebbe non essere:
Quanto riesco ancora a ricordare?
Ma un’altra:
Forse abbiamo passato tutta la vita a misurare la nostra mente dalla quantità di cose che riusciamo a ricordare, quando con l’età diventa più importante capire non quanto ricordiamo, ma che cosa abbiamo imparato vivendo.
Nota 6 — Paul Ricoeur, La memoria, la storia, l’oblio, trad. it. di Daniella Iannotta, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003.

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.
Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
Bibliografia essenziale
- Bartlett, Frederic C., Remembering: A Study in Experimental and Social Psychology, Cambridge University Press, Cambridge, 1932.
- Liu, Yingxu et al., Superficial white matter and gray matter jointly support cognition among older adults in India, Alzheimer’s & Dementia, vol. 22, n. 7, 2026, e71697, DOI: 10.1002/alz.71697.
- Richards, Blake A.; Frankland, Paul W., The Persistence and Transience of Memory, Neuron, vol. 94, n. 6, 2017, pp. 1071–1084, DOI: 10.1016/j.neuron.2017.04.037.
- Ricoeur, Paul, La memoria, la storia, l’oblio, trad. it. di Daniella Iannotta, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2003.
- National Institute on Aging, materiali divulgativi su invecchiamento cerebrale, memoria, dimenticanza legata all’età e mild cognitive impairment.
- World Health Organization, Dementia, scheda informativa sulla demenza, sulle sue cause e sul rapporto con l’invecchiamento.