Quando la ripetizione prende il posto della verifica

«PER SENTITO DIRE»

Come informazioni ripetute, fonti apparenti e idee normalizzate finiscono per costruire la nostra realtà quotidiana

Redazione Inchiostronero


Nota redazionale

Viviamo immersi in informazioni che raramente possiamo verificare personalmente. Le riceviamo, le condividiamo e spesso le trasformiamo in convinzioni senza conoscere davvero la fonte dalla quale provengono. Ma mille persone che ripetono la stessa notizia non rappresentano necessariamente mille fonti: potrebbero essere l’eco di una sola. Dalla propaganda novecentesca all’effetto di verità illusoria, dalla finestra di Overton agli algoritmi contemporanei, questo articolo indaga il confine sempre più incerto tra ciò che sappiamo, ciò che crediamo e ciò che, semplicemente, abbiamo sentito dire.

«A wise man proportions his belief to the evidence.»
«L’uomo saggio proporziona la propria convinzione alle prove.»
 David Hume, An Enquiry Concerning Human Understanding, 1748

«L’ho letto, quindi lo so» — La conoscenza per interposta persona

«L’ho letto.» È una delle frasi più comuni del nostro tempo e, probabilmente, una delle meno innocenti. La pronunciamo durante una conversazione, davanti a una notizia sorprendente, discutendo di una guerra, di economia, di medicina o di politica. «L’ho letto» significa quasi sempre: qualcuno lo ha scritto, dunque io ne sono venuto a conoscenza. Eppure, senza accorgercene, compiamo un passaggio ulteriore. Dal «l’ho letto» arriviamo rapidamente al «lo so».

La maggior parte delle cose che sappiamo del mondo, in realtà, non l’abbiamo vista accadere. Non eravamo presenti quando Cesare attraversò il Rubicone, non abbiamo osservato personalmente la superficie di Marte, non assistiamo alle riunioni dei governi, non entriamo nei laboratori nei quali vengono condotti gli esperimenti di cui leggiamo i risultati. Persino molti avvenimenti contemporanei ci raggiungono attraverso una catena di testimonianze, immagini, documenti e interpretazioni. La conoscenza per interposta persona non è dunque una degenerazione della modernità: è una condizione inevitabile della civiltà.

David Hume in un ritratto di Allan Ramsay del 1766

David Hume aveva compreso quanto fosse delicato questo rapporto quando, nell’Enquiry Concerning Human Understanding, affrontando il problema della testimonianza, ricordava in sostanza che la credibilità di ciò che ci viene riferito non può essere separata dall’esperienza che possediamo dell’affidabilità delle testimonianze e dalla natura dei fatti raccontati. Non possiamo verificare tutto personalmente; possiamo però domandarci per quali ragioni riteniamo credibile chi ci sta raccontando qualcosa.

È proprio questa domanda che sembra essersi progressivamente indebolita.

Catena dell’informazione nella nebbia

Tra l’evento e noi esiste quasi sempre qualcuno che racconta. E tra quel qualcuno e noi possono essercene molti altri. Un testimone parla a un giornalista; il giornalista scrive; un’agenzia riprende; una testata sintetizza; un’altra cita; una televisione commenta; un social network rilancia. Alla fine della catena arriviamo noi. Abbiamo ricevuto un’informazione che ha attraversato numerosi passaggi, ma la custodiamo nella memoria come se appartenesse alla categoria delle cose che sappiamo.

È qui che una distinzione antica torna improvvisamente necessaria. Nel pensiero platonico la dóxa, l’opinione, non possiede lo stesso statuto dell’epistéme, la conoscenza fondata. Duemilaquattrocento anni dopo possediamo una quantità di informazioni che Platone non avrebbe potuto immaginare, ma non necessariamente una maggiore capacità di distinguere ciò che sappiamo da ciò che semplicemente riteniamo vero. L’abbondanza delle notizie può persino produrre l’illusione dell’abbondanza della conoscenza.

Forse dovremmo allora recuperare una domanda elementare, quasi infantile, proprio perché le domande infantili hanno il difetto di mettere in difficoltà gli adulti: «Come lo so?»

Non «dove l’ho letto?». Non «chi lo ha detto?». Non «quante volte l’ho sentito?». Ma: «Come lo so?»

Perché fra sapere una cosa e averla sentita dire esiste uno spazio enorme. Ed è precisamente dentro quello spazio che comincia il nostro problema.

Mille voci, una sola fonte — Quando l’eco diventa conferma

 Quello spazio fra ciò che sappiamo e ciò che abbiamo sentito dire diventa ancora più insidioso quando l’informazione non ci raggiunge una volta soltanto, ma ritorna. La incontriamo sul giornale del mattino, la ascoltiamo alla radio, compare nel notiziario televisivo, riappare sullo schermo del telefono, viene commentata da qualcuno che seguiamo. A quel punto accade qualcosa di quasi impercettibile: non abbiamo più la sensazione di trovarci davanti alla stessa notizia. Abbiamo l’impressione di aver ricevuto numerose conferme.

Eppure vale una regola tanto semplice quanto facile da dimenticare: «Mille persone che ripetono la stessa informazione non costituiscono necessariamente mille fonti. Potrebbero essere una sola fonte ripetuta mille volte».

Dalla fonte alla viralità mediatica

Immaginiamo che un’agenzia diffonda una notizia proveniente da una fonte non direttamente verificabile. Dieci quotidiani la riprendono, venti siti citano quei quotidiani, le televisioni ne parlano, centinaia di utenti condividono gli articoli e migliaia li commentano. Alla fine della giornata quella notizia possiede un’apparenza imponente di solidità. È dappertutto. Ma se risaliamo la corrente, contro il flusso delle citazioni e dei rilanci, potremmo scoprire che l’intero edificio poggia sulla medesima informazione iniziale. Abbiamo scambiato la moltiplicazione dell’eco per la moltiplicazione delle prove.

La psicologia cognitiva conosce un fenomeno che aiuta a comprendere questo meccanismo: l’illusory truth effect, l’effetto di verità illusoria. Nel 1977 Lynn Hasher, David Goldstein e Thomas Toppino mostrarono sperimentalmente come la ripetizione di un’affermazione possa aumentarne la credibilità percepita. Ciò che abbiamo già incontrato tende infatti a essere elaborato più facilmente dalla mente e questa maggiore familiarità può essere inconsapevolmente interpretata come un indizio di verità.

Naturalmente non significa che siamo condannati a credere qualsiasi cosa venga ripetuta abbastanza a lungo. Il fenomeno è più sottile: la ripetizione non aggiunge prove, ma può aumentare la sensazione che quelle prove esistano.

È una differenza decisiva. Una fonte ripetuta cento volte rimane una fonte. Eppure, nella nostra esperienza quotidiana, cento apparizioni della stessa notizia possono finire per assumere il peso psicologico di cento testimonianze indipendenti. La quantità delle ripetizioni prende così il posto della pluralità delle verifiche.

L’eco, insomma, possiede una proprietà singolare: mentre moltiplica una voce, nasconde progressivamente la sua origine.

Ed è proprio quando la ripetizione smette di sembrarci ripetizione e comincia ad apparirci come conferma che il «sentito dire» compie il suo salto più pericoloso: non ci limitiamo più ad aver ascoltato qualcosa. Cominciamo a considerarlo vero.

La bugia che tutti ricordano — Goebbels e il potere della ripetizione

Paul Joseph Goebbels

Se la ripetizione può conferire a un’affermazione un’apparenza di verità, esiste un caso storico quasi perfetto per dimostrarlo. A Joseph Goebbels, ministro della Propaganda del Terzo Reich, viene attribuita una frase che tutti, o quasi, abbiamo incontrato almeno una volta: «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità».

È una formula potente, memorabile, perfettamente coerente con l’immagine che conserviamo della propaganda nazista. Ha però un piccolo problema: non esiste una documentazione sicura che dimostri che Goebbels abbia pronunciato o scritto esattamente quelle parole. Ma sarebbe altrettanto sbagliato lasciare che questa precisazione filologica oscurasse il dato storico essenziale. Se quella frase non può essergli attribuita con certezza, il principio che esprime appartiene pienamente alla concezione della propaganda che Goebbels contribuì a trasformare in uno strumento formidabile di potere.

Negli anni Trenta non esistevano social network, piattaforme digitali o televisioni nelle case. Esistevano però la stampa, i manifesti, i grandi raduni e soprattutto due mezzi capaci di raggiungere contemporaneamente milioni di persone: la radio e il cinema. Goebbels comprese la loro forza. Non bastava pronunciare un messaggio: bisognava farlo circolare, ripeterlo, semplificarlo, renderlo riconoscibile, inserirlo nella vita quotidiana fino a trasformarlo in parte del paesaggio mentale collettivo.

La frase può dunque essere apocrifa. Il meccanismo che descrive, no.

Il paradosso è irresistibile. Una delle frasi più celebri sul potere della ripetizione è diventata essa stessa autorevole attraverso la ripetizione. È stata citata nei libri, negli articoli, nei discorsi, nei siti Internet; ogni nuova citazione ha implicitamente confermato quella precedente, fino a rendere quasi superflua la domanda sull’origine. La frase sembra autentica perché la conosciamo. E la conosciamo perché l’abbiamo incontrata molte volte.

Ciò non significa, naturalmente, che il principio espresso sia estraneo alla propaganda nazista. Al contrario, Goebbels comprese perfettamente la necessità di rendere il messaggio semplice, riconoscibile e incessantemente presente. La propaganda non consiste soltanto nell’inventare una falsità. Richiede qualcosa di più complesso: selezionare alcuni elementi della realtà, ometterne altri, organizzarli in una narrazione riconoscibile e reiterarla finché diventi familiare. La menzogna isolata può essere contestata; una rappresentazione continuamente riproposta finisce invece per costituire l’ambiente nel quale la contestazione stessa deve muoversi.

Sarebbe tuttavia storicamente scorretto trasformare questa osservazione in un’equivalenza tra la propaganda dei regimi totalitari del Novecento e il sistema contemporaneo dell’informazione. Nel primo caso esisteva un apparato politico che mirava esplicitamente al controllo della comunicazione pubblica; oggi convivono governi, giornali, televisioni, piattaforme digitali, agenzie, interessi economici, giornalisti indipendenti e milioni di individui capaci di produrre e diffondere informazioni. Non esiste necessariamente un unico direttore d’orchestra.

Ma proprio qui nasce una domanda più inquietante: è indispensabile che esista?

La ripetizione può prodursi anche senza un centro che la comandi. Una notizia viene rilanciata perché genera attenzione, un titolo perché suscita indignazione, un’affermazione perché conferma ciò che un pubblico desidera già credere. Ciascuno può avere una ragione diversa per rilanciare lo stesso messaggio e contribuire, senza averlo progettato, alla sua ubiquità. L’orchestrazione può allora lasciare il posto alla propagazione.

E una volta che una frase, un’immagine o un’interpretazione sono entrate abbastanza profondamente nel nostro paesaggio mentale, forse non occorre più convincerci che siano vere.

Può bastare che abbiano smesso di sembrarci strane.

Dall’impensabile al normale — La finestra di Overton

Se la ripetizione può rendere familiare un’affermazione, il passo successivo non consiste necessariamente nel crederla vera. Può accadere qualcosa di più sottile: cominciamo semplicemente a considerarla possibile, discutibile, degna di entrare nel campo delle opinioni ammesse. È il passaggio dalla verità percepita all’accettabilità percepita, e proprio qui diventa utile un concetto entrato ormai nel linguaggio politico contemporaneo: la finestra di Overton.

Joseph P. Overton, studioso statunitense legato al Mackinac Center for Public Policy, osservò che in ogni determinato momento esiste un insieme relativamente circoscritto di politiche che l’opinione pubblica considera accettabili. Un politico può muoversi entro quello spazio senza apparire eccessivamente radicale; oltre i suoi confini incontra invece idee considerate impraticabili, estreme o addirittura impensabili. Quello spazio mobile sarebbe stato chiamato, dopo la sua morte, Overton Window.

Il concetto è stato successivamente divulgato e ampliato, fino a essere rappresentato attraverso successioni divenute celebri: dall’impensabile al radicale, dall’accettabile al ragionevole, fino al popolare. Non si tratta però di una formula magica né, soprattutto, di un manuale della manipolazione. La finestra descrive un fenomeno; non presuppone necessariamente qualcuno che la sposta.

Ma proprio il suo carattere descrittivo rende il concetto interessante. Per modificare il rapporto di una società con un’idea non è indispensabile convincerla immediatamente che quell’idea sia giusta. Il primo risultato può essere molto più modesto: renderla discutibile. Ciò che ieri non meritava neppure di essere preso in considerazione oggi viene evocato come provocazione; domani qualcuno lo difende; successivamente diventa una posizione fra le altre. Non è diventato vero. È diventato pensabile.

E questo processo non possiede necessariamente un segno morale negativo. L’abolizione della schiavitù, il suffragio universale, l’emancipazione femminile furono un tempo idee incompatibili con l’ordine considerato naturale. Anche ciò che oggi giudichiamo progresso ha dovuto attraversare il confine dell’impensabile. La finestra di Overton non distingue il bene dal male: mostra soltanto che ciò che una società considera normale non è immutabile.

Il punto, allora, è un altro. Vero, familiare, accettabile e normale sono quattro cose differenti. Eppure, nell’esposizione continua alle informazioni, i loro confini possono diventare sorprendentemente permeabili.

Ciò che viene ripetuto diventa familiare. Ciò che diventa familiare smette di apparire estraneo. Ciò che non appare più estraneo può entrare nel campo del possibile.

A quel punto non ci hanno necessariamente convinti.

Ma hanno ottenuto qualcosa che viene prima della convinzione: ci hanno abituati all’idea.

Il mondo che abbiamo nella testa — Lippmann e l’era dell’eco

Essere abituati a un’idea significa, in qualche misura, averle già assegnato un posto nel mondo che conosciamo. Ma quale mondo conosciamo davvero? Nel 1922 Walter Lippmann pose la questione in Public Opinion partendo da una constatazione tanto semplice quanto destabilizzante: l’ambiente reale nel quale accadono gli eventi è troppo vasto, complesso e lontano perché ciascun individuo possa conoscerlo direttamente. Fra il mondo e noi deve necessariamente inserirsi una rappresentazione.

Lippmann chiamò questa costruzione pseudo-environment, pseudo-ambiente: non un mondo necessariamente falso, ma il mondo così come riusciamo a rappresentarcelo attraverso informazioni, immagini, racconti, simboli e interpretazioni. Noi agiamo nell’ambiente reale, ma molto spesso prendiamo le nostre decisioni sulla base delle immagini che di quell’ambiente abbiamo nella testa. «The pictures in our heads», scriveva Lippmann: le immagini nelle nostre teste.

Non potrebbe essere altrimenti. Non siamo presenti sul fronte di una guerra, non assistiamo ai negoziati diplomatici, non partecipiamo alle riunioni delle banche centrali, non entriamo nei laboratori nei quali vengono condotti gli esperimenti scientifici. Persino quando vediamo un’immagine e crediamo di essere finalmente più vicini all’evento, dimentichiamo che qualcuno ha scelto proprio quell’immagine, quell’inquadratura, quel momento, lasciando inevitabilmente fuori tutto ciò che sta oltre i suoi margini. La realtà che ci raggiunge è sempre, in qualche misura, mediata.

La guerra dei mondi in diretta

Un episodio celebre sembra quasi costruito per dare forma concreta all’intuizione di Lippmann. La sera del 30 ottobre 1938 Orson Welles trasmise alla radio un adattamento de La guerra dei mondi di H. G. Wells trasformandone parte del racconto in una finta radiocronaca: bollettini interrotti, collegamenti sul posto, testimonianze e interventi di esperti raccontavano l’arrivo dei marziani come se stesse accadendo in quel momento. Alcuni ascoltatori, entrati nella trasmissione dopo l’inizio o senza averne compreso la natura teatrale, credettero realmente che fosse in corso un’emergenza. La leggenda successiva parlò di un’intera America precipitata nel panico; studi posteriori hanno molto ridimensionato quella rappresentazione. Ed è forse questo il particolare più interessante: non soltanto alcuni ascoltatori scambiarono una rappresentazione per la realtà, ma anche il racconto del «panico di massa» venne a sua volta amplificato fino a diventare parte della memoria collettiva dell’evento. Quasi una dimostrazione involontaria, su due livelli, del mondo di Lippmann: prima crediamo alla rappresentazione dell’evento, poi possiamo arrivare a credere alla rappresentazione di ciò che quella rappresentazione avrebbe provocato.

«Lippmann aveva scritto tutto questo quando la radio muoveva ancora i primi passi e la televisione non esisteva. Sedici anni dopo, l’esperimento radiofonico di Welles aveva già mostrato quanto potente potesse diventare una realtà mediata. Un secolo dopo Public Opinion, quello pseudo-ambiente è diventato permanente. Lo portiamo in tasca.»

Ed è qui che la vecchia propaganda e la nuova circolazione dell’informazione si separano. «La propaganda del Novecento aveva bisogno di controllare la voce. Quella del XXI secolo potrebbe accontentarsi di controllare l’eco.»

Ma persino il verbo «controllare» rischia di essere troppo semplice. L’eco contemporanea può non avere un unico direttore d’orchestra. Un giornale cerca lettori, una piattaforma attenzione, un politico consenso, un’azienda profitto, un influencer visibilità, un utente conferme. Ognuno rilancia ciò che serve ai propri scopi e il risultato complessivo può assumere l’aspetto di un coro senza che nessuno abbia scritto l’intera partitura.

È forse questa la differenza più inquietante. Nel modello classico della propaganda potevamo cercare il propagandista. Nell’ecosistema contemporaneo potremmo trovarci davanti a una propagazione senza propagandista.

E allora il problema del «sentito dire» raggiunge il suo punto più profondo. Non riguarda soltanto la possibilità che una singola notizia sia falsa. Riguarda il modo in cui costruiamo il mondo dentro il quale decidiamo che cosa è vero.

Perché nessuno di noi vive soltanto nella realtà.

Viviamo anche, inevitabilmente, nella sua rappresentazione.

«Come lo so?» — Il dubbio come ultima difesa

Se viviamo inevitabilmente anche nella rappresentazione della realtà, sarebbe comodo attribuire ogni responsabilità a chi contribuisce a costruire quella rappresentazione. Ai giornali, alle televisioni, ai governi, alle piattaforme digitali, agli algoritmi. Ma sarebbe una conclusione troppo facile, perché alla costruzione del nostro pseudo-ambiente partecipiamo anche noi. Non siamo soltanto destinatari dell’informazione: siamo selezionatori, interpreti e, sempre più spesso, diffusori.

Lo facciamo innanzitutto attraverso un meccanismo ben conosciuto dalla psicologia: il confirmation bias, il bias di conferma. Tendiamo a cercare, ricordare e valutare con maggiore favore le informazioni coerenti con ciò che già pensiamo. Una notizia contraria alle nostre convinzioni viene interrogata: chi lo dice? Qual è la fonte? Dove sono le prove? Una notizia che conferma perfettamente ciò che pensavamo ieri viene invece accolta con minore resistenza. Improvvisamente le domande diventano meno urgenti.

Il risultato è paradossale. Pretendiamo prove soprattutto da ciò che non vogliamo credere.

Ma esiste un pericolo opposto, forse ancora più insidioso. Una volta scoperto che le fonti possono sbagliare, che le notizie possono essere manipolate, che la ripetizione può simulare il consenso e che persino ciò che consideriamo normale dipende da rappresentazioni collettive, potremmo concludere che tutto sia falso. «Mentono tutti» sembra allora la forma suprema della consapevolezza.

Non lo è. È una resa.

Se credere a tutto significa rinunciare al giudizio, non credere a nulla significa rinunciare alla conoscenza. E chi decide che nessuna fonte è affidabile non diventa necessariamente più libero: rischia semplicemente di affidarsi senza riserve all’unica voce che sente più vicina alle proprie convinzioni. Il sospetto universale non ci protegge dalla credulità. Può soltanto cambiarne l’oggetto.

La risposta non può dunque essere la diffidenza assoluta, ma il metodo. Chiederci se stiamo leggendo una fonte primaria o qualcuno che la cita; distinguere un fatto dalla sua interpretazione, una testimonianza da una prova, molte fonti indipendenti dalla ripetizione della medesima fonte, il consenso dalla semplice ubiquità di un’affermazione. Non potremo verificare personalmente tutto ciò che sappiamo, ma possiamo almeno misurare la distanza che ci separa da ciò che pretendiamo di sapere.

Torniamo così al punto dal quale eravamo partiti. «L’ho letto.» «L’hanno detto.» «Lo dicono tutti.» Nessuna di queste espressioni è necessariamente falsa. Ma nessuna, da sola, risponde alla domanda fondamentale:

«Come lo so?»

Forse è proprio questa la domanda che abbiamo smesso troppo facilmente di porre. Non perché sia sempre possibile raggiungere la certezza, ma perché riconoscere il limite della propria conoscenza è già una forma di conoscenza.

Forse il contrario della menzogna non è la verità. È il dubbio. Non il dubbio sterile di chi non crede più a nulla, ma quello antico e faticoso di chi, prima di dire «lo so», conserva ancora l’abitudine di domandare: «Come lo so?»

La Redazione

 

 

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

Nota dell’autore

Questo articolo non nasce dall’idea che tutto ciò che ci viene raccontato sia falso, né dall’illusione opposta che ciascuno di noi possa verificare personalmente ogni informazione ricevuta. Una società complessa vive necessariamente di testimonianze, mediazioni e fiducia. Il problema comincia quando dimentichiamo che quella fiducia è una concessione, non una prova.

Tra credere a tutto e non credere più a nulla esiste uno spazio più difficile da abitare: quello del giudizio. Significa risalire, quando possibile, alla fonte; distinguere il fatto dalla sua interpretazione; domandarsi se molte voci rappresentino davvero molte testimonianze o soltanto la moltiplicazione della stessa eco.

Il dubbio di cui si parla in queste pagine non è quindi una rinuncia alla verità. È, al contrario, il rispetto che le dobbiamo.

Nota

La frase «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità», nelle sue numerose varianti, è comunemente attribuita a Joseph Goebbels. Non risulta tuttavia documentata con certezza, in questa formulazione, nelle sue opere o nei suoi discorsi. Il riferimento nel testo è pertanto presentato esplicitamente come attribuzione e non come citazione filologicamente accertata.

 

 

Bibliografia essenziale

  • La terrei a sei riferimenti, sufficienti a coprire praticamente tutto l’apparato teorico:
  • David Hume, An Enquiry Concerning Human Understanding, 1748, in particolare sez. X, Of Miracles.
  • Walter Lippmann, Public Opinion, Harcourt, Brace and Company, New York, 1922.
  • Lynn Hasher, David Goldstein, Thomas Toppino, «Frequency and the Conference of Referential Validity», Journal of Verbal Learning and Verbal Behavior, vol. 16, n. 1, 1977, pp. 107–112. È lo studio sperimentale classico che sta alla base del nostro riferimento all’effetto di verità illusoria.
  • Joseph P. Overton / Mackinac Center for Public Policy, materiali sulla Overton Window of Political Possibility. Il Mackinac Center colloca lo sviluppo originario del modello a metà degli anni Novanta e precisa che la denominazione “Overton Window” venne adottata dai colleghi dopo la morte di Overton.
  • Aristotele, Metafisica, libro IV. Lo inserirei come riferimento classico sul principio di non contraddizione e sulla possibilità stessa di un discorso razionale intorno al vero e al falso.
  • Jacques Ellul, Propagandes, Armand Colin, Paris, 1962. Un riferimento importante per allargare il problema della propaganda oltre il caso specificamente nazista e comprenderne la dimensione sociale moderna.
  • Qui ho aggiunto Aristotele ed Ellul come bibliografia di approfondimento, non perché siano citati direttamente nel file: i riferimenti espliciti del saggio restano Hume, Hasher-Goldstein-Toppino, Overton e Lippmann.

 

2 Commenti

  1. Lellida

    14 Agosto 2026 a 10:11

    Leggo sempre con grande interesse i vostri articoli. A proposito di questo particolare argomento mi domando quale sia l’effettiva possibilità per un lettore/utente di rispondere a quella fatidica domanda. Come lo so? Il fatto che in passato le notizie viaggiassero attraverso un esiguo numero di canali, televisione, radio e quotidiani essenzialmente, rendeva, credo, la verifica non semplice certo, ma praticabile. Oggi, onestamente, come può concretamente una persona accertarsi della veridicità di una qualsiasi cosa se ormai, grazie all’intelligenza artificiale, anche immagini, voci e situazioni possono essere create artatamente?
    Ma soprattutto mi chiedo: interessa ancora alle persone la realtà, quando tutto intorno sembra privilegiare l’apparenza, la rappresentazione, l’esteriorità al posto del contenuto?
    Grazie dell’attenzione.

    rispondere

    • Riccardo Alberto Quattrini

      14 Agosto 2026 a 10:55

      Gentile Lellida,
      la ringraziamo per il suo commento, perché pone una questione che, in un certo senso, conduce ancora più lontano il ragionamento dell’articolo.

      Ha ragione: oggi rispondere alla domanda «come lo so?» è diventato molto più difficile. Non soltanto per l’enorme quantità di informazioni disponibili, ma perché stanno progressivamente perdendo affidabilità anche quelle che un tempo consideravamo prove quasi immediate. Una fotografia poteva documentare un fatto, una registrazione poteva testimoniare una voce, un filmato poteva mostrare che qualcosa era realmente accaduto. Oggi sappiamo che immagini, voci e video possono essere costruiti artificialmente con un grado di verosimiglianza sempre maggiore.

      Questo, tuttavia, non rende inutile la verifica: ne cambia la natura. Non possiamo più limitarci a domandarci se un’immagine sembri autentica o se una notizia venga ripetuta da molte persone. Dobbiamo risalire, per quanto possibile, alla provenienza dell’informazione, confrontare fonti realmente indipendenti, distinguere il documento dalla sua circolazione e, soprattutto, accettare una risposta che la nostra epoca sembra sopportare sempre meno: «non lo so ancora».

      Ma è la sua seconda domanda quella che ci sembra ancora più radicale: interessa ancora alle persone la realtà?

      Forse è proprio questo il punto decisivo. Una società può difendersi dalla menzogna finché conserva il desiderio della verità. Diventa molto più vulnerabile quando comincia a preferire ciò che conferma le proprie convinzioni, emoziona, rassicura o scandalizza, indipendentemente dal fatto che sia vero. In quel momento il problema non è più soltanto la falsificazione della realtà, ma la nostra disponibilità ad accontentarci della sua rappresentazione.

      L’intelligenza artificiale rende questa situazione più evidente e certamente più insidiosa, ma non l’ha inventata. Propaganda, manipolazione, costruzione del consenso e falsificazione esistono da molto prima degli algoritmi. La novità è forse nella quantità, nella velocità e soprattutto nella capacità di produrre rappresentazioni estremamente credibili.

      Per questo la domanda «come lo so?» non pretende necessariamente una risposta immediata. Talvolta la risposta più intellettualmente onesta è: «non possiedo ancora elementi sufficienti per saperlo».

      Può sembrare una rinuncia. Noi crediamo, al contrario, che sia una delle forme più difficili — e oggi forse più necessarie — di libertà di giudizio.

      Grazie per averci dato l’occasione di aggiungere questa riflessione.

      rispondere

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