La storia celebra i vincitori. La memoria, molto spesso, sceglie gli sconfitti.

«PERCHÉ ABBIAMO BISOGNO DEI PERDENTI»
Da Ettore a Don Chisciotte, fino a Bartleby: perché alcuni sconfitti continuano a parlarci più dei vincitori
Redazione Inchiostronero
La nostra società ama il successo, misura i risultati, costruisce classifiche. Eppure la letteratura e l’immaginario collettivo sembrano comportarsi diversamente. Alcuni dei personaggi che ricordiamo con maggiore intensità sono sconfitti: Ettore davanti ad Achille, Don Chisciotte contro il mondo, Bartleby nella sua ostinata rinuncia. Forse accade perché il vincitore ci mostra ciò che vorremmo diventare, mentre il perdente ci costringe a riconoscere ciò che siamo: creature fragili, imperfette, destinate prima o poi a perdere qualcosa.
Se la letteratura funzionasse come una competizione sportiva, molti dei suoi protagonisti più celebri sarebbero stati eliminati al primo turno.
Ettore muore. Don Chisciotte viene continuamente sconfitto. Bartleby rinuncia progressivamente a tutto. Il principe Myškin non riesce a salvare gli altri e neppure se stesso. Il capitano Achab trascina la propria ossessione verso la catastrofe.
Non sembrerebbe una squadra particolarmente promettente.
Eppure li ricordiamo.
Anzi, spesso ricordiamo loro meglio dei vincitori.
È curioso, perché viviamo in una cultura che possiede una vera ossessione per il successo. Le classifiche sono ovunque: libri più venduti, film più visti, persone più ricche, università migliori, aziende più grandi, profili più seguiti.
Persino esperienze difficilmente misurabili vengono trasformate in risultati.
Dobbiamo avere successo nel lavoro, nelle relazioni, nell’aspetto fisico, possibilmente anche nel tempo libero. Persino riposare sembra richiedere una strategia.
La sconfitta è diventata quasi un’imperfezione del curriculum.
La letteratura, fortunatamente, non ha mai accettato completamente questa logica.
Prendiamo Ettore.
Sa che Troia probabilmente cadrà. Sa che Achille è più forte. Quando incontra Andromaca e il piccolo Astianatte, nell’Iliade, non parla come un uomo convinto della vittoria. Conosce la possibilità della morte e tuttavia torna a combattere.
Dal punto di vista del risultato, perde tutto.
Achille lo uccide e ne trascina il corpo davanti alle mura.
Eppure qualcosa impedisce alla vittoria di Achille di essere completa. Ettore sconfitto conserva una grandezza che il vincitore non può sottrargli.
Perché?
Forse perché esiste una differenza fondamentale tra vincere ed essere nel giusto, tra ottenere un risultato e dare significato alle proprie azioni.
Don Chisciotte compie un passo ulteriore.
Non perde soltanto le battaglie: spesso combatte battaglie che esistono unicamente nella sua immaginazione. Scambia mulini per giganti, locande per castelli, contadine per nobildonne.
Dovremmo considerarlo semplicemente ridicolo.
E infatti ridicolo lo è.
Ma Cervantes compie il miracolo di renderlo, contemporaneamente, ridicolo e grande. Più il mondo dimostra a Don Chisciotte che i suoi ideali sono anacronistici, più noi cominciamo a domandarci se il problema sia davvero soltanto lui.
Forse i giganti non esistono.
Ma un mondo nel quale nessuno è più disposto a vederli è necessariamente migliore?
Qui il perdente assume una funzione essenziale: mette sotto processo il vincitore.
La realtà sconfigge Don Chisciotte, ma non esce completamente innocente dal confronto.
Poi c’è Bartleby, lo scrivano immaginato da Herman Melville.
La sua ribellione è ancora più radicale perché non tenta nemmeno di vincere. Alla richiesta di svolgere determinati compiti risponde con la formula diventata celebre: preferirebbe di no.
Non propone una rivoluzione. Non costruisce un’alternativa. Semplicemente sottrae se stesso al meccanismo.
È una sconfitta quasi assoluta.
Eppure quella figura silenziosa continua a inquietarci perché introduce una possibilità insopportabile per qualsiasi sistema: che qualcuno smetta di partecipare.
Ecco allora che i perdenti della letteratura cominciano a rivelare la loro utilità.
Il vincitore conferma il mondo: ha compreso le regole e le ha utilizzate meglio degli altri.
Il perdente può fare qualcosa di diverso.
Può mostrarne le crepe.
Naturalmente non ogni sconfitta è nobile e non ogni perdente possiede ragione. Sarebbe troppo facile trasformare l’insuccesso in una virtù automatica. Esistono sconfitte causate dall’errore, dall’arroganza, dall’incapacità.
Ma proprio questa imperfezione rende alcuni personaggi così vicini a noi.
Nella vita reale siamo tutti, inevitabilmente, perdenti di qualcosa.
Perdiamo occasioni, persone, convinzioni, energie, luoghi. Perdiamo versioni di noi stessi che pensavamo sarebbero durate per sempre. E alla fine perdiamo persino la battaglia più elementare, quella contro il tempo.
Una cultura che ci mostrasse soltanto vincitori diventerebbe quindi rapidamente disumana.
Abbiamo bisogno di qualcuno che ci ricordi che il valore di un’esistenza non coincide necessariamente con il suo risultato.
Ettore perde contro Achille, ma non perde la propria dignità.
Don Chisciotte perde contro la realtà, ma conserva fino quasi alla fine la capacità di immaginare un mondo diverso.
Bartleby perde contro l’organizzazione sociale che lo circonda, ma il suo rifiuto continua a interrogarci.
Forse è questa la ragione per cui abbiamo bisogno dei perdenti.
I vincitori ci permettono di sognare ciò che potremmo conquistare.
Gli sconfitti fanno qualcosa di più difficile: ci insegnano che cosa può restare quando abbiamo perduto.
La dignità. La fedeltà. Un’idea. Talvolta soltanto un gesto.
Non è poco.
Perché vincere dipende anche dalle circostanze, dal talento, dalla fortuna e dal tempo nel quale ci è capitato di vivere.
Ma scegliere come perdere appartiene ancora, almeno in parte, a noi.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
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