Una dolce alleanza vecchia migliaia di anni

«Perché le api ci lasciano prendere il miele?»

Dietro un gesto quotidiano si nasconde un antico patto tra uomo e natura

Redazione Inchiostronero

Apriamo un vasetto di miele senza pensare che ciò che spalmiamo sul pane è la riserva alimentare di un’intera colonia. Perché, allora, possiamo sottrarla senza condannare le api? La risposta racconta una storia sorprendente di evoluzione, abbondanza, limite e collaborazione tra specie.


Prendiamo un cucchiaino, apriamo il vasetto e spalmiamo il miele sul pane. Un gesto talmente normale che difficilmente suscita interrogativi. Eppure basterebbe fermarsi un momento per accorgersi che qualcosa non torna.

Il miele non è prodotto per noi. È il cibo delle api.

Allora perché possiamo prenderlo?

La domanda sembra infantile, ma conduce dentro uno dei rapporti più antichi e singolari che l’uomo abbia stabilito con un’altra specie.

Una dispensa contro il futuro

Le api raccolgono il nettare dei fiori e lo trasformano in miele attraverso un processo complesso. Il nettare viene elaborato, arricchito di enzimi e progressivamente privato dell’acqua; quando raggiunge caratteristiche adatte alla conservazione, viene depositato nelle celle e sigillato con un sottile opercolo di cera.

È una straordinaria tecnologia naturale di conservazione degli alimenti.

Perché tanto lavoro?

Perché i fiori non durano tutto l’anno. Arriveranno l’inverno, la pioggia, il freddo, i periodi nei quali uscire dall’alveare sarà impossibile oppure non ci sarà nettare da raccogliere.

Il miele è dunque una riserva contro l’incertezza.

Ma le api non possiedono un ufficio meteorologico. Non possono sapere quanto durerà l’inverno o quando arriverà la prossima fioritura. Perciò una colonia forte, quando le condizioni sono favorevoli, tende ad accumulare grandi quantità di scorte.

Ed è precisamente dentro questa capacità di accumulare che, migliaia di anni fa, è entrato l’uomo.

Prima venne il ladro

All’inizio il nostro rapporto con le api era molto semplice: rubavamo loro il miele.

Una delle più celebri testimonianze si trova nella Cueva de la Araña, in Spagna, dove una pittura rupestre mostra una figura umana intenta a raccogliere miele da un alveare selvatico mentre le api le volano intorno.

Era un’attività rischiosa e spesso distruttiva. Per raggiungere miele e favi si poteva danneggiare gravemente la colonia.

Poi accadde qualcosa di più interessante.

L’uomo comprese che era più conveniente avere ancora le api domani.

Da predatore diventò progressivamente allevatore. Gli alveari furono ospitati in recipienti, tronchi, cesti e infine nelle moderne arnie a telai mobili. L’apicoltura trasformò così una semplice sottrazione in una forma di gestione.

Il principio, nella sua essenza, è rimasto lo stesso: possiamo prendere una parte del miele purché alle api rimanga quanto occorre per sopravvivere.

Il miele che possiamo prendere

In un’arnia moderna esiste generalmente una zona destinata alla vita della colonia, dove si trovano la regina, la covata e le scorte, e una parte superiore costituita dai melari, aggiunti dall’apicoltore quando la colonia è forte e le fioriture lo consentono.

È soprattutto da questi che viene raccolto il miele destinato all’uomo.

Un apicoltore responsabile non dovrebbe quindi comportarsi come l’antico saccheggiatore. Deve valutare la forza della famiglia, la stagione e le riserve disponibili. Se sottraesse indiscriminatamente tutto il miele, potrebbe lasciare la colonia senza alimento sufficiente.

Quando necessario possono essere utilizzate anche alimentazioni integrative a base di zuccheri, soprattutto in determinate fasi dell’anno. Ma il principio resta elementare: non si può raccogliere oggi distruggendo ciò che dovrà produrre domani.

Una regola economica prima ancora che ecologica.

Una società che produce abbondanza

C’è poi qualcosa che rende possibile tutto questo: un alveare non è semplicemente un insieme di api.

È quasi un unico organismo.

Decine di migliaia di individui svolgono compiti differenti: alcune accudiscono le larve, altre costruiscono i favi, altre difendono l’ingresso, altre ancora raccolgono nettare, polline, acqua e propoli.

La singola ape produce pochissimo miele. La colonia ne può produrre moltissimo.

L’abbondanza nasce dalla cooperazione.

Ed è curioso che proprio uno degli alimenti più antichi consumati dall’uomo sia il prodotto di una società nella quale nessun individuo possiede ciò che produce. Il miele appartiene alla colonia perché serve alla colonia.

Noi preleviamo una parte di quella ricchezza collettiva.

Le api non ci hanno dato il permesso

Naturalmente nel titolo c’è un piccolo inganno.

Le api non ci lasciano prendere il miele. Non hanno stipulato alcun contratto con Homo sapiens e, se potessero esprimere un parere, probabilmente preferirebbero conservare tutte le proprie scorte.

Siamo noi ad aver imparato a inserirci nel loro ciclo biologico.

Ma proprio qui il miele racconta qualcosa che va oltre l’apicoltura.

Per gran parte della nostra storia abbiamo considerato la natura come un deposito apparentemente inesauribile: boschi da tagliare, animali da cacciare, mari da pescare, suoli da sfruttare. Il limite arrivava soltanto quando la risorsa cominciava a scomparire.

Con le api abbiamo imparato molto presto una regola diversa.

Possiamo prendere, ma dobbiamo lasciare.

Possiamo utilizzare una risorsa, ma abbiamo interesse che continui a esistere.

Non è altruismo. L’apicoltore protegge le proprie colonie anche perché dalla loro salute dipende il raccolto futuro. Ma forse proprio per questo il rapporto è interessante: dimostra che convenienza e conservazione non devono necessariamente essere nemiche.

Forse, dunque, le api non ci lasciano prendere il miele.

Siamo noi che, dopo millenni, abbiamo imparato che per continuare a prenderlo dobbiamo lasciare loro abbastanza per vivere.

E dentro un semplice cucchiaino di miele c’è una lezione che Homo sapiens, fuori dall’alveare, continua sorprendentemente a dimenticare.

La Redazione

 

 

  • Nota sulle immagini
    Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale
  • generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

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