Quando il petrolio riaccende la miccia dell’inflazione

«Prima che sia troppo tardi»
Hormuz, raffinerie e trasporti: la crisi energetica rischia di propagarsi dai carburanti all’intera economia mondiale
Il Simplicissimus
Il rialzo dei carburanti non dipenderebbe principalmente, secondo il Simplicissimus, dai danni provocati dall’Ucraina alla capacità di raffinazione russa, come sostenuto da Marco Travaglio. Il quadro sarebbe assai più ampio: la guerra in Iran, la chiusura dello Stretto di Hormuz, i danni alle infrastrutture energetiche mediorientali e l’impennata dei costi di trasporto del greggio starebbero mettendo sotto pressione un sistema già indebolito dall’esaurimento delle riserve. Il problema, sostiene l’autore, non riguarda soltanto il prezzo alla pompa. L’aumento del petrolio e soprattutto del diesel rischia di propagarsi lungo l’intera economia, incidendo sui trasporti, sui prodotti agricoli, sui metalli e infine sull’inflazione. Con le materie prime nuovamente in accelerazione, la guerra e la crisi energetica potrebbero così avvicinare quel «redde rationem» economico che per mesi si è cercato di evitare. (N.R.)
Stimo molto Marco Travaglio, di cui ammiro soprattutto l’acrobatica capacità di denunciare la follia contemporanea, senza tuttavia ribaltare del tutto la narrazione o intaccarne i presupposti. Così in un editoriale di qualche giorno fa sul perfetto suicidio dell’Europa, dice che la carenza di diesel e quindi gli aumenti dei prezzi sarebbero dovuti al fatto che metà della capacità di raffinazione russa sarebbe stata distrutta dall’Ucraina. Queste sono mere sciocchezze, certo i danni ci sono stati, ma di certo non così gravi e le difficoltà di rifornimento sono state localizzate ancorché esaltate parossisticamente dalla stampa occidentale. Quindi alla fine la sciocchezza più grossa ha finito per dirla proprio il vagliatore di fesserie. Non so se Travaglio abbia sentito che c’è una guerra in Iran, che c’è la chiusura dello stretto di Hormuz, che il problema delle raffinerie è complesso perché non possono adattarsi a qualsiasi tipo di oro nero. E che nei giorni scorsi gli Houthi hanno incendiato l’oleodotto saudita che bypassava lo Stretto (nella cartina a sinistra) con la perdita di almeno metà dei barili che vi transitavano o che – notizia freschissima – il nolo delle petroliere ha raggiunto la stratosferica cifra di 8oo mila dollari al giorno, il che vuol dire 25 milioni in media per un singolo trasporto.
Insomma il rialzo dei prezzi del carburante ha ben poco a che vedere con le imprese del signor Zelensky che il direttore del Fatto sembra voler annoverare come causa principale della scarsità di carburante e dunque dell’aumento dei prezzi, ad onta di ogni fatto concreto e intellegibile. Ma questi cedimenti alla narrazione sono poi il passaporto subliminale per poter esercitare senza troppi fastidi la parte dell’alternativo.

Non è colpa di Travaglio, è un portato del sistema ormai monopolistico del media. Tornando a noi, l’insieme di queste situazioni, l’esaurimento delle riserve cui si è dato fondo in questi mesi, il fatto che parecchie raffinerie in Medio Oriente sono state danneggiate o distrutte, che i pozzi di petrolio colpiti hanno bisogno di mesi per essere ripristinati, e non sempre questo è possibile, perché nel 50 per cento dei casi – per ragioni tecniche che qui non è possibile esaminare nel dettaglio – non forniscono più oro nero e infine l’incapacità degli Stati Uniti di arrivare alla pace stanno alzando i prezzi fino ad ora artificialmente contenuti: sono ormai arrivati ai 102 dollari al barile ed è quasi panico. Il diesel aumenta ancora di più per il fatto che questo tipo di carburante viene prodotto principalmente dal petrolio mediorientale, mentre l’oro nero americano da fracking risulta più leggero e inadatto, cosa per la quale gli Usa non hanno una grande capacità di raffinazione e importano gasolio già raffinato, senza darsi troppo pensiero di lavorarlo in proprio.
Dunque siamo arrivati in vista del redde rationem di questa ennesima pazzia imperiale di Washington, di questo colpo di coda che tuttavia ci coinvolge tutti perché non si tratta solo del prezzo alla pompa che può essere molto spiacevole, ma pazienza, bensì degli aumenti a catena che ne derivano sia per quanto riguarda i prodotti agricoli che i metalli. Secondo il Bloomberg Commodity Index siamo già a un ritmo di aumenti che non si vedevano dal 2012 e gli analisti dell’Hongkong and Shanghai Banking Corporation prevedono che il ciclo delle materie prime è destinato ad accelerare rapidamente infiammando l’inflazione. In poche parole si va avvicinando quella situazione che è stata esorcizzata per mesi, ma che adesso riappare attraverso i veli, tanto che lo stesso Trump ha cominciato a dire agli americani che la guerra non finirà in tempo per le elezioni di medio termine, ma è chiaro che ormai siamo agli sgoccioli: non ci vorrà molto perché sia troppo tardi per salvarci da un armageddon economico annunciato.

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.
Claudio
13 Settembre 2026 a 19:20
Si vuole inflazione. Tutti i governi e tutte le banche vogliono inflazione. Solo così si potrà togliere valore ai titoli di stato ( tutti gli stati) che sono stati venduti ai risparmiatori. Di solito arrivavano le guerre che portano inflazione alta, adesso si è trovato il sistema anche senza vere guerre mondiali. In questi giorni i rendimenti dei titoli di stato hanno rendimenti molto alti, per invogliare i risparmiatori a comprare nuovamente, per ricominciare il ciclo. Gli stati vogliono i nostri risparmi, i nostri soldi, ne hanno necessità per pagare le loro spese, ma poi non vogliono/possono restituirli, l’inflazione alta gli risolve il problema.
Forse solo Corea del nord e Cina sono fuori da questo meccanismo.
Non sono un economista, sono un falegname.