Un tempo il domani era una promessa. Oggi somiglia sempre più a una domanda.

«QUANDO IL FUTURO FACEVA MENO PAURA»
Dall’idea di progresso all’incertezza contemporanea: come abbiamo smesso di aspettare il domani e abbiamo cominciato a temerlo
Redazione Inchiostronero.it
Per buona parte del Novecento il futuro è stato immaginato come un territorio da conquistare. La scienza avrebbe sconfitto le malattie, le macchine liberato l’uomo dalla fatica, il progresso migliorato le condizioni di vita. Quelle promesse erano spesso ingenue e convivevano con guerre e tragedie immense. Eppure resisteva una convinzione: domani sarebbe stato migliore di oggi. Nel nostro tempo quella fiducia sembra essersi incrinata. Il futuro non è scomparso, ma ha cambiato segno: da promessa è diventato rischio.
C‘è stato un tempo in cui il futuro aveva un’estetica precisa.
Automobili dalle forme aerodinamiche, città attraversate da monorotaie, case automatizzate, uomini sulla Luna, robot domestici e settimane lavorative sempre più brevi. Le riviste illustrate degli anni Cinquanta e Sessanta raccontavano il Duemila come una specie di frontiera luminosa verso la quale l’umanità avanzava con inevitabile sicurezza.
Molte di quelle previsioni oggi fanno sorridere.
Le automobili non volano, le vacanze sulla Luna non sono diventate un’abitudine e i robot non ci hanno liberato dal lavoro. In compenso possediamo strumenti che gli stessi futurologi difficilmente avrebbero saputo immaginare: possiamo parlare istantaneamente con qualcuno dall’altra parte del pianeta, consultare intere biblioteche da un telefono e affidare a una macchina compiti che fino a pochi anni fa sembravano esclusivamente umani.
Eppure qualcosa è cambiato.
Abbiamo ottenuto una parte del futuro che desideravamo, ma abbiamo smesso di desiderare il futuro.
Naturalmente sarebbe falso trasformare il Novecento in un’epoca ottimista. Due guerre mondiali, Auschwitz, Hiroshima, la minaccia nucleare e la Guerra fredda non appartengono certo alla storia della serenità umana. Per milioni di persone il futuro non rappresentava affatto una promessa.
Ma accanto alla paura sopravviveva una convinzione potente: il progresso esisteva.
La generazione successiva avrebbe studiato più della precedente. I figli avrebbero avuto opportunità negate ai genitori. La medicina avrebbe curato malattie considerate incurabili. La tecnologia avrebbe ridotto la fatica. La società, lentamente e tra mille contraddizioni, avrebbe migliorato le proprie condizioni.
Il futuro poteva essere difficile, ma sembrava possedere una direzione.
Oggi quella direzione appare molto meno evidente.
Quando parliamo del mondo che verrà, le parole più frequenti non sono conquista, sviluppo o emancipazione. Parliamo di cambiamento climatico, precarietà, guerre, crisi demografica, intelligenza artificiale, scarsità delle risorse, perdita del lavoro, instabilità economica.
Persino la fantascienza ha modificato il proprio immaginario.
Il futuro cinematografico contemporaneo raramente è un luogo nel quale vorremmo abitare. È popolato da società distopiche, pianeti devastati, algoritmi onnipotenti, città sommerse, governi autoritari. Abbiamo trasformato uno dei generi che un tempo esplorava la meraviglia del possibile in un gigantesco laboratorio delle nostre paure.
Forse non è il futuro a essere diventato più minaccioso.
Siamo noi ad avere perduto fiducia nella capacità di governarlo.

Il progresso tecnologico continua infatti a una velocità impressionante. Ciò che si è spezzato è l’equazione secondo cui maggiore progresso significherebbe automaticamente maggiore benessere.
Una nuova tecnologia può facilitarci la vita e contemporaneamente eliminare una professione. Una piattaforma può collegare miliardi di persone e renderle più sole. L’automazione può liberarci da compiti ripetitivi oppure trasformarsi nella paura di diventare superflui.
La stessa innovazione porta con sé promessa e minaccia.
È una consapevolezza forse più adulta di quella dei nostri predecessori, ma anche più faticosa da sopportare.
C’è poi una trasformazione meno evidente. Il futuro si è accorciato.
Per generazioni si sono costruite opere destinate a durare decenni, talvolta secoli. Oggi gran parte della nostra esperienza è organizzata intorno all’immediatezza: aggiornamenti continui, notizie consumate in poche ore, prodotti rapidamente sostituiti, decisioni misurate sul trimestre successivo.
Viviamo immersi nel presente e contemporaneamente preoccupati per il domani.
È un curioso paradosso.
Forse è proprio questa difficoltà a pensare il lungo periodo a rendere il futuro così inquietante. Ci appare come qualcosa che arriverà addosso, non come qualcosa che stiamo costruendo.
Eppure la storia dovrebbe insegnarci prudenza anche nel pessimismo.
Ogni generazione ha creduto, almeno una volta, di trovarsi davanti a una crisi definitiva. E molte conquiste che oggi consideriamo normali — l’aumento dell’aspettativa di vita, l’istruzione diffusa, la riduzione della mortalità infantile, possibilità di comunicazione impensabili — sarebbero sembrate straordinarie a chi viveva soltanto un secolo fa.
Questo non significa affidarsi ingenuamente al progresso.
Significa ricordare che il futuro non possiede ancora una forma.

La paura può essere utile quando ci avverte di un pericolo. Diventa sterile quando ci convince che nulla possa essere cambiato.
Forse non abbiamo bisogno di recuperare l’ottimismo ingenuo delle vecchie illustrazioni, con famiglie sorridenti che viaggiavano verso Marte mentre un robot preparava la cena.
Abbiamo bisogno di qualcosa di più difficile: tornare a considerare il futuro uno spazio politico, culturale e umano sul quale possiamo ancora intervenire.
Perché una società che non riesce più a immaginare un domani desiderabile finisce inevitabilmente per rifugiarsi nel passato.
E forse il futuro faceva meno paura non perché fosse davvero più sicuro.
Faceva meno paura perché credevamo ancora di poterlo costruire.
Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero.
