Dietro la scoperta, il denaro arrivò quasi subito

«QUANDO LA SCOPERTA DIVENTÒ UN AFFARE»

Dal primo incontro con gli indigeni alle reti mercantili di Siviglia: come il viaggio verso le Indie diventò conquista economica

Redazione Inchiostronero

Cristoforo Colombo non partì per scoprire l’America, ma per raggiungere le ricchezze dell’Asia navigando verso occidente. Quando il 12 ottobre 1492 incontrò gli abitanti di Guanahaní, nelle sue osservazioni comparvero quasi immediatamente tre elementi destinati a segnare la storia successiva: la possibilità di convertirli, la ricerca dell’oro e la valutazione della loro utilità e della loro debolezza militare. Nel giro di pochi anni, alla scoperta geografica si affiancarono conquista, lavoro forzato, schiavitù e interessi commerciali. Seguendo le parole di Colombo e le tracce lasciate nei documenti, fino alla Siviglia dei mercanti fiorentini, di Giannotto Berardi e Amerigo Vespucci, emerge una storia più complessa di quella consegnata al mito: non soltanto l’incontro fra due mondi, ma l’inizio della trasformazione di terre, ricchezze e uomini in un nuovo sistema economico.


Prima dell’America — Cercando le Indie

Cristoforo Colombo non partì per scoprire l’America. La frase sembra ovvia, ma è il primo equivoco da eliminare quando si vuole sottrarre il suo viaggio alla leggenda costruita nei secoli successivi. Nell’agosto del 1492 Colombo salpò verso occidente convinto di poter raggiungere le coste orientali dell’Asia attraversando l’Atlantico. Cercava le Indie, il Catai descritto dai viaggiatori medievali, le terre associate alle spezie, alla seta, alle pietre preziose e soprattutto all’oro.

Il progetto aveva quindi una componente geografica, politica ed economica molto concreta. L’Europa commerciava da secoli con l’Oriente attraverso itinerari complessi e costosi. Portoghesi e castigliani cercavano nuove rotte marittime capaci di raggiungere direttamente le grandi aree commerciali asiatiche. Il Portogallo aveva scelto la progressiva circumnavigazione dell’Africa; Colombo proponeva un’altra soluzione: arrivare in Asia navigando verso ovest.

Non era soltanto una sfida nautica. Una nuova rotta avrebbe significato accesso diretto a merci preziose, nuovi mercati e possibilità di espansione politica. Colombo dovette convincere i sovrani che l’impresa meritava uomini, navi e denaro. Gli accordi conclusi con Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia nelle Capitolazioni di Santa Fe, firmate il 17 aprile 1492, mostrano bene che dietro il viaggio esisteva già un progetto di potere e di ricchezza:

«Vuestras Altezas fazen dende agora al dicho don Christóval Colón su Almirante en todas aquellas islas e tierras firmes que por su mano o industria se descubrirán o ganarán».

«Le Vostre Altezze nominano fin d’ora il suddetto don Cristoforo Colombo loro Ammiraglio di tutte quelle isole e terreferme che per sua opera o iniziativa saranno scoperte o conquistate.»

Colombo sarebbe dunque diventato ammiraglio delle isole e delle terre che fossero state «scoperte o conquistate» grazie alla sua impresa. Ma il documento non si fermava ai titoli. Gli riconosceva anche una partecipazione diretta ai vantaggi economici:

«que de todas e qualesquiere mercaderías […] perlas, piedras preciosas, oro, plata, especiería […] aya e lieve para sí la dezena parte de todo ello».

«Che di tutte e qualsivoglia merci […] perle, pietre preziose, oro, argento, spezie […] egli abbia e trattenga per sé la decima parte di tutto.»

Merci, perle, pietre preziose, oro, argento, spezie: Colombo avrebbe avuto diritto alla decima parte dei proventi previsti dagli accordi.

Il navigatore non partiva dunque come un semplice marinaio al servizio della curiosità geografica. Se l’impresa fosse riuscita, titoli, giurisdizione e partecipazione ai proventi gli avrebbero assicurato una posizione straordinaria nelle terre che sperava di raggiungere.

E l’oro era presente nell’impresa prima ancora che l’America apparisse all’orizzonte.

Marco Polo aveva contribuito a diffondere in Europa l’immagine di un Oriente favolosamente ricco. Colombo condivideva quella tradizione geografica e culturale; sappiamo inoltre che possedette una copia del Milione, sulla quale lasciò numerose annotazioni, anche se non possiamo utilizzare quella copia come prova certa delle sue letture anteriori al viaggio del 1492. Credeva che navigando verso occidente avrebbe raggiunto proprio quel mondo. Quando nelle settimane successive allo sbarco interrogherà continuamente gli abitanti delle isole sulla provenienza dell’oro, non sarà quindi vittima di un’improvvisa ossessione nata sulle spiagge dei Caraibi. Starà cercando una delle ricchezze che il progetto prevedeva fin dall’inizio.

Il 3 agosto 1492 la Santa María, la Pinta e la Niña lasciarono Palos de la Frontera. A bordo non c’erano uomini convinti di andare incontro a un continente sconosciuto. Credevano di cercare una strada verso un mondo già immaginato e desiderato.

Poco più di due mesi dopo Colombo avrebbe incontrato uomini che non appartenevano a nessuna delle geografie che aveva previsto.

E quasi immediatamente avrebbe cominciato a domandarsi che cosa quelle terre e quegli uomini potessero offrire.

Tre giorni — Uomini, oro, dominio

Il 12 ottobre 1492 Colombo scese a terra sull’isola che gli abitanti chiamavano Guanahaní e che egli ribattezzò San Salvador. Prese formalmente possesso dell’isola in nome di Ferdinando e Isabella. Poi cominciò a osservare gli uomini che gli stavano davanti.

Il primo sguardo non fu ostile. Colombo ne descrisse i corpi, i capelli, i volti, la nudità. Fece distribuire berretti rossi, perline di vetro e piccoli oggetti perché desiderava conquistarne l’amicizia. Gli abitanti dell’isola risposero portando cotone, pappagalli e altri beni, scambiandoli volentieri con ciò che ricevevano dagli europei.

Colombo pensò anche alla loro conversione al cristianesimo. Ma nello stesso giorno notò qualcosa destinato ad assumere un significato ben diverso: quegli uomini non conoscevano le armi europee. Prendevano le spade dalla parte della lama e si ferivano. Non possedevano ferro.

Subito dopo compare una delle osservazioni più significative dell’intero Diario:

«Ellos deven ser buenos servidores y de buen ingenio».

«Devono essere buoni servitori e di buon ingegno.»

La frase prosegue osservando quanto rapidamente sembrassero comprendere ciò che veniva loro detto e quanto facilmente, secondo Colombo, avrebbero potuto essere convertiti al cristianesimo. Annunciò inoltre l’intenzione di condurne alcuni in Castiglia affinché imparassero la lingua.

È soltanto il primo giorno.

La mattina successiva, 13 ottobre, gli abitanti tornarono sulla spiaggia e raggiunsero le navi con le loro canoe. Colombo continuò a osservarli, ma qualcosa attirò particolarmente la sua attenzione: alcuni portavano piccoli ornamenti d’oro al naso.

Il Diario registra senza ambiguità che cosa Colombo stesse cercando:

«Y yo estava atento y trabajava de saber si avía oro».

«E io stavo attento e cercavo di sapere se vi fosse oro.»

Attraverso i gesti Colombo cercò di comprenderne la provenienza. Gli parve di capire che, andando verso sud, esistesse un sovrano che possedeva grandi quantità di quel metallo. Decise quindi di continuare la navigazione anche per cercare «el oro y piedras preciosas», l’oro e le pietre preziose.

Non è ancora l’oro delle grandi miniere che gli europei sfrutteranno negli anni successivi. È soprattutto la conferma che Colombo spera di essere vicino alle ricchezze dell’Asia che era partito per raggiungere. Ma dal momento in cui vede quei piccoli ornamenti, l’oro comincia anche a orientare concretamente la ricerca.

Passa un altro giorno.

Il 14 ottobre Colombo esplora la costa e considera persino dove potrebbe essere costruita una fortificazione. Poi conclude che probabilmente non sarebbe necessaria. La ragione è la debolezza militare degli abitanti.

Ed è a questo punto che il linguaggio cambia ancora:

«con çinquenta hombres los ternán todos sojuzgados y les harán hazer todo lo que quisieren».

«Con cinquanta uomini li terranno tutti sottomessi e faranno loro fare tutto ciò che vorranno.»

Nello stesso passaggio Colombo considera la possibilità di prenderli e condurli in Castiglia oppure di tenerli soggetti sull’isola. Non siamo ancora davanti a un sistema coloniale organizzato, ma la possibilità della coercizione è ormai entrata esplicitamente nel suo ragionamento.

Occorre evitare l’anacronismo: il 14 ottobre 1492 non esiste ancora il sistema coloniale che verrà costruito negli anni successivi, né queste frasi permettono da sole di attribuire a Colombo tutto ciò che avverrà dopo.

Ma permettono di stabilire qualcosa di molto preciso.

12 ottobre: uomini che potrebbero diventare «buoni servitori».

13 ottobre: la ricerca dell’oro.

14 ottobre: la possibilità della sottomissione.

Sono trascorsi appena tre giorni dal primo incontro.

La conversione religiosa, la curiosità verso uomini sconosciuti, la ricerca della ricchezza e la valutazione della loro vulnerabilità non compaiono in momenti separati della vicenda colombiana. Sono già presenti, quasi contemporaneamente, nello sguardo dell’uomo che aveva appena messo piede su quelle terre.

Tre giorni bastano per incrinare il monumento.

La scoperta deve rendere

Nei mesi successivi al primo sbarco l’oro continuò a orientare una parte importante delle esplorazioni di Colombo. Gli indigeni indicavano luoghi, isole e sovrani che, attraverso interpretazioni spesso incerte dei gesti e delle parole, sembravano possederne grandi quantità. Colombo seguiva quelle indicazioni perché ogni traccia del metallo prezioso poteva confermare ciò che continuava a credere: di essere arrivato nelle vicinanze delle ricchissime terre dell’Asia.

Ma quando intraprese il viaggio di ritorno verso la Spagna dovette confrontarsi con una realtà meno spettacolare delle aspettative. Non aveva trovato le immense ricchezze immaginate. Aveva però raggiunto terre sconosciute agli europei, ne aveva preso possesso in nome dei sovrani e soprattutto poteva sostenere che quelle terre possedessero un enorme potenziale.

È in questa prospettiva che va letta la celebre lettera a Luis de Santángel, datata 15 febbraio 1493 durante il viaggio di ritorno. Santángel, funzionario della Corona d’Aragona e uomo coinvolto nel finanziamento dell’impresa, non era un destinatario qualsiasi. Colombo doveva raccontare un successo capace di giustificare una nuova spedizione.

La lettera si apre infatti annunciando il risultato ottenuto:

«Señor, porque sé que avréis plazer de la grand victoria que Nuestro Señor me ha dado en mi viaje».

«Signore, poiché so che avrete piacere della grande vittoria che Nostro Signore mi ha concesso nel mio viaggio.»

La parola è significativa: vittoria. Colombo non presenta un tentativo incompiuto, ma un’impresa riuscita. Descrive Hispaniola come una terra straordinariamente fertile, ricca di porti, fiumi, montagne e possibilità agricole. Parla delle popolazioni incontrate, della loro disponibilità agli scambi e della prospettiva della loro conversione.

E naturalmente torna l’oro.

Colombo racconta di aver preso possesso di quelle terre per i sovrani e prospetta ciò che esse potrebbero fornire alla Castiglia. Verso la conclusione della lettera il linguaggio diventa quasi quello di un programma economico:

«pueden ver Sus Altezas que yo les daré oro cuanto ovieren menester […] y algodón cuanto mandaren cargar, y almástiga cuanta mandaren cargar […] y esclavos cuantos mandaren cargar, y serán de los idólatras».

«Le Loro Altezze possono vedere che io darò loro tutto l’oro di cui avranno bisogno […] e tutto il cotone che ordineranno di caricare, e tutto il mastice che ordineranno di caricare […] e tutti gli schiavi che ordineranno di caricare, e saranno degli idolatri.»

La frase richiede una precisazione. Colombo non sta formulando qui un progetto esplicito di schiavizzazione indiscriminata di tutti gli abitanti delle isole. Scrive però, senza ambiguità, che tra ciò che potrebbe fornire ai sovrani vi sarebbero anche schiavi, specificando che «saranno degli idolatri».

Il passaggio resta decisivo: anche esseri umani compaiono nell’elenco di ciò che la nuova impresa potrebbe fornire.

La scoperta sta cambiando natura.

Colombo non dispone ancora delle quantità d’oro che aveva sperato di trovare. Offre qualcosa che, per convincere la Corona a investire nuovamente, può essere altrettanto importante: la promessa della ricchezza futura.

Terre fertili, oro, cotone, spezie, uomini, possibilità di conversione e nuovi domini vengono presentati come parti dello stesso risultato.

Il primo viaggio era cominciato con una domanda geografica: si può raggiungere l’Asia navigando verso occidente?

Al ritorno, senza che Colombo abbia ancora compreso la natura geografica delle terre raggiunte, ne sta già emergendo un’altra:

quanto può rendere ciò che abbiamo trovato?

Tornare per restare

Quando Colombo ripartì dalla Spagna il 25 settembre 1493, la dimensione dell’impresa era completamente cambiata. Non c’erano più tre piccole navi e poche decine di uomini, ma una flotta di diciassette imbarcazioni con oltre un migliaio di persone. Religiosi, artigiani, uomini d’arme, contadini, animali, sementi, attrezzi e materiali necessari alla costruzione attraversarono l’Atlantico.

Non si trattava più soltanto di trovare una rotta.

Questa volta si partiva per restare.

A Hispaniola le aspettative economiche si scontrarono presto con una difficoltà: l’oro esisteva, ma non nelle quantità e con la facilità immaginate. Per ottenerlo occorrevano uomini che lo cercassero, lo raccogliessero e lo consegnassero. La ricerca della ricchezza cominciò così a trasformarsi in organizzazione del lavoro e controllo della popolazione.

Nel 1495 Colombo impose agli indigeni un pesante sistema di tributi. Ogni adulto doveva consegnare ogni tre mesi un sonaglio da falcone pieno di polvere d’oro oppure, dove l’oro non era disponibile, venticinque libbre di cotone tessuto. La richiesta sottoponeva popolazioni che vivevano secondo un’organizzazione economica completamente diversa a un sistema di produzione imposto dagli europei.

Contemporaneamente cominciarono le catture. Il 24 gennaio 1495 la squadra comandata da Antonio de Torres lasciò Hispaniola portando verso la Spagna l’oro che era stato possibile raccogliere nella colonia e cinquecento Taíno destinati alla vendita come schiavi a Siviglia.

Colombo non aveva quindi abbandonato l’idea già prospettata nella lettera del 1493: se l’oro non avesse garantito da solo il rendimento sperato, anche gli uomini potevano contribuire economicamente all’impresa.

Ed è qui che entra in scena Isabella di Castiglia.

La posizione della regina fu più complessa di quanto suggeriscano sia la leggenda della sovrana protettrice degli indigeni sia quella opposta della regina che ne avrebbe semplicemente autorizzato la schiavizzazione. La schiavitù apparteneva pienamente alla società europea del tempo e poteva essere considerata legittima in determinate circostanze, in particolare nei confronti dei prigionieri catturati in una guerra ritenuta giusta. Anche Isabella ebbe inizialmente esitazioni sulla condizione giuridica degli uomini che Colombo inviava in Spagna.

Ma progressivamente si impose un principio diverso: gli abitanti delle nuove terre, in quanto sudditi della Corona, non potevano essere ridotti arbitrariamente in schiavitù.

Nel 1500 la questione esplose definitivamente. Colombo aveva distribuito indigeni a coloni e uomini rientrati in Castiglia. Isabella reagì contestando il diritto dell’Ammiraglio di disporre dei suoi sudditi e, con una real cédula del 20 giugno 1500, venne ordinato che gli indigeni portati in Castiglia e donati da Colombo fossero recuperati, liberati e ricondotti nelle loro terre.

Non era l’abolizione universale della schiavitù. Era però una distinzione giuridica fondamentale: essere abitante delle terre conquistate non costituiva, di per sé, un titolo sufficiente per essere trasformato in schiavo.

Ma proprio qui nasce la contraddizione.

Essere riconosciuti come uomini liberi non significava essere liberi dal lavoro imposto. La colonia aveva bisogno di braccia. L’oro doveva essere raccolto, i campi coltivati, gli insediamenti costruiti. Mentre la Corona cercava di definire i limiti giuridici della schiavitù indigena, nelle isole prendevano forma sistemi di coercizione e assegnazione del lavoro che avrebbero segnato profondamente la colonizzazione successiva.

La distinzione giuridica era enorme.

Per chi doveva lavorare, poteva esserlo molto meno.

Il secondo viaggio aveva dunque definitivamente superato il confine dell’esplorazione. Gli europei non stavano più soltanto cercando le ricchezze delle Indie.

Avevano cominciato a organizzare uomini e territori perché quelle ricchezze venissero prodotte.

Sulla banchina di Siviglia

 

Siviglia, 21 ottobre 1495. Amerigo Vespucci non è ancora il navigatore il cui nome finirà sulle carte geografiche di un continente. È un mercante fiorentino che lavora negli affari commerciali di Giannotto Berardi.

Quel giorno prende in consegna un carico proveniente da Hispaniola.

Ci sono oro e indigeni ridotti in schiavitù.

La scena sembra condurci lontano da Colombo. In realtà ci porta direttamente dentro la trasformazione economica della sua impresa.

Vespucci è documentato a Siviglia almeno dal 10 marzo 1492, quando compare come testimone in una procura a favore di Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici. La città andalusa ospitava una prospera comunità di mercanti fiorentini, inserita in reti commerciali che arrivavano fino a Lisbona e all’Atlantico settentrionale. Fra gli uomini più importanti di quell’ambiente c’era proprio Berardi.

Mercante fiorentino, impegnato anche nel commercio degli schiavi africani, Berardi commerciava inoltre tessuti, pellami e legname. Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici gli avevano affidato la gestione del loro banco sivigliano. Contemporaneamente Berardi entrò negli affari di Colombo, del quale divenne consulente e finanziatore. Vespucci e Girolamo Ruffaldi operarono invece come fattori al suo fianco.

Nel 1494 Berardi fu incaricato dell’allestimento di quattro navi che Antonio de Torres avrebbe dovuto condurre a Hispaniola con coloni e rifornimenti. Il 9 aprile 1495 ricevette una nuova commessa: dodici caravelle, da fornire in gruppi di quattro, ancora destinate a de Torres.

A quel punto il viaggio del 1492 aveva già generato un movimento continuo di uomini, viveri, animali, attrezzature e merci fra la penisola iberica e Hispaniola.

Ma le navi percorrevano la rotta anche nella direzione opposta.

Nel gennaio 1495 de Torres aveva lasciato Hispaniola portando verso la Spagna l’oro raccolto nella colonia e cinquecento Taíno destinati alla vendita come schiavi a Siviglia. La squadra raggiunse Cadice nell’aprile successivo.

Ed è qui che, alcuni mesi dopo, ritroviamo Vespucci.

Il 21 ottobre 1495 fu lui a prendere in consegna il carico d’oro e di schiavi riportato da de Torres.

Il collegamento con i Medici deve essere mantenuto nella sua esatta dimensione. Non abbiamo elementi per sostenere che Lorenzo di Pierfrancesco de’ Medici abbia finanziato direttamente il viaggio di Colombo. Affermarlo significherebbe trasformare una rete documentabile in una leggenda.

La realtà è più interessante.

Gli uomini appartenenti alla rete mercantile fiorentina nella quale operavano gli interessi del ramo mediceo si trovarono, fin dai primi anni, dentro gli affari generati dalle spedizioni colombiane. Berardi organizzava navi per le imprese oltreoceano. Vespucci lavorava al suo fianco. E ciò che attraversava l’Atlantico non era più soltanto la notizia di terre sconosciute.

Erano navi, rifornimenti, commesse, oro.

Ed erano uomini.

Tre anni dopo Guanahaní, a Siviglia, la scoperta aveva già cominciato ad avere un libro mastro.

Dietro il mito della scoperta

Giudicare Cristoforo Colombo come se fosse un uomo del XXI secolo sarebbe facile. E sarebbe anche storicamente poco utile.

La schiavitù esisteva nell’Europa del suo tempo. La conquista militare era uno strumento ordinario della politica. L’espansione della fede cristiana poteva essere considerata una giustificazione dell’espansione territoriale. Mercanti italiani, portoghesi e castigliani commerciavano già uomini lungo le rotte mediterranee e africane molto prima che le caravelle raggiungessero i Caraibi.

Colombo apparteneva a quel mondo.

Ma appartengono allo stesso mondo anche le sue parole.

Ed è proprio per questo che non occorre trasformarlo né in un santo né in un mostro. Basta seguirlo.

Il 12 ottobre 1492 Colombo incontra uomini che nessun componente della sua spedizione aveva mai visto. Li osserva, ne descrive l’aspetto, offre loro piccoli doni, ne apprezza la disponibilità e pensa alla possibilità di convertirli al cristianesimo. Nello stesso giorno annota che potrebbero diventare «buoni servitori».

Il giorno successivo vede piccoli ornamenti e cerca di capire da dove provenga l’oro.

Il 14 ottobre valuta la loro debolezza militare e scrive:

«con çinquenta hombres los ternán todos sojuzgados».

«Con cinquanta uomini li terranno tutti sottomessi.»

Sono parole che appartengono ai primissimi giorni dell’incontro.

Eppure sarebbe sbagliato leggere in quelle righe l’intera storia successiva come se fosse già inevitabilmente contenuta nella mente di Colombo. Nel 1492 non esiste ancora il sistema coloniale spagnolo. Non esistono ancora l’immenso impero americano, le grandi miniere d’argento, la tratta atlantica nelle dimensioni che assumerà nel secolo successivo. Colombo stesso continuerà fino alla morte a interpretare geograficamente ciò che aveva trovato attraverso l’idea dell’Asia.

Quello che possiamo osservare è qualcosa di più limitato, ma forse proprio per questo più significativo.

Esplorazione, evangelizzazione, dominio e interesse economico non arrivarono uno dopo l’altro. Cominciarono a convivere quasi immediatamente.

Nel febbraio 1493 Colombo presentava già alla Corona le possibilità offerte dalle nuove terre. Nel secondo viaggio gli uomini non attraversavano più l’Atlantico soltanto per esplorare, ma per stabilirsi. A Hispaniola la ricerca dell’oro divenne tributo e lavoro imposto. Gli indigeni vennero catturati e alcuni inviati in Spagna come schiavi. A Siviglia, uomini come Berardi e Vespucci partecipavano alla rete che trasformava la distanza oceanica in navi, rifornimenti, contratti e carichi.

In appena tre anni, ciò che era cominciato come il tentativo di raggiungere l’Asia navigando verso occidente aveva prodotto qualcosa che Colombo stesso non avrebbe potuto immaginare completamente: l’inizio di un nuovo spazio economico atlantico.

Non è necessario cancellare il navigatore per raccontare questa storia. La traversata del 1492 rimane un’impresa nautica straordinaria. Né occorre negare che Colombo fosse mosso anche dalla fede, dall’ambizione personale, dalla curiosità e dalla convinzione di aver aperto una nuova strada verso l’Oriente.

Il mito comincia a incrinarsi quando smettiamo di scegliere una sola di queste motivazioni.

Torniamo allora sulla spiaggia di Guanahaní.

È il 12 ottobre 1492. Davanti a Colombo ci sono uomini che l’Europa non conosce. Li guarda, cerca di comprenderli, pensa alla loro conversione e alla loro utilità.

Il giorno dopo cerca l’oro.

Forse, dietro il mito della scoperta, la storia comincia proprio nello spazio brevissimo che separa questi due sguardi.

La Redazione

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Fonti e bibliografia essenziale

  • Cristoforo Colombo, Diario del primo viaggio alle Indie (1492–1493), nella relazione compendiata da Bartolomé de Las Casas. Il testo originale del giornale di Colombo non è conservato; la redazione di Las Casas costituisce la principale testimonianza attraverso cui ne conosciamo il contenuto.
  • Capitolazioni di Santa Fe, 17 aprile 1492. Accordi fra i Re Cattolici e Cristoforo Colombo relativi a titoli, prerogative e partecipazione ai proventi delle terre che sarebbero state scoperte o conquistate.
  • Cristoforo Colombo, Lettera a Luis de Santángel, 15 febbraio 1493. Relazione del primo viaggio e delle possibilità economiche offerte dalle terre raggiunte.
  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Colombo, Cristoforo». Utilizzata per la ricostruzione dei viaggi, della colonizzazione di Hispaniola, dei tributi imposti agli indigeni e dei rapporti economici con la Corona.
  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Vespucci, Amerigo». Utilizzata per i rapporti fra Amerigo Vespucci, Giannotto Berardi, Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de’ Medici e per l’organizzazione commerciale delle spedizioni colombiane.
  • Treccani, Dizionario Biografico degli Italiani, voce «Colombo, Giacomo». Utilizzata in particolare per la spedizione di Antonio de Torres del 1495 e l’invio in Spagna di indigeni Taíno destinati alla vendita come schiavi.
  • Luis Arranz Márquez, Una reina contra el sistema. Isabel la Católica y la esclavitud de los indios, Arbor – Consejo Superior de Investigaciones Científicas (CSIC). Utilizzato per la posizione della Corona sulla condizione giuridica degli indigeni e per la real cédula del 20 giugno 1500.

Nota per le immagini

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

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