Leggere significa ancora attraversare davvero un libro

«QUANDO NON SERVIRÀ PIÙ BRUCIARE I LIBRI»
Tra sintesi, memoria e intelligenza artificiale, la conoscenza rischia di perdere l’esperienza vissuta
Redazione Inchiostronero
L’Intelligenza Artificiale può riassumere in pochi secondi ciò che un libro richiede ore per raccontare. Ma conoscere un’opera equivale davvero ad averla letta? Tra il vecchio Bigino e l’IA contemporanea si apre una questione che riguarda meno le macchine che l’uomo: il confine tra risparmiare intelligentemente il proprio tempo e delegare progressivamente la fatica necessaria alla conoscenza.
Non occorre bruciare i libri se quasi nessuno li legge più.
La frase ha qualcosa di provocatorio, forse persino di eccessivo, ma contiene un sospetto difficile da liquidare. Per secoli abbiamo immaginato la distruzione dei libri come uno degli atti supremi del potere: biblioteche incendiate, opere proibite, indici, censure, roghi. Distruggere un libro significava impedire che qualcuno potesse incontrare le idee contenute nelle sue pagine.
Oggi potrebbe presentarsi una situazione molto più singolare: i libri continuano a esistere, vengono ristampati, digitalizzati, conservati in biblioteche sterminate e resi disponibili con una facilità mai conosciuta nella storia. Eppure potremmo progressivamente smettere di leggerli.
Non perché qualcuno ce lo proibisca.
Perché potremmo scoprire di poter sapere che cosa contengono senza affrontare la fatica necessaria per leggerli.
Ed è qui che entra in scena l’Intelligenza Artificiale.
Il vecchio Bigino aveva già capito tutto
Prima di accusare l’IA di aver inventato la scorciatoia intellettuale, sarebbe opportuno ricordare il vecchio Bigino. Generazioni di studenti hanno conosciuto Manzoni, Dante, Leopardi, Dostoevskij e Shakespeare attraverso riassunti, commenti, antologie, schede, appunti e manuali.
Non sempre per pigrizia.
Talvolta perché bisognava preparare un’interrogazione in poche ore. Altre volte perché occorreva ricordare rapidamente personaggi e vicende di un libro letto mesi prima. Altre ancora perché una sintesi ben costruita permetteva di vedere con chiarezza ciò che durante la lettura era rimasto confuso.
Il Bigino poteva essere un imbroglio, ma poteva anche essere uno strumento.
L’Intelligenza Artificiale porta semplicemente questa possibilità a una dimensione infinitamente superiore. Non offre soltanto il riassunto di Delitto e castigo. Possiamo chiederle perché Raskol’nikov uccide, che cosa rappresenta Sonja, quale rapporto esiste tra colpa e redenzione, quanto pesa il cristianesimo di Dostoevskij, quali differenze separano il romanzo dal nichilismo russo, perfino di confrontarlo con Nietzsche, Kafka o Camus.
Il Bigino ci diceva che cosa dovevamo ricordare.
L’IA può aiutarci a capire.
Ed è proprio qui che la questione diventa meno semplice.
Ma tu Dostoevskij l’hai letto?

Immaginiamo due persone.
La prima ha letto integralmente Delitto e castigo. Cinquecento, seicento pagine a seconda dell’edizione. Ha impiegato giorni o settimane. Alcuni passaggi l’hanno appassionata, altri annoiata. Ha perso qualche particolare, ha saltato forse alcune descrizioni, ha dimenticato nomi, episodi e dialoghi. Dieci anni dopo ricorda soprattutto Raskol’nikov, l’omicidio della vecchia usuraia, Sonja e una vaga idea di colpa e redenzione.
La seconda persona non ha mai letto il romanzo. Ha però consultato una buona sintesi, letto alcune pagine critiche e interrogato un’IA sui temi fondamentali dell’opera. Potrebbe essere perfettamente in grado di spiegare la teoria dell’uomo straordinario, il conflitto morale di Raskol’nikov e la funzione di Sonja meglio del primo lettore.
A questo punto la domanda diventa imbarazzante:
È meglio aver letto Dostoevskij senza averlo capito, o non averlo letto e averne compreso qualcosa?
La risposta non è così ovvia come vorrebbe una certa aristocrazia della lettura.
Perché aver voltato tutte le pagine di un libro non garantisce affatto di averlo compreso.
E allora bisognerebbe porci una domanda ancora più indiscreta:
«Quanti libri che diciamo di avere letto sapremmo ancora raccontare?»
Leggere non significa soltanto sapere
Eppure qualcosa continua a distinguere i nostri due lettori.
Il primo ha trascorso del tempo con Raskol’nikov.
Questo particolare apparentemente banale cambia tutto.
Un romanzo non è soltanto ciò che possiamo ricavare dal suo contenuto. È anche il tempo necessario per attraversarlo. È attesa, ripetizione, deviazione, irritazione, sorpresa. È incontrare una frase senza sapere ancora che diventerà importante cento pagine dopo. È cambiare opinione su un personaggio. È dimenticare un particolare e improvvisamente ricordarlo. È persino annoiarsi.
L’IA può dirci che Raskol’nikov è tormentato dalla propria colpa. Dostoevskij, invece, ci costringe a stare dentro quel tormento.
Sono due forme diverse di conoscenza.
Potremmo conoscere perfettamente la trama dell’Odissea senza avere mai seguito Ulisse per ventiquattro canti. Potremmo sapere che cosa accade nella Recherche senza avere mai sperimentato la lentezza quasi esasperante con cui Proust trasforma un ricordo in un universo. Potremmo conoscere la conclusione di Moby Dick senza avere attraversato le interminabili digressioni sulle balene che Melville ci impone.
La sintesi elimina precisamente ciò che considera superfluo.
Ma nella letteratura il superfluo è spesso l’opera.
L’uomo indisciplinato
Sarebbe però troppo comodo accusare la tecnologia.
L’Homo sapiens ha sempre cercato scorciatoie.
Abbiamo inventato indici per non sfogliare tutto il volume, enciclopedie per non consultare cento libri, antologie per non leggere tutti gli autori, manuali per condensare discipline intere, recensioni per decidere se un libro meriti il nostro tempo. La nostra intelligenza non consiste soltanto nell’accumulare conoscenza, ma anche nel selezionarla.
La vita è breve. La biblioteca umana è praticamente infinita.
Pretendere di leggere integralmente tutto ciò che sarebbe interessante conoscere non è disciplina intellettuale: è impossibilità matematica.
La sintesi, allora, può diventare economia dell’intelligenza.
Posso voler conoscere le tesi fondamentali di un filosofo senza dedicargli sei mesi. Posso avere bisogno di ricordare un romanzo letto trent’anni prima. Posso voler capire se un autore meriti cinquanta ore della mia vita. In tutti questi casi l’IA non sostituisce necessariamente il pensiero: può orientarlo.
Il problema comincia quando lo strumento che dovrebbe aiutarci a scegliere che cosa approfondire diventa il motivo per non approfondire più nulla.
Quando la scorciatoia diventa la strada.
Delegare o scegliere?

Qui passa probabilmente il confine più importante.
Non tra carta e schermo. Non tra uomo e macchina. Nemmeno tra lettura integrale e riassunto.
Il confine passa tra economia dell’intelligenza e delega intellettuale.
Nel primo caso utilizzo la sintesi perché so che non posso leggere tutto e scelgo consapevolmente dove investire il mio tempo. Nel secondo smetto progressivamente di affrontare qualsiasi cosa richieda tempo proprio perché qualcuno — o qualcosa — può farlo al posto mio.
È una differenza sottile.
E riguarda molto meno l’Intelligenza Artificiale di quanto ci piaccia pensare.
Riguarda la nostra indisciplina.
La nostra impazienza.
La nostra antichissima capacità di trasformare ogni strumento di liberazione dalla fatica inutile in uno strumento di liberazione dalla fatica tout court.
Ma la conoscenza contiene una quota inevitabile di fatica. Non perché soffrire renda automaticamente più intelligenti, ma perché alcune cose hanno bisogno di tempo per modificare chi le incontra.
Il libro come esperienza inutile
Forse dovremo allora imparare a distinguere due domande che fino a ieri tendevamo a confondere.
Che cosa dice questo libro?
Che cosa significa leggere questo libro?
Alla prima domanda l’Intelligenza Artificiale potrà rispondere sempre meglio. Potrà riassumere, confrontare, spiegare, contestualizzare, ricordare al nostro posto milioni di informazioni.
Alla seconda, invece, non esiste sintesi.
Perché leggere Delitto e castigo significa anche impiegare molte ore della propria vita per arrivare dove una macchina potrebbe condurci in venti secondi.
Ed è proprio questa apparente inefficienza a costituire parte dell’esperienza.
Non dovremmo quindi trasformare il libro in un oggetto sacro. Ci sono libri che non meritano di essere terminati, libri che possono essere tranquillamente consultati, libri dei quali può bastare conoscere l’idea centrale. Abbandonare un libro non è un delitto e leggerne il riassunto non è una colpa morale.
Ma esistono opere per le quali sapere «che cosa succede» significa sapere pochissimo.
Perché il loro contenuto non è separabile dal tempo che chiedono.
La biblioteca perfetta e il lettore assente
L’Intelligenza Artificiale potrebbe regalarci qualcosa che l’umanità ha inseguito per millenni: una specie di biblioteca universale interrogabile.
Non dovremo più ricordare dove abbiamo letto qualcosa. Non dovremo conoscere necessariamente un autore per interrogarne il pensiero. Potremo attraversare in pochi minuti territori culturali che avrebbero richiesto settimane.
È una possibilità straordinaria.
Ma ogni conquista produce una tentazione.
Se posso conoscere il contenuto di mille libri senza leggerli, perché dovrei leggerne uno?
Forse la risposta non consiste nel demonizzare la sintesi, ma nel recuperare il valore della scelta. Usare l’IA per mille libri e decidere che dieci meritano di essere attraversati davvero. Servirsi della macchina per orientarsi nella biblioteca, non per evitare di entrarvi.
Perché il pericolo non è che l’Intelligenza Artificiale distrugga i libri.
È che ci abitui progressivamente all’idea che tutto ciò che richiede dieci ore e può essere riassunto in dieci minuti rappresenti uno spreco di nove ore e cinquanta.
A quel punto avremo guadagnato una quantità immensa di tempo.
Resterà da capire che cosa saremo diventati incapaci di farne.
I libri saranno ancora tutti lì. Ordinati nelle biblioteche, disponibili negli archivi digitali, stampati, indicizzati, riassunti, spiegati e perfettamente accessibili.
Nessuna censura.
Nessun rogo.
Nessun pompiere di Fahrenheit 451.
Soltanto un essere umano che potrebbe non sentire più la necessità di aprirli.
«Che cosa accadrà ai libri quando nessuno avrà più bisogno di distruggerli?»

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
- Nota sulle immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale - generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.