Le parole non raccontano soltanto il mondo: ci aiutano a distinguerlo

«QUANTE PAROLE SERVONO PER PENSARE?»
Pensiamo anche senza linguaggio, ma possedere più parole può cambiare ciò che riusciamo a riconoscere dentro e fuori di noi
Redazione Inchiostronero
Possiamo provare nostalgia senza conoscere la parola nostalgia. Possiamo sentirci umiliati senza riuscire a dire che ciò che proviamo è umiliazione. Il pensiero, dunque, non nasce necessariamente dalle parole. Eppure qualcosa accade quando impariamo a nominare con precisione ciò che vediamo, ricordiamo o sentiamo: il mondo sembra acquistare differenze che prima percepivamo soltanto confusamente. Da qui nasce una domanda apparentemente semplice: quante parole servono per pensare? Dalla filosofia del linguaggio alla psicologia cognitiva, da Wittgenstein alla neolingua immaginata da Orwell, il rapporto fra lessico e pensiero conduce a una questione molto contemporanea. Se il nostro vocabolario si restringe, perdiamo soltanto modi diversi per dire la stessa cosa oppure diventano più difficili anche alcune distinzioni del pensiero?
«Se i nomi non sono corretti,
il linguaggio non è conforme alla verità delle cose.»
— Confucio, Dialoghi, XIII, 3
(traduzione adattata)
«Non trovo la parola»
Capita più spesso di quanto siamo disposti ad ammettere. Qualcuno ci domanda che cosa abbiamo e noi rispondiamo:
«Non lo so. Sto male.»
Non stiamo mentendo. Quel malessere esiste. Lo sentiamo nel corpo, lo riconosciamo nei pensieri che ritornano, forse sappiamo perfino quale episodio lo abbia provocato. Eppure, quando cerchiamo di definirlo, qualcosa sfugge. È tristezza? Rabbia? Amarezza? Vergogna? Nostalgia? Frustrazione?
Poi, magari durante una conversazione, arriva una parola.
Delusione.
E improvvisamente sembra che qualcosa vada al proprio posto. Non perché quella parola abbia creato ciò che provavamo. La delusione c’era già, prima che riuscissimo a nominarla. Ma fino a quel momento era immersa in una massa indistinta che chiamavamo semplicemente «star male». Adesso possiamo separarla dalla tristezza, dalla rabbia, dall’amarezza. Possiamo persino cominciare a domandarci perché siamo delusi e da chi.
È un’esperienza quotidiana, apparentemente banale, eppure nasconde una questione enorme.
Quando troviamo la parola giusta, stiamo soltanto imparando a raccontare meglio qualcosa che già sappiamo oppure stiamo cominciando a comprenderla diversamente?
La distinzione è importante. Dire che il pensiero dipende interamente dal linguaggio sarebbe troppo semplice. Prima di imparare a parlare proviamo desideri e paure, riconosciamo persone e luoghi. E anche altri animali ricordano, scelgono, anticipano, risolvono problemi senza consultare un dizionario.
Dunque il pensiero non comincia necessariamente con una parola.
Ma forse una parola può fare qualcos’altro: può tracciare un confine dentro ciò che prima appariva confuso.
Tra sto male e sono deluso sono cambiate appena due parole.
Eppure, nel mezzo, potrebbe esserci già un pensiero in più.
Pensiamo anche senza parole
Se le parole fossero indispensabili per pensare, dovremmo concludere che un bambino, prima di imparare a parlare, non pensa. E sarebbe difficile sostenere una cosa del genere.
Un neonato riconosce un volto, distingue una voce familiare, manifesta aspettative, prova paura e desiderio. Molto prima di conoscere la parola madre, sa perfettamente che quella persona non è una persona qualunque. E qualcosa di simile accade nel mondo animale. Un cane può ricordare dove è stato nascosto un oggetto; un corvo può affrontare un problema e trovare una soluzione. Gli animali possono scegliere, attendere, anticipare una conseguenza. Nessuno di loro ha bisogno di costruire una frase per farlo.
Anche noi adulti continuiamo a pensare in parte senza parole. Quando immaginiamo la strada che dovremo percorrere per raggiungere un luogo, possiamo vederla mentalmente. Quando riconosciamo immediatamente un volto tra la folla, non dobbiamo descrivercelo. Un musicista può anticipare una sequenza di suoni e un pittore immaginare una forma prima ancora di sapere come raccontarla.
Il linguaggio, dunque, non coincide con il pensiero.
Ed è bene stabilirlo subito, perché altrimenti cadremmo in una conclusione tanto affascinante quanto sbagliata: chi possiede più parole sarebbe necessariamente più intelligente di chi ne possiede meno. Non è così. Un vocabolario vastissimo può accompagnarsi a pensieri banali, mentre una persona con un vocabolario più limitato può mostrare capacità di osservazione, intuizione e ragionamento straordinarie.
La questione interessante comincia proprio dopo aver riconosciuto questo limite.
Perché se possiamo pensare senza parole, possiamo anche domandarci che cosa accade al nostro pensiero quando le parole arrivano.
Torniamo per un momento al nostro «sto male». Possiamo provare un sentimento senza saperlo nominare. Ma quando impariamo a distinguere tristezza, nostalgia, rimpianto, malinconia, sconforto, quelle parole non aggiungono necessariamente nuove emozioni alla nostra vita. Aggiungono qualcosa di diverso: la possibilità di separarle.
È come osservare un paesaggio nella nebbia. Le montagne erano già lì. Poi la nebbia si solleva e cominciamo a distinguere una cima dall’altra.
Forse il linguaggio fa anche questo.
Non crea necessariamente il mondo che abbiamo nella mente. Ma può tracciarne meglio i confini.
Dare un nome significa distinguere
Una lingua ricca non è un museo pieno di parole rare da esibire per dimostrare cultura. La sua ricchezza diventa davvero utile quando ci permette di vedere differenze che altrimenti rischieremmo di confondere.
Prendiamo ancora una volta i sentimenti. Tristezza, malinconia, nostalgia, rimpianto, sconforto, desolazione possono sembrare variazioni eleganti intorno allo stesso stato d’animo. Ma non lo sono. Posso essere triste senza essere nostalgico; posso rimpiangere una scelta senza essere disperato; posso provare nostalgia per qualcosa che ricordo con gioia. Ogni parola ritaglia una porzione leggermente diversa dell’esperienza.
La realtà viene prima del vocabolario, naturalmente. Ma il vocabolario ci offre una griglia attraverso la quale possiamo osservarla.
È qui che diventa inevitabile incontrare Ludwig Wittgenstein. Nel Tractatus logico-philosophicus scrive una delle frasi più citate — e spesso più semplificate — della filosofia del Novecento:
«I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo.»
— Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 5.6
La frase appartiene a una riflessione assai più complessa sui rapporti fra linguaggio, pensiero e mondo e sarebbe sbagliato ridurla alla formula secondo cui ciò che non sappiamo nominare non esiste. Una montagna non scompare perché ignoriamo il suo nome, né un sentimento smette di essere provato perché non possediamo ancora la parola che lo definisce. Ma Wittgenstein ci conduce davanti al problema che interessa a noi: quale rapporto esiste tra ciò che possiamo formulare linguisticamente e il mondo che siamo capaci di rappresentarci?
La linguistica e la psicologia cognitiva hanno affrontato la questione da prospettive diverse e con molta cautela. L’idea forte secondo cui la lingua determinerebbe ciò che siamo capaci di pensare è difficilmente sostenibile. Ma questo non significa che lingue, categorie e vocabolari siano cognitivamente irrilevanti. Le parole possono indirizzare l’attenzione, facilitare alcune classificazioni, rendere più disponibili certe distinzioni.
Possiamo pensare al linguaggio come a una carta geografica. La carta non crea il territorio. Un fiume scorre anche se nessuno lo ha disegnato. Ma una carta dettagliata permette di distinguere il fiume dal torrente, la strada dal sentiero, il confine dalla semplice linea del paesaggio. E soprattutto permette di sapere dove ci troviamo.
Lo stesso potrebbe accadere dentro di noi.
Dire «sto male» indica un territorio immenso. Dire «sono deluso» restringe la zona. Dire «sono deluso perché mi aspettavo da quella persona qualcosa che non è accaduto» significa cominciare a orientarsi.
Per questo perdere una parola non equivale necessariamente a perdere la cosa che quella parola indicava. Possiamo continuare a provarla, incontrarla, subirla. Ma potremmo avere più difficoltà a isolarla dalle altre, riconoscerla e discuterla.
Ed è proprio qui che una questione apparentemente linguistica comincia a diventare qualcosa di più.
Perché se le parole ci aiutano a distinguere, qualcuno potrebbe domandarsi anche il contrario:
che cosa succede quando, invece di aggiungere parole, cominciamo deliberatamente a toglierle?
Qui abbiamo fatto un intervento che considero importante: Wittgenstein ora è filologicamente più protetto. Non gli facciamo dire ciò che serve a noi; prendiamo la sua frase e da quella apriamo la nostra domanda.
Quando le parole diminuiscono
Se aggiungere una parola può permetterci di distinguere meglio, togliere parole dovrebbe produrre l’effetto contrario. George Orwell costruì intorno a questa intuizione uno degli strumenti più inquietanti di 1984: la neolingua.
Il principio è semplice. Un regime non deve limitarsi a proibire certe affermazioni. Può tentare qualcosa di più radicale: restringere progressivamente il vocabolario con cui quelle affermazioni potrebbero essere formulate. Nella neolingua le parole inutili, ambigue, sfumate o pericolose vengono eliminate; i significati ridotti; i contrari costruiti meccanicamente. L’obiettivo finale non è soltanto impedire di pronunciare un pensiero proibito, ma renderlo sempre più difficile da concepire.
«Non capisci che lo scopo principale della neolingua è restringere l’area del pensiero?»
— George Orwell, 1984, Parte prima, cap. V
(traduzione nostra dall’originale inglese)
Orwell naturalmente non stava scrivendo un trattato di linguistica. Stava costruendo un esperimento letterario sul potere. Ma l’intuizione rimane formidabile: governare le parole può significare anche intervenire sulle possibilità attraverso cui organizziamo e comunichiamo il pensiero.
Non occorre però immaginare un Ministero della Verità per arrivare al nostro presente. E soprattutto non occorre immaginare che qualcuno stia deliberatamente cancellando le parole. Un vocabolario può restringersi anche in un altro modo.
Possiamo semplicemente smettere di usarne una parte.
La comunicazione quotidiana è diventata più rapida, frammentata, immediata. Scriviamo mentre camminiamo, leggiamo mentre aspettiamo, rispondiamo con un’icona, comprimiamo una reazione in poche lettere. Non c’è niente di necessariamente decadente in tutto questo. Le lingue hanno sempre abbreviato, importato parole straniere, inventato gerghi, eliminato termini caduti in disuso. Un’emoji può perfino aggiungere a una frase un tono che le sole parole non riuscirebbero a rendere altrettanto rapidamente.
Il problema comincia quando la velocità non modifica soltanto il modo in cui parliamo, ma riduce stabilmente il numero delle distinzioni che utilizziamo.
Una quantità sorprendente di esperienze può allora diventare assurda. Una persona, una serata, una canzone, una notizia possono essere fantastiche. Qualcosa che ci mette a disagio, ci imbarazza, ci appare ridicolo o semplicemente appartiene a un’altra generazione può finire sotto un unico cringe. Non sono parole sbagliate. Il problema nasce quando una parola capace di significare molte cose comincia a sostituire tutte le altre.
È il vocabolario della fretta: efficace, economico, immediatamente comprensibile.
Ma ogni economia ha un prezzo.
Se rabbia, indignazione, irritazione, risentimento, rancore diventano semplicemente «sono incazzato», l’emozione non scompare. Scompare però una parte della nostra capacità di precisare quale emozione stiamo provando. E quando le differenze linguistiche si assottigliano, anche una discussione complessa può facilmente ridursi a poche opposizioni elementari: giusto o sbagliato, vero o falso, amico o nemico, con noi o contro di noi.
Non siamo nella neolingua di Orwell. Nessuno ci sta necessariamente cancellando le parole dal dizionario.
La domanda è forse più scomoda proprio per questo:
che cosa accade quando siamo noi, semplicemente, a smettere di usarle?
La parola che mancava
Torniamo alla persona da cui siamo partiti.
Qualcuno le ha chiesto che cosa avesse e lei ha risposto: «Sto male.»
Non era una risposta falsa. Era soltanto imprecisa. Dentro quelle due parole potevano esserci tristezza, rabbia, paura, vergogna, nostalgia, risentimento. Il sentimento esisteva, ma non aveva ancora trovato il proprio confine.
Poi è arrivata una parola.
Delusione.
«Non sono triste. Sono deluso.»
È cambiato poco, apparentemente. Non è scomparso il dolore, non si è risolto il problema, non è cambiato ciò che è accaduto. Eppure quella persona adesso possiede qualcosa che prima non aveva: una distinzione. Può chiedersi da chi sia stata delusa, che cosa si aspettasse, perché quell’aspettativa fosse importante. Una parola non ha guarito il sentimento. Gli ha dato una forma sulla quale il pensiero può lavorare.
Forse è questo il punto al quale conduce la domanda che ci siamo posti fin dall’inizio.
Quante parole servono per pensare?
Non esiste un numero. E sarebbe assurdo trasformare il vocabolario in un test dell’intelligenza. Abbiamo visto che il pensiero può precedere il linguaggio e può esistere senza di esso. Un bambino pensa prima di parlare; un animale riconosce, ricorda, sceglie; noi stessi continuiamo a pensare attraverso immagini, suoni, percezioni che non hanno bisogno di essere immediatamente tradotti in frasi.
Ma le parole fanno qualcosa che difficilmente possiamo considerare secondario: ci permettono di separare.
Separano il rimpianto dalla nostalgia, l’invidia dalla gelosia, l’irritazione dalla rabbia, la paura dall’angoscia. E ciò che vale per i sentimenti vale anche fuori di noi. Più strumenti concettuali possediamo, più possiamo riconoscere differenze, formulare domande, mettere in relazione esperienze che altrimenti rimarrebbero confuse.
Per questo la perdita di una parola non cancella necessariamente una parte della realtà. Sarebbe un’affermazione eccessiva. Ma può renderla più difficile da distinguere da ciò che le sta intorno.
Ed è forse qui che il problema linguistico diventa anche culturale. Una società che dispone di molte parole non è automaticamente più intelligente, più libera o più giusta. Ma una società che si abitua a usarne sempre meno rischia di trovarsi davanti a un mondo nel quale molte cose continuano a esistere senza che si senta più il bisogno di distinguerle.
La ricchezza di una lingua, allora, non si misura soltanto dal numero delle parole contenute in un dizionario. Si misura anche da quante di quelle parole siamo ancora capaci di trovare quando ci servono.
Perché tra «sto male» e «sono deluso» non c’è soltanto una frase più precisa.
C’è una parte di noi che finalmente siamo riusciti a vedere.
E allora possiamo tornare alla domanda iniziale senza pretendere di darle una risposta numerica.
Forse una lingua ricca non serve soltanto a dire meglio ciò che pensiamo. Serve a permetterci di pensare cose che, senza quelle parole, non avremmo saputo distinguere.

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.
Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero
Bibliografia essenziale
- Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus, 1921. — In particolare la proposizione 5.6: «I limiti del mio linguaggio significano i limiti del mio mondo».
- George Orwell, 1984, 1949. — Per la neolingua e il rapporto fra riduzione del vocabolario, pensiero e potere; fondamentale anche l’Appendice, I principi della neolingua.
- Lera Boroditsky, How Language Shapes Thought, «Scientific American», 2011. — Una sintesi accessibile delle ricerche sul modo in cui le categorie linguistiche possono influenzare attenzione, memoria e percezione.
- Guy Deutscher, Through the Language Glass: Why the World Looks Different in Other Languages, Metropolitan Books, 2010. — Sul rapporto fra struttura delle lingue, percezione e abitudini del pensiero, evitando le versioni più rigide del determinismo linguistico.
- Steven Pinker, The Language Instinct: How the Mind Creates Language, William Morrow, 1994. — Utile come contrappeso teorico: linguaggio e pensiero non coincidono e l’assenza di una parola non implica l’impossibilità di concepire ciò che essa potrebbe indicare.