L’opera infinita che divide ancora l’Italia

«Quel Ponte verso la fine del mondo»
Tra mito, politica e illusioni, il Ponte resta sospeso nell’immaginario degli italiani
di Marcello Veneziani
Il Ponte sullo Stretto è molto più di un’opera pubblica: è diventato un luogo dell’immaginario italiano, continuamente annunciato, contestato, progettato e rinviato. Marcello Veneziani ne ripercorre con ironia la lunga esistenza virtuale, tra politica, interessi, polemiche, letteratura e suggestioni simboliche. Come il ponte spezzato di Magritte che nell’acqua si riflette miracolosamente intero, anche quello tra Sicilia e Calabria sembra vivere soprattutto nella sua rappresentazione. Un’opera capace di dividere il Paese ancora prima di esistere e di trasformarsi, tra Scilla e Cariddi, nella metafora di un’Italia eternamente sospesa fra il desiderio di costruire e la tentazione di impedire. (N.R.)

A che punto è lo stato pontificio, ossia a che punto è la realizzazione del ponte sullo Stretto, opera leggendaria, da sempre invocata e temuta, che appare e scompare da decenni? A quest’ora avremmo dovuto vederlo già realizzato, poi contestato, magari abbattuto e forse rifatto; e invece è al punto di prima, e la sua storia virtuale, di metaponte, comprende nel suo seno immaginario la realizzazione, la rimozione, la caduta e il rimpianto. E invece non si è mosso dal punto di partenza, è solo un effetto ottico, come la fata Morgana tra Scilla e Cariddi; salvo miliardate perdute nel nulla insieme ad altrettante chiacchiere e cortei, affari e malaffari. Il ponte non c’è ma è attivo lo strett food, la gente che ci mangia sopra.
Il ponte sullo Stretto somiglia al Ponte d’Eraclito, l’opera pittorica di da René Magritte, che era un ponte a metà, non si sa se inconcluso o caduto a metà, ma che si rispecchiava intero nelle acque; così carico di significati simbolici e illusionistici.
Al ponte o meglio contro il ponte, ha dedicato un recente panegirico il critico letterario Giulio Ferroni (Tra Scilla e Cariddi, ed. Laterza):(1) un viaggio letterario contro la Bestia, che raduna tutte le ragioni ostili al ponte: mito e letteratura, storia, cultura e ambiente, fino a diventare metafora d’ogni minaccia o malefatta in corso sul pianeta.
Sul tema non so essere costruttivo; giudico eccessive le aspettative intorno al ponte, sia dei suoi fautori che dei suoi nemici. Mi pare grottesco l’accanimento di Salvini per realizzarlo, come se collegasse la Sicilia alla Padania; ma più insopportabile mi pare il disprezzo che una fetta del Paese vomita sul leader leghista, in ogni occasione, dal Ponte a Fabrizio De André, dai treni a ogni cosa dica e faccia. Se scioperano contro di lui, la colpa è sua, se i treni si fermano perché i sindacati sono in agitazione permanente, i ladri rubano il rame sulle linee ferroviarie o qualcuno si butta sotto il treno, è sempre colpa di Salvini.

Anni fa, quando il pontefice (pontifex significa facitore di ponti) era il Faraone Berluscone, proposi un’opera pubblica inversa per lo Stretto: un Divaricatore che allontanasse la Sicilia dal Continente, in modo che al posto dello Stretto nascesse il Largo di Messina. Per salvare la Sicilia dall’Italia e l’Italia dalla Sicilia, proponevo di passare dalla separazione al divorzio, anziché tentare unioni forzose e artificiose. Allargare lo stretto sarebbe un’opera grandiosa come quella opposta di costruire il ponte; l’impresa darebbe ugualmente lavoro a tanta gente, ricchi appalti e grossi investimenti, sarebbe una meravigliosa attrazione ma esalterebbe la regale isolitudine della Sicilia. Un’isola ridotta a penisola è un’isola in pena. La Sicilia è un mondo a sé, per natura e cultura, indole e storia, dio la preservi nella sua dorata negligenza e nella sua divina anomalia. È nubile, la Signorina Trinacria, non coniugatela. Non sposate Scilla con Cariddi, i luoghi più impervi da raggiungere sono i più preziosi. Non vedete che pure l’Etna scoraggia i voli e le comunicazioni? Non si può regalare Ibla e Ortigia, Erice e la Valle dei templi, Segesta e Selinunte, il normanno farcito di greco e di fenicio, sciroccato d’arabo e glassato di barocco, alla banale nordità del continente. La Sicilia è un capo, unico, non una coda, velenosa. Che resti così, una spremuta d’Africa e d’Europa, di Grecia, Spagna e Medio Oriente, isolata regina nel Cuore del Mediterraneo di cui è la sintesi, vivente e morente.
In realtà, le buone ragioni in favore del ponte sono bilanciate dalle buone ragioni per avversarlo, a parte la solita pregiudiziale che sulle grandi opere mettono le zampe le associazioni mafiose. Un’impresa mastodontica per risparmiarsi il traghetto e guadagnare solo un quarto d’ora, che a sud si spreca quasi ogni quarto d’ora, o come si dice da noi, “finché ti volti e ti giri”. E poi una volta collegati, per andare da Messina a Palermo e Catania, torni al Medioevo ferroviario e stradale. I treni impiegano così tanto che resta insuperato il consiglio che mi fu dato vent’anni fa per andare da Palermo a Reggio Calabria: prendi l’aereo e fai scalo a Roma. Non saprei a che partito iscrivermi a proposito del ponte: non sono tra i favorevoli ma sono contrario ai contrari, soprattutto a coloro che lo fanno per odio verso Berlusconi ieri, verso Salvini oggi, più l’aggravante Meloni.
I siciliani non sono mai così netti e lineari da esaurirsi in un si e un no. Sicché, oltre i favorevoli e i contrari al ponte ci sono i tiepidi, gli agnostici, i perplessi e i contorti saraceno-barocchi. La categoria più numerosa e colta, in Sicilia, sono proprio i contorti che si perdono nei ghirigori della dietrologia, nei pensieri riflratti e sospettosi, nel rococò degli arzigogoli e negli arabeschi più sinuosi. Non è mai vero quello che appare. E in Calabria? Se non urtassi la loro indole permalosa, direi che prevale l’omertà sul ponte, una sorta di tacito assenso e tacito dissenso; ma forse mi sbaglio, non ho capito i moti profondi di quella gente fiera e cervellina.

Ferroni viaggia nella letteratura e nella mitologia sicula, riporta in superficie il mitico Colapesce e pesca il buddaci, pesce tipico dello Stretto e ci racconta il ponte dalle sponde degli antichi, a partire da Omero e Seneca, e dei moderni a partire da Goethe e Schiller. Per inoltrarsi poi tra Pirandello e Verga, Vittorini e Quasimodo, Sciascia e Bufalino, Consolo e D’Arrigo.
Per Ferroni il ponte è “un’offesa alla natura e alla vita, al mito, alla storia e alla cultura”; ci vede la zampata dell’ultracapitalismo, il punto di non ritorno, l’offesa e il danno. Ho visto nel mondo ponti ben più ardui e lunghi di quello di Messina, che è una gioia percorrere; e ho visto cadere tragicamente ponti ben più brevi e “facili” come quello di Genova, dove non c’era la mafia, il sud, ma i Benetton e le amministrazioni liguri. Capisco gli argomenti che taluni avanzano sull’instabilità sismica delle sponde, anche se più foriere di sciagura mi sembrano le costruzioni intorno ai Campi Flegrei, al Vesuvio o all’Etna.
Ma è soprattutto su un altro terreno a me più familiare che esprimo dissenso in merito ai nemici del ponte. Mi riferisco al mito e alla natura; violati dappertutto, calpestati da una visione industrialista, produttivista e capitalista ma anche progressista, eco-eolica e neoilluminista; ora questi ultimi si scoprono difensori della natura, dell’antico e del mito.
Faccio notare che se avessimo rispettato il mito, non avremmo ancora varcato le Colonne d’Ercole, vale a dire lo Stretto di Gibilterra, e l’America e il resto del mondo ci sarebbero ignoti. E faccio ancora notare che nel nome del mito e della letteratura avremmo dovuto fermare le imprese sulla luna, che invece hanno calpestato e profanato la luna degli antichi, di Ariosto e di Leopardi. È troppo tardi per preoccuparsi del mito e della natura ed è troppo poco occuparsene solo a proposito del ponte sullo Stretto. In un mondo consegnato alla tecnica e al profitto, dovremmo preservare solo quel piccolo spazio che intercorre tra Reggio e Messina? Dai su, smettiamola col Ponte dei Cospiri.

Elaborazione grafica originale realizzata con IA per Inchiostronero
Consigli di lettura
Dal passaggio di Ulisse tra Scilla e Cariddi alle varie riprese del mito, con i transiti succeduti nel corso del tempo, fino ad altri racconti e ad altri sguardi che la letteratura ha fissato sullo Stretto, dalla fiaba di Colapesce agli esiti della moderna letteratura siciliana, fino a quel capolavoro novecentesco che è Horcynus Orca: Giulio Ferroni, finissimo letterato, scrive un panegirico per lo Stretto a mostrare l’offesa che l’idea stessa di un ponte porta al lascito del passato e a tutta la vita presente.
«Libri come questo di Ferroni ci dimostrano che ciò che il mondo tende sempre più a relegare nel recinto dell’inutile è più utile di ogni cupidigia affaristica, e che un certo donchisciottismo, quando è ben dotato dei suoi buoni argomenti, è una forma suprema e lungimirante di pragmatismo.» – Emanuele Trevi, La Lettura
Giulio Ferroni dichiara, fin da subito, che il libro nasce da una preoccupazione e da un disappunto: preoccupazione per il danno ambientale, storico, civile, che costituirebbe il progettato ponte sullo Stretto; disappunto (salvo poche eccezioni) per l’indifferenza degli intellettuali di fronte a questa violazione di un luogo capitale dell’identità italiana ed europea, del mito classico, della bellezza, della storia, del lavoro e del dolore umano. Il libro intende mostrare come l’idea stessa di un simile ponte, tanto più nelle tragiche circostanze che il mondo sta vivendo, rappresenti profanazione del lascito del passato e del presente. Non un ‘volano dello sviluppo’, come si sente ripetere, ma un’alterazione definitiva di un habitat naturale e storico, che va difeso fino in fondo. Mito, storia, letteratura, vengono convocate come segni necessari di resistenza alle offese che oggi aggrediscono la natura e la vita. Così, pagina dopo pagina, leggiamo alcuni dei più essenziali racconti e passaggi, immaginari e reali, che nel corso del tempo hanno toccato lo Stretto.
