Una virata sull’Atlantico che anticipò un mondo diverso

«Quell’aereo che invertì la rotta»
Dal volo di Primakov alla guerra del Kosovo, il Simplicissimus rilegge il 1999 come l’inizio della contestazione dell’ordine occidentale
Il Simplicissimus
Il 24 marzo 1999, mentre iniziavano i bombardamenti NATO contro la Jugoslavia, l’aereo del primo ministro russo Evgenij Primakov diretto negli Stati Uniti invertì la rotta sull’Atlantico. Per il Simplicissimus quella virata può essere letta come uno dei primi segnali della futura contestazione dell’ordine internazionale a guida americana. L’autore torna oggi su quell’episodio collegandolo alla vicenda giudiziaria di Hashim Thaçi e alla rilettura della guerra del Kosovo, presentata come un passaggio decisivo nei rapporti tra Russia e Occidente. Da quella crisi jugoslava il pezzo arriva fino alle tensioni contemporanee e all’Ucraina, seguendo un filo che attraversa oltre venticinque anni di storia europea. L’aereo di Primakov diventa così il simbolo di un cambiamento inizialmente quasi impercettibile: il momento in cui una parte del mondo cominciò, secondo l’autore, a rifiutare la rotta stabilita dall’Occidente. (N.R.)
Se proprio vogliamo andare alla ricerca del momento in cui il mondo è cambiato e il globalismo di marca americana ha cominciato ad essere contestato, anche se in maniera appena accennata dovremmo probabilmente andare al 24 marzo del 1999, quando l’areo del primo ministro russo Evgenij Primakov diretto a Washington, fece una virata di 180 gradi sull’Atlantico, proprio mentre iniziava l’atroce capitolo dei bombardamenti della Nato contro la Serbia. Primakov pagò questo gesto di protesta con il licenziamento da parte dell’alcolista Eltsin che stava svendendo la Russia ai potentati economici dell’Occidente. Ma pochi mesi l’ubriacone fu finalmente cacciato via e al suo posto subentrò Putin.

Questa data ci sta proprio come il cacio sui maccheroni, perché, senza che l’opinione pubblica occidentale ne sappia nulla, un tribunale speciale con sede all’Aia ha condannato l’ex politico e comandante paramilitare Hashim Thaci per crimini di guerra. Nella sua sentenza di mercoledì, il tribunale ha condannato Thaci, comandante dell’Esercito di Liberazione del Kosovo (Uck), composto da albanesi, a 25 anni di carcere per l’omicidio di 96 persone e la tortura di circa 300 altre durante la lotta del gruppo per l’indipendenza della regione dalla Serbia alla fine degli anni ’90. In seguito Thaci divenne anche capo del governo del Kosovo, alla testa del Pkc, una sorta di reincarnazione dell’Uck, rivelandosi ben presto un capo mafioso che si occupava di estorcere denaro agli uomini d’affari sotto forma di supposte “tasse” per il “governo” autonominato da Thaçi stesso, mentre contemporaneamente si occupava del contrabbando di armi, di auto rubate, di sfruttamento della prostituzione e di tratta degli esseri umani. Insomma un onest’uomo, come quelli che piacciono all’Europa. Solo nel 2020, quando si pensava che la narrazione ufficiale della vicenda serba fosse ormai al sicuro e ipnoticamente fissata nelle menti dei lotofagi, (Chiunque mangia il dolcissimo loto perde la memoria del passato), questo immondo personaggio, venne incriminato dal Tribunale speciale per il Kosovo dell’Aja di crimini di guerra e crimini contro l’umanità, commessi ai danni di serbi e oppositori.
Si trattò di una mossa per anticipare un eventuale scandalo sui metodi della Nato e anche un contentino dato a Belgrado perché, mentre in Occidente si lavorava alacremente per creare la vicenda ucraina, si cominciava a corteggiare la Serbia perché entrasse anche lei nell’Alleanza Atlantica. Naturalmente dopo la condanna si sono avute le proteste degli Albanesi del Kosovo, indignati che i loro panni sporchi siano stati esposti dopo più di vent’anni dai fatti. Ma soprattutto questa condanna è una sorta di tampone che cerca di chiudere quel terribile vaso di Pandora che fu la vicenda jugoslava, interamente pagata a cachet dagli Stati Uniti e in seguito anche dagli europei, incapaci, come sempre, di prendere le distanze da Washington. Del resto la Nato, grazie ai soldi di cui dispone e spesso frutto dell’opera di rapina, è particolarmente brava nelle operazioni di infiltrazione e di sovversione interna, ma non osa battersi davvero in prima persona, non ne è capace: basti pensare che si volle piegare Belgrado a forza di bombardamenti per evitare di scontrarsi con le truppe serbe di terra che avrebbero fatto vedere i sorci verdi alla coalizione. Insomma una sorta di prova generale per l’Ucraina condita dall’isteria anti serba dei cosiddetti intellettuali e anche dalle manovre fatte dal Vaticano e soprattutto dai cattolici tedeschi per smembrare la Jugoslavia.
Tuttavia quell’aereo russo che inaspettatamente invertì la rotta fu il primo segnale che non tutto poteva essere fatto senza conseguenze. E adesso quelle conseguenze sono ben visibili al mondo intero e cominciano a prender la forma di una sconfitta epocale. In futuro, speriamo, sarà impossibile coprirsi il sedere con queste sentenze contentino che in realtà sono soltanto la parzialissima confessione di un delitto, almeno per quelli che hanno conservato un minimo di onestà e di dignità.

Nota per le immagini
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