Il ricordo di un’icona del cinema, tra eleganza, silenzio e impegno civile

ROBERT REDFORD, L’ELEGANZA DEL SILENZIO
ADDIO A UN GIGANTE DEL CINEMA AMERICANO
Dalla Stangata al Sundance, il suo cinema era verità.
Redazione inchiostronero
Il 16 settembre 2025 è scomparso Robert Redford, attore, regista e fondatore del Sundance Institute. In questo ritratto biografico ed emozionale, ripercorriamo la vita e la carriera di un artista che ha saputo unire bellezza, impegno e libertà. Dal mito hollywoodiano di La stangata e Come eravamo, fino alla lotta per un cinema indipendente e consapevole, Redford ha lasciato un segno profondo nella cultura americana e nei cuori di milioni di spettatori.
Il 16 settembre 2025 ci ha lasciati Robert Redford. Aveva 89 anni. E con lui se ne va non solo un attore, un regista, un produttore, ma anche una certa idea di cinema — e forse, di America.
Era l’uomo dai silenzi lunghi e dagli sguardi intensi, capace di raccontare più con un gesto che con mille battute. L’icona del cinema liberal degli anni ’70, ma anche il ragazzo che, da giovane ribelle californiano, aveva attraversato l’Europa in autostop cercando se stesso. Il fondatore del Sundance, ma anche il protagonista di “La stangata”, di “Come eravamo”, di “Corvo rosso non avrai il mio scalpo”. Un attore bellissimo, certo, ma mai prigioniero della propria immagine. Piuttosto, un uomo che ha saputo scegliere — con rigore, con coerenza, con cuore.
“I’m not a glamorous person. I have a sense of style, but it’s simple.”
(“Non sono una persona glamour. Ho un senso dello stile, ma è semplice.”)
Le radici e la fuga
Nato nel 1936 a Santa Monica da una famiglia modesta di origini scozzesi e irlandesi, Charles Robert Redford Jr. non fu mai uno studente modello. Ma aveva due passioni che lo guidavano: lo sport e l’arte. Dopo la tragica morte della madre, a soli 41 anni, Robert lasciò la California e, con pochi soldi e molte speranze, partì per l’Europa. Firenze, Parigi, la Grecia: sognava di diventare pittore o scenografo. Il sogno si infranse, ma quel viaggio gli aprì gli occhi sul mondo e sulla sua vocazione artistica.
Un giorno, da ragazzo, durante un’escursione nello Yosemite, sentì qualcosa cambiare dentro di sé.
“The environment is in us, not outside of us. The trees are our lungs, the rivers our bloodstream. We are all interconnected, and what you do to the environment, ultimately, you do to yourself.”
“L’ambiente è dentro di noi, non fuori da noi. Gli alberi sono i nostri polmoni, i fiumi il nostro sistema circolatorio. Siamo tutti interconnessi, e ciò che fai all’ambiente, in definitiva, lo fai a te stesso.”
Quell’amore per la natura sarebbe rimasto in lui per sempre. Come un fiume sotterraneo, avrebbe attraversato tutta la sua vita e la sua opera.
La stella gentile del nuovo cinema americano
Negli anni ’60 arrivano i primi successi al cinema, ma è con “Butch Cassidy” (1969), accanto a Paul Newman, che Redford entra nel mito. Segue “La stangata” (1973), ancora con Newman: ironia, truffe, amicizia virile — un film cult, un’epoca.
Poi “Come eravamo” (1973), al fianco di Barbra Streisand, che mostra il suo lato più malinconico. È il film che fa sognare generazioni: il bello e la rivoluzionaria, l’amore che non basta, il rimpianto che resta.
Con “I tre giorni del Condor” (1975) entra nell’anima inquieta dell’America post-Watergate. È il volto del dubbio, della coscienza, del disincanto. Non è solo un attore: è un interprete del suo tempo.
E ancora: “Corvo rosso non avrai il mio scalpo” (1972), con la sua immersione nella natura selvaggia; “Il cavaliere elettrico” (1979), storia di riscatto e ritorno all’essenziale; “Gente comune” (1980), il suo esordio alla regia, che vince quattro Oscar. Un’opera asciutta, dolorosa, perfetta.
“Storytelling is a powerful way to instigate change.”
(“Raccontare storie è un modo potente per innescare il cambiamento.”)
Redford ha sempre visto nel cinema un atto civile, un ponte tra individuo e società. E la sua coerenza ha fatto scuola.
Il sognatore del Sundance
Nel 1981 fonda il Sundance Institute, per dare voce al cinema indipendente. È il gesto più politico e più poetico della sua carriera. Un atto d’amore per i giovani autori, per le storie fuori dal sistema, per chi — come lui un tempo — cerca la propria voce.
Sundance diventa un simbolo. Un’alternativa. Un sogno americano che non fa rumore, ma resiste.
“I’m interested in the fact that the less secure a man is, the more likely he is to have extreme prejudice.”
“Mi interessa il fatto che, meno un uomo si sente sicuro, più è probabile che sviluppi pregiudizi estremi.”
Con questa lucidità, Redford ha sempre scelto ruoli e film che sfidavano il pensiero dominante, chiedendo allo spettatore di guardare più in profondità.
Una vita da romanzo americano
Redford era tutto questo: bellezza e malinconia, ribellione e misura. La sua vita è stata un romanzo americano pieno di pause, silenzi e natura. Non amava i riflettori, ma li usava per accendere ciò che contava. Non ha mai ceduto al cinismo di Hollywood. Ha creduto nell’arte, nella verità, nella responsabilità.
E oggi, mentre il mondo del cinema lo saluta, resta di lui una presenza leggera ma incancellabile. Non solo per i film, ma per il modo in cui li ha scelti, vissuti, condivisi. Come chi sa che il cinema, quando è fatto con onestà, può ancora essere un atto di speranza.
“Eventually, all things merge into one, and a river runs through it.”
(“Alla fine, tutte le cose si fondono in una sola, e in mezzo scorre il fiume.”)
Addio, Robert. Che il fiume ti accompagni.
