L’isola produce energia, ma continua a ricevere progetti

«SARDEGNA, L’ENERGIA CHE NON SERVE ALLA SARDEGNA»

Tra nuovi impianti, contenziosi e produzione elettrica, la transizione energetica riapre la domanda decisiva: energia per chi?

Redazione Inchiostronero

La battaglia sull’eolico e sulle fonti rinnovabili in Sardegna non si è conclusa. Dopo la legge regionale sulle aree idonee e non idonee, il confronto si è trasferito davanti alla Corte costituzionale e oggi coinvolge direttamente i confini delle competenze tra Stato e Regione. Nel frattempo nuovi progetti, compresi quelli offshore, continuano il loro percorso amministrativo. Ma dietro il conflitto giuridico emerge una questione ancora più importante: quanta energia serve realmente alla Sardegna e quanta di quella prevista è destinata invece a essere trasferita altrove? Il seguito della “tempesta eolica” non riguarda quindi soltanto pale, paesaggio e tutela del territorio. Riguarda il rapporto fra produzione e consumo, infrastrutture e interessi economici: soprattutto, chi sopporta il costo territoriale della transizione e chi ne raccoglie i benefici.


 

La tempesta non è passata

Quando, su queste pagine, parlammo di «tempesta eolica in Sardegna» (1), il problema sembrava avere soprattutto una dimensione fisica: pale, ettari di territorio, nuovi impianti, linee elettriche, progetti offshore. Dietro quella corsa alle rinnovabili intravedevamo però una questione più profonda: chi avrebbe deciso il futuro energetico dell’isola e quale prezzo avrebbe pagato il suo territorio.

Da allora la tempesta non è passata. Ha semplicemente cambiato forma.

La Sardegna ha cercato di governare l’espansione degli impianti attraverso la propria disciplina delle aree idonee e non idonee. Ma il confronto si è rapidamente trasferito sul terreno istituzionale e costituzionale. Nel 2025 la Corte costituzionale ha escluso che la Regione possa individuare autonomamente le aree non idonee per gli impianti eolici offshore, riconducendo quella competenza allo Stato. Nel marzo 2026 è stata invece la Sardegna a impugnare la nuova disciplina nazionale sulle aree idonee, sostenendo che comprima le competenze riconosciute dalla sua autonomia speciale.

Nel frattempo, però, i progetti non sono rimasti ad aspettare che Stato, Regione e giudici stabilissero definitivamente chi possa decidere che cosa. Le procedure autorizzative continuano e l’offshore resta uno dei terreni principali della trasformazione energetica prospettata per l’isola.

È questo il cambiamento più significativo rispetto al nostro primo articolo: la questione sarda non riguarda più soltanto dove verranno installati gli impianti. Riguarda chi possiede il potere di stabilirlo.

E prima ancora di domandarci quante altre pale possano arrivare, occorre quindi rispondere a una domanda apparentemente più semplice:

chi decide sulla Sardegna?

Chi decide sulla Sardegna?

La domanda sembra semplice, ma la risposta lo è molto meno. La Sardegna è una Regione autonoma a statuto speciale, con competenze proprie in materia di territorio, paesaggio ed energia; allo stesso tempo, la produzione energetica, la tutela ambientale e soprattutto ciò che accade in mare coinvolgono competenze e interessi nazionali. È proprio lungo questo confine che si sta combattendo una parte decisiva della partita.

Con la legge regionale n. 20 del 2024, la Sardegna ha cercato di stabilire quali aree potessero essere considerate idonee o non idonee all’installazione degli impianti rinnovabili. Ma nel dicembre 2025 la Corte costituzionale è intervenuta su diversi punti della legge. La Consulta ha riconosciuto alle Regioni un ruolo nell’individuazione delle aree, ma ha stabilito che definire un’area “non idonea” non può tradursi automaticamente in un divieto assoluto e preventivo di realizzare un impianto.

La questione diventa ancora più delicata quando dalla terra si passa al mare. Sull’eolico offshore il peso dello Stato cresce, perché entrano in gioco il demanio marittimo, le autorizzazioni statali e interessi che superano i confini regionali. Non sorprende quindi che proprio intorno alle competenze si sia aperto un nuovo fronte tra Cagliari e Roma. Nel marzo 2026 la Regione ha impugnato la nuova disciplina nazionale sulle aree idonee, rivendicando le prerogative derivanti dal proprio Statuto speciale. La Corte costituzionale discuterà il ricorso il 7 ottobre 2026.

Non siamo dunque davanti al semplice conflitto fra chi vuole le pale e chi non le vuole. La questione preliminare è stabilire chi abbia il diritto di decidere dove possano essere costruite.

E mentre Stato e Regione discutono dei confini delle rispettive competenze, c’è un terzo protagonista che non aspetta le sentenze: i progetti continuano ad arrivare.

L’isola produce. I progetti aumentano

A questo punto conviene lasciare per un momento le sentenze e guardare i numeri. Perché è qui che la vicenda sarda assume dimensioni difficili da ignorare.

In un’interrogazione presentata al Consiglio regionale — alla quale è arrivata risposta scritta il 1° luglio 2026 — vengono indicati oltre 12.500 GWh di produzione elettrica lorda annua, a fronte di un fabbisogno interno stimato in circa 7.600 GWh. Sono grandezze energetiche confrontabili: secondo questi dati, l’isola produce già annualmente molta più elettricità di quanta ne consumi.

Poi c’è un secondo numero, e qui bisogna evitare un equivoco. Terna registra in Sardegna, al 31 dicembre 2025, 47.520 MW di richieste di connessione per nuovi impianti da fonti rinnovabili, distribuite in 650 pratiche. Ma 47,5 GW non sono energia prodotta: rappresentano potenza richiesta alla rete e, soprattutto, una richiesta di connessione non equivale a un impianto che verrà effettivamente costruito. Terna stessa osserva, del resto, che a livello nazionale le domande presentate superano largamente la nuova capacità necessaria prevista dagli scenari energetici.

La sproporzione resta però impressionante. Non perché domani mattina compariranno sull’isola 47 gigawatt di nuovi impianti, ma perché la Sardegna è diventata uno dei territori sui quali si concentra maggiormente l’interesse degli investitori energetici.

Ed ecco il paradosso: un’isola che già produce più elettricità di quanta ne consumi continua ad attirare una quantità enorme di nuovi progetti.

La domanda, allora, cambia inevitabilmente:

se tutta questa nuova energia non serve soltanto alla Sardegna, a chi deve servire?

Energia per chi?

Se la Sardegna produce già più elettricità di quanta ne consumi, la domanda diventa inevitabile: dove dovrebbe andare l’energia aggiuntiva? Una parte della risposta è nelle infrastrutture che si stanno costruendo.

Il caso più evidente è il Tyrrhenian Link, il collegamento elettrico sottomarino che unirà Sardegna, Sicilia e Campania. L’opera, lunga complessivamente circa 970 chilometri e con una capacità di 1.000 MW, è progettata anche per favorire l’integrazione delle fonti rinnovabili nella rete nazionale. Il collegamento Sardegna-Sicilia è bidirezionale: l’elettricità potrà quindi entrare nell’isola, ma anche uscirne quando la produzione e le condizioni della rete lo consentiranno.

Non si tratta, di per sé, di un’anomalia. Una rete elettrica moderna funziona proprio scambiando energia tra territori diversi; inoltre Terna considera il nuovo collegamento necessario anche per aumentare la sicurezza del sistema sardo e accompagnare la dismissione delle centrali a carbone. Ma questo cambia la prospettiva: il fabbisogno elettrico della Sardegna non può essere l’unico metro con cui giudicare la quantità di nuovi impianti progettati sull’isola. La Sardegna viene inserita sempre più profondamente in un sistema energetico nazionale e mediterraneo.

Ed è qui che ritorna il territorio. Gli impianti occupano suolo o spazio marino, modificano il paesaggio e richiedono elettrodotti, stazioni e infrastrutture di connessione. L’energia, invece, può attraversare un cavo e andare altrove.

Perciò non basta domandare quanti megawatt verranno prodotti. Bisogna chiedere chi realizza gli impianti, chi vende l’energia, quali benefici economici rimangono sul territorio e quale parte dei costi ambientali e paesaggistici resta invece alla Sardegna.

La Regione sta cercando di privilegiare autoconsumo, comunità energetiche e installazioni in aree già compromesse, nel tentativo di legare maggiormente produzione e beneficio locale.

Una transizione energetica può essere necessaria. Ma se il territorio che ospita gli impianti diventa soprattutto il luogo di produzione di energia destinata altrove, allora la questione non è più soltanto energetica.

Diventa economica. E, inevitabilmente, politica.

Il prezzo della transizione

A questo punto sarebbe facile trasformare la questione in un referendum: favorevoli o contrari alle rinnovabili. Ma sarebbe anche il modo migliore per evitare il problema.

La transizione energetica è necessaria se vogliamo ridurre l’uso dei combustibili fossili. Questo, però, non significa che ogni impianto sia necessario, in qualunque luogo e in qualunque quantità. Né che la produzione di energia rinnovabile possa essere considerata indipendentemente dal territorio che deve ospitarla.

La Sardegna rende particolarmente evidente questa tensione. Da una parte possiede condizioni naturali che la rendono interessante per eolico e fotovoltaico; dall’altra ha un patrimonio paesaggistico, ambientale e archeologico che costituisce esso stesso una risorsa. In mezzo ci sono comunità locali, amministrazioni, imprese energetiche, Stato e Regione: soggetti che non necessariamente hanno gli stessi interessi.

Per questo la vera misura della transizione non può essere soltanto il numero dei megawatt installati. Deve comprendere quanto territorio viene utilizzato, dove vengono collocati gli impianti, chi li possiede, chi riceve i ricavi, quali benefici rimangono alle comunità e quale energia viene effettivamente richiesta dal sistema.

Il rischio, altrimenti, è sostituire una dipendenza con un’altra: ieri territori sacrificati all’estrazione e ai combustibili fossili, domani territori destinati alla produzione energetica perché possiedono sole, vento e spazio sufficienti per soddisfare esigenze che nascono altrove.

È precisamente qui che la vicenda sarda supera i confini dell’isola. La transizione ecologica non può essere giudicata soltanto da quanta energia pulita produce, ma anche dal modo in cui distribuisce costi, vantaggi e potere decisionale.

Alla fine, dunque, la domanda da cui siamo partiti si divide in quattro:

quanto, dove, per chi e deciso da chi?

E forse è proprio questa la domanda che nessuna pala eolica, per quanto alta, riuscirà a nascondere.

La Redazione

 

 

 

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

 

Nota per le immagini
Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

 

 

«TEMPESTA EOLICA IN SARDEGNA- UN ASSEDIO SPECULATIVO AL PATRIMONIO DELL’ISOLA»

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Controllate anche

«Padre e madre, che vergogna»

Quando cambiare le parole pretende di cambiare la realtà …