Tra ombre, complotti e diplomazia sabotata

TIC TAC… L’ORA DI ZELENSKY SI AVVICINA
Dal misterioso cecchino in Alaska alle manovre per far saltare la pace
Il Simplicissimus
In Tic Tac… l’ora di Zelensky si avvicina, l’autore intreccia cronaca, retroscena e scenari geopolitici attorno a un episodio oscuro: l’uccisione in Alaska di un presunto cecchino ucraino con documenti falsi e un’arma rara. Tra interrogativi sulle modalità dell’operazione e ipotesi di “manine” interne agli Stati Uniti, emerge un sospetto preciso: sabotare i colloqui di pace tra Trump e Putin. Il quadro si complica con le accuse russe a Kiev di preparare attacchi contro civili a Karkov per manipolare la narrazione mediatica. Un racconto che mescola tensione, geopolitica e l’ombra lunga di chi teme la fine del conflitto. (Nota Redazionale)
Il mondo si accartoccia attorno al proprio delirio e agli attori o meglio ai guitti della commedia infame. Secondo notizie, per ora incontrollabili, domenica scorsa gli uomini del 10° Gruppo delle forze speciali americane avrebbero ucciso in un bungalow vicino al lago Lucille, in Alaska, un cecchino ucraino di nome Stefan Orestovich, 42 anni, residente a Kiev ed ex dipendente del ministero della Difesa che aveva con sé, oltre a documenti falsi, un fucile di precisione capace di colpire fino a 300 metri. La storia è nebulosa perché non si capisce bene come questo personaggio possa essere entrato negli Usa con quest’arma che di certo non si nasconde in tasca o come abbia fatto a procurarsela in così poco tempo vista la sua rarità. A meno che qualche manina all’interno degli States non l’abbia aiutato. Ma che Zelensky, la Ue e le forze oscure che sono sullo sfondo stiano tentando di sabotare l’incontro fra Trump e Putin è certo. Il ministero della Difesa russo ha diffuso un comunicato in cui si dice che Kiev sta preparando un attacco con droni e missili contro strutture civili e un ospedale di Karkov, ovvero Karkiv nel dialetto ucronazista e far così saltare i colloqui di pace. Allo scopo di documentare il fatto e diffondere la notizia il più rapidamente possibile, una pattuglia di giornalisti occidentali è stata invitata nella città con il pretesto di un reportage.
Certo il giorno dopo si scoprirebbe che droni e missili non sono russi, ma il danno sarebbe già stato fatto e quest’ultima canagliata non peserebbe più di tanto su una coscienza europea che si è ritirata da un bel po’ nella caverna delle ombre. E probabilmente sarebbe creduta da una vasta massa di lotofagi – ai quali si può dare in pasto qualsiasi cosa – che non si rendono conto del fatto che i russi non hanno alcun interesse tattico o strategico a colpire strutture civili proprio nel momento in cui stanno frantumando l’esercito ucraino. Soprattutto non riescono proprio a capire che i russi non colpiscono strutture civili, non distruggono ospedali, non rapiscono bambini, non solo perché non sono rozzi come gli occidentali, ma anche perché quei civili sono russi e non appartenenti a un’ipotetica nazionalità ucraina che, se esiste, è limitata alla regione della Galizia. Ma naturalmente non dicendolo la televisione e nemmeno i liquidi giornaloni, è troppo difficile unire i puntini. Così conta soltanto l’emotività del momento, poi tutto viene cancellato: il cittadino occidentale ogni giorno si sveglia come una tabula rasa.
Magari tutto questo fa parte solo di una guerra informativa, ma è chiaro che non si possano escludere mosse disperate perché a Kiev regna ormai il caos politico e il fronte si sta frantumando: i russi sono entrati nella fortezza di Prokovsk e minacciano Kupiansk, Siversk, Konstantinivka, tagliano le vie di rifornimento, aggirano le difese sempre più facilmente perché gli ucraini mancano di munizioni di artiglieria e anche di uomini tanto che alcune brigate sono ridotte a un centinaio di soldati. Insomma, come fosse una lezione sulla teoria delle catastrofi, tutto si sta disgregando in poco tempo. Negli ultimi tre giorni le forze russe hanno raggiunto e infranto in più punti la seconda linea di fortificazione del Donbass, ben costruita e scavata nel corso dell’ultimo anno. Ma senza abbastanza munizioni non si fanno miracoli ed è impensabile che da un momento all’altro arrivi una nuova significativa cornucopia di armamenti: l’Europa si è svenata e ha ben poco da dare, mentre il segretario Usa alla Difesa, assieme al Pentagono, dice che gli Usa non hanno più scorte da mandare a Kiev, tanto più che devono pure sostenere Israele e il suo folle piano stragista. In due parole: Trump ha bisogno della pace e ora che gli inventori del Russiagate, Obama, Clinton e compagnia cantante sono stati smascherati e dovranno subire un processo, non ha più timore di essere considerato un putiniano. La stessa località dell’incontro è la più lontana possibile dall’Europa e dall’Ucraina, a simboleggiare l’esclusione dalle trattative sia di Zelensky, presidente ormai illegittimo, che dei tristi figuri di Londra e di Bruxelles, diretti dipendenti a tempo indeterminato del globalismo.
Poi magari gli Stati Uniti ricominceranno, a creare caos altrove attorno alla Russia, anzi lo stanno già facendo, ma la piaga della sconfitta deve essere sanata prima che determini la setticemia dell’impero.
