Dai miti antichi a Galileo, da Keplero ai viaggiatori immaginari del Seicento: la Luna come confine tra scienza, fantasia e desiderio di conoscenza

Giovanni Keplero.

VIAGGI IMMAGINARI SULLA LUNA

Nel XVII secolo lo sviluppo dell’astronomia suscitò un nuovo interesse per la luna,

che alcuni immaginarono come un pianeta abitato e raggiungibile dall’essere umano

di Javier Ordóñez

Per secoli la Luna ha rappresentato una soglia invalicabile, linea di confine tra il mondo corruttibile degli uomini e il cielo perfetto delle sfere celesti. Fin dall’antichità e per tutto il Medioevo, la sua luce evocava mistero, separazione, trascendenza. Ma nel XVII secolo questa visione cambiò radicalmente: Galileo Galilei, puntando il cannocchiale verso il cielo, inaugurò una nuova era in cui il satellite non era più un corpo etereo e divino, ma un pianeta fatto di montagne, vallate e crateri. Da quel momento, filosofi, astronomi e scrittori iniziarono a immaginare la Luna come un mondo abitabile e raggiungibile. Non più soltanto simbolo religioso, ma terreno di esperimenti intellettuali, di viaggi fantastici e di speculazioni scientifiche. Luciano di Samosata, con la sua Storia vera, aveva già giocato con il tema a scopo satirico, ma nel Seicento il viaggio lunare acquisì nuova serietà, legandosi alla rivoluzione copernicana e al dibattito sul posto dell’uomo nell’universo. Tra i testi più emblematici spicca Il sogno di Giovanni Keplero, pubblicato postumo nel 1634: un racconto visionario in cui un giovane, Duracoto, vola sulla Luna accompagnato da un demone. Attraverso i suoi occhi, il lettore osserva il cosmo da un punto di vista inedito: quello della Luna stessa, che diventa non solo meta immaginaria di viaggio, ma anche specchio della nuova cosmologia eliocentrica. Il saggio di Javier Ordóñez ripercorre questa straordinaria traiettoria, in cui la Luna passa da simbolo metafisico a laboratorio scientifico e narrativo, mostrando come i viaggi immaginari abbiano preparato il terreno alla grande avventura dell’esplorazione spaziale. (Nota Redazionale)


Fin dall’antichità e per tutto il Medioevo la luna, il corpo celeste più vicino alla terra, ebbe il valore di una frontiera. L’universo era diviso in due settori: quello che si trovava al di sotto della luna e quello sopralunare. Il primo era il mondo in continuo mutamento in cui vivevano l’uomo e gli altri esseri; il secondo, il regno perfetto e incorruttibile dove tutto si muoveva con una traiettoria circolare, senza inizio né fine. La luna rappresentava l’inizio dei cieli.

Questa visione classica cambiò nel XVII secolo, l’epoca della Rivoluzione scientifica. Ai primi del Seicento Galileo Galilei oltrepassò la frontiera lunare grazie a un nuovo strumento, il cannocchiale. Nelle sere del 1609 lo scienziato pisano puntava la nuova invenzione verso il cielo. In questo modo, senza spostarsi dal suo studio di Padova, Galileo inaugurò l’era dei viaggi spaziali. Nel 1610 pubblicò un breve trattato intitolato Sidereus nuncius, una sezione del quale era dedicata alla descrizione della luna. I disegni contenuti nel libro rappresentavano il satellite con un’orografia simile a quella della terra, ovvero fatta di montagne, vallate e vulcani rocciosi. Galileo voleva appunto dimostrare che la luna era un pianeta come gli altri e non faceva parte del perfetto mondo sopralunare, che secondo lui era una semplice invenzione.

A partire dalle scoperte di Galileo, altri autori cominciarono a immaginare il satellite del pianeta terra come un mondo simile al nostro, forse abitato e sul quale, perché no, si poteva viaggiare.

Quest’incisione tratta da “Harmonia macrocosmica” di Andreas Cellarius (1660) illustra la concezione classica dell’universo

In realtà già alcuni autori antichi – come Luciano di Samosata nella sua Storia vera – avevano immaginato un viaggio sulla luna alla scoperta dei suoi abitanti, i seleniti, anche se si trattava di fantasie a scopo satirico o comico. Nel Seicento, invece, il viaggio sulla luna divenne una questione più seria, non perché fosse ritenuto realizzabile, ma perché era collegato alle nuove concezioni scientifiche. In particolare, alla teoria copernicana, secondo la quale il sole occupava il centro dell’universo. Furono gli stessi astronomi, professionisti o amatoriali, a scrivere immaginari resoconti di viaggi sulla luna per diffondere la nuova cosmologia.

Il primo libro ad apparire nel XVII secolo fu quello dell’astronomo polacco Giovanni Keplero. La sua opera, Il sogno, fu pubblicata postuma nel 1634. Ciononostante, era stata probabilmente scritta nella fase iniziale della sua carriera, perché riflette gli interessi che egli aveva manifestato in gioventù. Il sogno può essere considerato un testo divulgativo sulle conclusioni ricavabili dalla teoria eliocentrica.

La vista dalla luna

Nella sua opera Keplero racconta di un sogno in cui immagina di leggere un libro che inizia così:

«Il mio nome è Duracoto, la mia patria l’Islanda, che gli antichi chiamavano Thule. Mia madre era Fiolxhilde, la cui recente morte mi concesse la libertà di scrivere, cosa per cui ardevo di desiderio da tempo». 

Duracoto è uno studente con una biografia simile a quella di Keplero, anch’egli figlio di una donna accusata e sospettata di praticare la stregoneria. Entrambi svolgono i loro studi in Danimarca, sotto la direzione di Tyge Brahe. Quando Duracoto torna nella sua città natale, la madre lo convince che è possibile effettuare dei viaggi incredibili, e apparentemente contrari al senso comune, grazie all’aiuto di alcuni demoni. E infatti, proprio in compagnia di uno di essi Duracoto vola sull’isola di Levania, nome letterario della luna. Una volta raggiunta l’isola, Duracoto ha due compiti da svolgere. Il primo è capire come appaia il cosmo da un punto di osservazione mobile come la luna. Questo primo aspetto del testo rappresenta una grande novità.

Un orologio del XVII secolo con il quadrante che indica le fasi lunari. British Museum, Londra

Fino al XVI secolo, infatti, nessuno pensava di descrivere il cosmo da un luogo in movimento. La terra era considerata il centro fisso dell’universo, e questo permetteva di fare un resoconto esatto di quanto osservabile. L’introduzione dell’ipotesi del moto della terra rappresentava una rivoluzione dal punto di vista filosofico. L’esposizione dell’astronomia da una prospettiva lunare effettuata da Duracoto era una difesa teorica e tecnica del copernicanesimo. Se è possibile realizzare una descrizione cosmologica coerente da un punto mobile come la luna, allora significa che il centro attorno al quale essa ruota, cioè la terra, non deve necessariamente essere fisso. Duracoto trova sorprendente la geografia astronomica della luna perché il suo moto implica che la durata degli anni e dei giorni è diversa da quella della terra. Afferma il narratore:

«Ai suoi abitanti Levania non pare meno immobile, mentre gli astri corrono in cielo, di quanto a noi uomini sembri immobile la Terra».

La società selenita

Il secondo compito di Duracoto consiste nello studiare l’orografia di Levania, i suoi abitanti e i luoghi in cui essi vivono. Keplero suddivide la popolazione selenita in due gruppi, a seconda che vivano o meno nell’emisfero da cui è visibile la terra, che nel testo viene chiamata Volva. La sua descrizione entra nel dominio del fantastico. Se Galileo interpreta l’orografia della luna come un susseguirsi di vallate e montagne, Keplero usa l’immaginazione per popolarla di seleniti, chiedendosi anche che conseguenze fisiche abbiano su di loro le estreme oscillazioni di temperatura determinate dalla diversa esposizione ai raggi solari.

Appena quattro anni dopo la pubblicazione di Il sogno, apparve un altro testo dedicato a un viaggio immaginario sulla luna, opera del vescovo anglicano Francis Godwin. Anche L’uomo sulla luna (1638) fu pubblicato postumo. Non si sa con esattezza quando Godwin lo compose, anche se sicuramente avvenne dopo il Sidereus nuncius di Galileo del 1610. Curiosamente, il libro veniva presentato come la traduzione in inglese di un ipotetico originale scritto in spagnolo da un certo Domingo Gonsales.

 

Mentre Il sogno aveva un carattere astronomico, il libro di Godwin può essere letto come un romanzo d’avventura. Dopo aver ucciso un uomo in un duello il protagonista, Gonsales, fugge nelle Indie Orientali, dove fa fortuna. Sulla via del ritorno si ferma sull’isola di Sant’Elena. Qui scopre un tipo di oche selvatiche particolarmente robuste. Decide di usarle come animali da tiro per una specie di carro volante con il quale riesce a sorvolare l’isola. Una volta ripreso il viaggio in nave, viene attaccato da una flotta inglese, da cui si salva fuggendo a bordo del carro trainato dalle oche. Gonsales atterra a Tenerife, ma anche qui deve scontrarsi con l’ostilità degli indigeni. È costretto allora a rimettersi in volo, questa volta in direzione della luna. Vi rimane sei mesi, poi decide di rientrare preoccupato per le condizioni di salute delle oche.

Nell’Orlando furioso Ariosto immagina che il principe Astolfo, alla ricerca del senno perduto di Orlando, vada sulla luna

Atterra in Cina, dove trascorre un lungo periodo prima di far ritorno in Spagna con una compagnia di missionari gesuiti. Per quanto rappresenti solo una tappa del viaggio, è proprio il soggiorno sulla luna a dare il titolo al libro e a renderlo famoso. Godwin immagina che il satellite sia abitato da una popolazione selenita che è stata capace di creare un vero e proprio paradiso, una specie di isola di Utopia. La ragione della perfezione di questa società lunare risiede in un’usanza peculiare: quando gli abitanti si rendono conto che un bambino è irrequieto, lo scambiano con un bambino terrestre dal carattere più mite. Questo spiega perché la comunità selenita sia così benevola rispetto alla popolazione terrestre. Anche in questo testo si può notare l’influenza della scienza dell’epoca, in particolare del copernicanesimo, sebbene il vescovo non rivendichi completamente il modello eliocentrico.

Viaggi sulla luna e sul sole

Sulla scia di Keplero e Godwin, negli anni successivi apparvero altri resoconti in cui si mescolavano le speculazioni scientifiche e gli scopi satirici, come The Discovery of a World in the Moone dell’inglese John Wilkins (1614-1672). Filosofo di fama e tra i fondatori della Royal Society, Wilkins pubblicò l’opuscolo in gioventù, nel 1638

«per dimostrare che ci può essere un altro mondo abitabile su quel pianeta».

Lettore di Il sogno di Keplero, Wilkins diede alla sua opera la forma di un’esposizione di tesi filosofiche volte a dimostrare la possibilità di una civiltà lunare. Nella seconda di tali tesi prende posizione su uno dei grandi dibattiti intellettuali dell’epoca affermando:

«La pluralità dei mondi non è qualcosa di contrario né alla ragione né alla fede».

Ancora più rivoluzionaria è l’opera del filosofo francese Hector-Savinien Cyrano de Bergerac. Grazie alla celebre commedia teatrale di Edmond Rostand incentrata sulla sua vita, Cyrano oggi è ricordato per il lungo naso, i duelli e l’amore non corrisposto per Rossana. Ma Savinien era in realtà un intellettuale considerato libertino, cioè ateo, a causa delle sue idee radicali. L’interesse per i progressi scientifici della sua epoca ispira l’opera L’altro mondo, in cui racconta due immaginari viaggi spaziali, uno verso la luna e l’altro verso il sole. Il primo gli serve a criticare i pregiudizi, l’ignoranza e l’intolleranza del suo tempo e a trarre le conseguenze della visione del cosmo inaugurata da Copernico; il viaggio mette infatti in evidenza la piccolezza del nostro mondo, che non è altro che un piccolo satellite del sole.

Javier Ordóñez

 

 

 

 

 

 

 

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