Quando la pena perde il proprio significato

«Violenta una bambina ma è “dispiaciuto”: scarcerato…»

Tre episodi torinesi riaprono il dibattito su pena, sicurezza e credibilità della giustizia

di Ala.de.granha

Tre episodi avvenuti a Torino diventano, nella lettura polemica di Ala.de.granha, il sintomo di qualcosa che va oltre i singoli fatti di cronaca. Al centro della riflessione c’è la percezione di una giustizia incapace di conciliare tutela della collettività, certezza della pena, funzione rieducativa e condizioni reali delle carceri. L’autore collega le decisioni giudiziarie richiamate nel pezzo al problema strutturale del sovraffollamento penitenziario e alla difficoltà dello Stato di investire in nuove strutture. Ne emerge una domanda scomoda: che cosa accade alla fiducia dei cittadini quando tra gravità percepita di un reato e risposta delle istituzioni sembra aprirsi una distanza sempre maggiore? (N.R.)


Un negoziante, una grande risorsa, violenta una bambina di 13 anni nella periferia di Torino: rimesso in libertà perché “è dispiaciuto”. Una grande risorsa aggredisce un giovane che ora è in coma: rimandato a casa dove viene accolto come un eroe. Un uomo, derubato da due grandi risorse in monopattino, insegue i ladri con l’auto, li investe e picchia quello che non riesce a scappare e che finisce in ospedale: a casa anche l’investitore. Sempre a Torino.

Forse il carcere come deterrente non funziona più, sicuramente funziona il tentativo di svuotare le prigioni alle prese con il sovraffollamento. Perché costruire nuove strutture costa, e la coperta è corta se non si parla di armi per Zelensky.

C’è, però, un piccolo aspetto da tenere in considerazione nonostante Crosetto: tutti questi episodi, al di là del dolore delle vittime e della rabbia delle rispettive famiglie, creano un clima di totale impunità. Se mandi un ragazzo in coma e vieni festeggiato, se stupri una bambina e torni a casa perché sei dispiaciuto, se dopo ogni aggressione i responsabili vengono “identificati” e rimandati a casa, se un magistrato romano si indigna non per i furti delle borseggiatrici ma per la triste vita delle povere ragazze, chi deve tutelare bambini, anziani e chiunque non sia in grado di difendersi?

Redazione Electo
Ala.de.granha

 

 

Nota della Redazione di Inchiostronero

Ci sono notizie davanti alle quali diventa difficile mantenere quella distanza che normalmente dovrebbe accompagnare ogni riflessione. Questa è una di quelle.

Non mi inquieta soltanto la violenza, per quanto terribile. Mi inquieta il terreno sul quale essa sembra ormai germogliare con una facilità che abbiamo finito quasi per considerare normale. Una società può sopravvivere alla povertà, attraversare crisi economiche, sopportare governi mediocri e perfino rialzarsi dopo una guerra. Ma che cosa accade quando comincia a perdere il senso del limite, della responsabilità, del rispetto dell’altro?

Ho l’impressione che abbiamo progressivamente demolito molte delle cose che tenevano insieme una comunità senza preoccuparci di sostituirle con qualcosa: l’autorità è diventata sospetta, il dovere una parola antiquata, la disciplina una costrizione, il sacrificio un’assurdità, la famiglia un residuo del passato, la responsabilità personale qualcosa da spiegare sempre attraverso circostanze esterne. Abbiamo moltiplicato i diritti e abbiamo quasi smesso di pronunciare la parola doveri.

E intanto la violenza cresce attorno a noi. Non ha nazionalità, colore della pelle o appartenenza politica: appartiene a chi la esercita e deve essere chiamata con il suo nome, senza attenuanti ideologiche e senza generalizzazioni altrettanto ideologiche. Ma una società degna di questo nome ha anche il dovere di proteggere chi la violenza la subisce, soprattutto quando a subirla sono i più fragili.

Ciò che provo, leggendo vicende come queste, non è soltanto rabbia. È qualcosa di peggiore: la sensazione di un arretramento civile. Come se fossimo diventati straordinariamente sofisticati nelle tecnologie, nei linguaggi e nelle dichiarazioni di principio e contemporaneamente più poveri nelle cose elementari che permettono agli uomini di vivere insieme.

Non desidero una società vendicativa. Desidero una società capace di distinguere il bene dal male, la comprensione dalla giustificazione, il perdono dall’impunità. Una società nella quale chi sbaglia possa certamente riscattarsi, ma nella quale chi subisce un torto sappia che la comunità non volterà lo sguardo dall’altra parte.

Perché una civiltà non comincia a morire quando diminuisce il PIL. Comincia a morire quando non sa più dire che alcune cose sono semplicemente inaccettabili.

Riccardo Alberto Quattrini
Scrittore, saggista e autore del blog culturale Inchiostronero

Nota per le immagini

Le immagini pubblicate a corredo dell’articolo sono state create con il contributo dell’intelligenza artificiale generativa e successivamente selezionate e curate dalla redazione di Inchiostronero.

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